“Impunità, oppressione, ingiustizia. Era
questo il Chiapas che incontrai nel lontano 1960. Un territorio che in
quaranta anni ha dimostrato a me e al mondo quanto la dignità sappia
fare. E, se Dio vuole, oggi c’è un po’ di Chiapas in ogni dove”.
Don Samuel Ruìz Garcia è ormai un giovane di oltre
ottanta anni. Il suo carisma e la sua vitalità emergono vigorosi dagli
scuri occhi nascosti dietro grandi lenti da vista. E’ stato per
quaranta lunghi anni vescovo di San Cristobal de Las Casas, capitale
del Chiapas, trasformandosi giorno dopo giorno nel Tatic degli indios.
Formatosi nel clima religioso e culturale del Concilio
Vaticano Secondo, e alla luce dell’esperienza pastorale in un
territorio oppresso e dall’identità negata, questo uomo sorridente e
combattivo si è schierato dalla parte degli indigeni, vivendo e
predicando tra loro e per loro. Una scelta di vita forte e
difficoltosa, che gli ha portato la diffidenza e l’ostilità del governo
messicano e di una parte della Chiesa, ma che soprattutto gli ha donato
il ruolo di difensore dei diritti e della cultura dei popoli indios
dell’intera America latina.
“E’ stato un
caffè troppo amaro bevuto durante una delle mie prime visite pastorali
nella casa di un proprietario terriero che mi ospitava a farmi aprire
gli occhi. Ne ricordo ancora perfettamente il sapore – racconta don
Ruiz in un italiano spagnoleggiante che rende il suo racconto
vivacemente musicale. Fino a quel momento, e vi parlo degli anni
Sessanta, ero come i pesci che tengono gli occhi aperti quando dormono.
Guardavo e non vedevo. Quel giorno fui come folgorato. Durante quella
conversazione sorseggiando caffè seppi che alle quindici povere
comunità indios della zona, i ricchi proprietari avevano estorto una
tassa per ben cinque mesi, convincendoli che sarebbe servita ad
accogliere il nuovo vescovo in arrivo. Quella nera bevanda offertami
come benevenuto era frutto di un inganno, grave e indecente, che
nascondeva un mondo di sfruttamenti e ingiustizie”.
Da quel giorno non ebbe più dubbi. Il giovane
vescovo scelse di sposare la causa indigena, e lo fece non solo con
l’impegno religioso, bensì dal punto di vista sociale e politico. “Capii che avrei
dovuto fare tutto quanto in mio potere per
far riacquistare a questa gente
la dignità e l’autostima – riprende a raccontare, con voce commossa -.
Aiutarli a superare la miseria e a veder riconsciuti i propri diritti
di cittadinanza al pari di tutti i messicani fu per me imperativo”. E
così, comunità distanti giorni di cammino lo videro da quel momento
arrivare a cavallo, a piedi, a dorso di mulo, lo videro dormire nelle
capanne o all’aria aperta. Imparò le decine di idiomi indios “che non
si assomigliano minimamente l’uno con l’altro”, e si calò anima e corpo
in quel territorio variegato dalle tante culture, ricchezza unica e
inestimabile del Chiapas, e dell’America latina in sé. “Assistivo a
episodi incredibili – riprende -. Uomini legati agli alberi e bastonati
per aver lavorato non più di otto ore; indios uccisi come animali;
famiglie senza più casa né animali perché non in grado di restituire
cinque pesos presi in prestito. E ovunque impunità. Come non rivoltarsi
a tanta barbarie?”.
E così fu. Nel 1994
scoppiò la rivolta indigena e il Tatic fu naturalmente additato dai
potentati locali e dal governo – che non lo vedevano certo di buon
occhio – come responsabile morale dell’insurrezione. “Un mio collaboratore e amico
fu perfino
accusato di essere il subcomandante Marcos – precisa Ruiz -. Ma io non
mi arresi. Continuai a lavorare imperterrito e ad amare i miei fedeli
e, adesso, pensare che tra i catechisti gli indigeni sono a centinaia
mi riempie il cuore di gioia. Come ha detto Gesù la chiesa è dei poveri
e io è per loro e con loro che ho vissuto. Come precisato durante la
Conferenza episcopale dell’America Latina avvenuta sull’onda del
Concilio Vaticano Secondo, il Vangelo avrebbe dovuto essere annunciato
a coloro che non avevano più dignità. E chi più degli indios, stranieri
in terra propria, è costretto a vivere in questa miserabile
condizione”.
Per quaranta anni ha dunque
cercato di essere un uomo di pace e di dialogo, tanto da guadagnarsi la
nomina al premio Nobel per la Pace. E adesso?
“Continuo con le mie povere forze a sperare e a diffondere
una cultura di pace. Sono pieno di speranza. Un segnale evidente che ci
stiamo incamminando verso una nuova epoca sono le mobilitazioni
mondiali contro l’invasione dell’Iraq da parte degli Usa e dei suoi
alleati. Un movimento di enorme potenza, che per la sua capacità di
convocare la gente e per i risultati raggiunti supera i movimenti di
massa tradizionali. Abbiamo assistito all’evento di massa più grande
della storia dell’umanità. La separazione tra governi e popoli è sempre
più evidente. Non solo. Da Seattle a Cancùn, i milioni di persone che
hanno espresso il proprio rifiuto del sistema dominante sono un segnale
forte e chiaro. Tutta quella gente ha detto che un altro mondo è
necessario, che un altro tipo di società è possibile e che tutto ciò è
urgente. Come è scritto nella Bibbia La nostra salvezza è
oggi più vicina… La notte avanza; il giorno è vicino (Rom.
13, 11) ”.