Venticinque famiglie indios trasferite in un villaggio senza case sufficienti né acqua
“Nuova storica
tappa nel tentativo di conservazione della riserva naturale di Montes
Azules. Sabato è avvenuto il primo trasferimento completo di
venticinque famiglie dal villaggio San Francisco El Caracol alle nuove
case costruite dai governi federale e statale a Santa Martha, nel
comune di Marqués de Comillas. Si tratta di un vero e proprio
avvenimento, risultato della costante attenzione interistituzionale
delle amministrazioni federale e del Chiapas che hanno
raggiunto un accordo con gli abitanti di questo villaggio,
convincendoli a lasciare la riserva per una nuova vita a Santa Martha,
in piena legalità”.
E’ così che i media di tutto il paese hanno
raccontato lo sgombero di centotrenta indigeni, caricati con pochi
effetti personali su sette elicotteri federali e trasportati nella
nuova terra promessa. Peccato che ad attenderli ci fosse soltanto una
sorta di villaggio fantasma.
“Dei 523
ettari totali di Santa Martha ne sono stati utilizzati ben 13,46. Sono
state costruite 25 abitazioni e una casa comune, con i servizi di acqua
potabile, energia elettrica prodotta da pannelli solari e gabinetti”,
hanno orgogliosamente annunciato i media messicani,
riprendendo le dichiarazioni dei rappresentanti governativi.
Eppure la verità degli indios è ben diversa.
“Siamo indignati. A Santa Martha ci siamo
trovati di fronte soltanto cinque case, un impianto idrico non
funzionante, nessuna ombra dello spaccio e niente cortile per essiccare
il caffè. Nulla di quanto promesso negli accordi”.
Per il governo “è questione di pochi giorni e tutto sarà
pronto”. Non importa se 25 famiglie dovranno intanto arrangiarsi in
cinque piccole e umili casette di legno senza acqua. L’essenziale era
dimostrare al mondo (sono state invitate a riprendere lo sgombero tutte
le principali televisioni messicane e filo-governative) il successo di
un accordo con gli indios del Chiapas. “Il provvedimento di sabato è la
tappa finale del rispettoso e trasparente processo di dialogo
instaurato da tre anni con gli attuali beneficiari del trasferimento
nel nuovo villaggio. Il risultato delle trattative è stato il
concretizzarsi di tutti i punti inclusi nell’accordo, sia nei tempi che
nella forma” ha commentato il governo nel suo comunicato stampa
ufficiale.
E le altre venti case? E
l’impianto idrico? Arriveranno. Dicono. E intanto gli indigeni hanno deciso di
restare nel nuovo villaggio almeno per un po’, sperando.
“Almeno questa terra è ufficialmente nostra. Senza se
e senza ma”, si ripetono, aggrappandosi all’avvenuta consegna del
certificato di proprietà di 523 ettari di Santa Martha e la certezza
che nessuno potrà mai più impossessarsene e rimanere impunito. Come
invece avveniva costantemente nei Montes Azules.
Poco prima di partire per la nuova destinazione, infatti, i
leader della comunità lacandona si sono riuniti a San Francisco El
Caracol per ottenere garanzie sul futuro della terra ancestrale che
hanno accettato di abbandonare solo per lasciare libera esecuzione al
programma di salvaguardia ambientale che ne dovrà scongiurare
l’estinzione. Per troppo tempo sono stati obbligati a
condividerla con coloni illegali, che prepotentemente hanno preso
possesso di appezzamenti più o meno vasti, rimanendo impuniti a causa
del mancato riconoscimento ufficiale della proprietà dell’area agli
indios.
Riconoscimento che,
ironia del destino, è finalmente avvenuto proprio durante quella
riunione (per un totale di 600mila ettari). I lacandona,
quindi, sono diventati ufficialmente i proprietari di
quella terra – in realtà loro da sempre – proprio il giorno stesso in
cui sono stati costretti a lasciarla. Unica consolazione è che le
istituzioni hanno giurato di proteggerla e di farla rispettare
quale riserva naturale spazzando via quindi tutti gli
appezzamenti abusivi.
Dopo millenni, niente
più indios su quelle terre, dunque, ma solo sentinelle governative
armate, tutt'altro che ancestrali.