03/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Una vita dedicata alla lotta per i diritti dei popoli indigeni
Donna in Chiapas“Impunità, oppressione, ingiustizia. Era questo il Chiapas che incontrai nel lontano 1960. Un territorio che in quaranta anni ha dimostrato a me e al mondo quanto la dignità sappia fare. E, se Dio vuole, oggi c’è un po’ di Chiapas in ogni dove”.
 
Don Samuel Ruìz Garcia è ormai un giovane di oltre ottanta anni. Il suo carisma e la sua vitalità emergono vigorosi dagli scuri occhi nascosti dietro grandi lenti da vista. E’ stato per quaranta lunghi anni vescovo di San Cristobal de Las Casas, capitale del Chiapas, trasformandosi giorno dopo giorno nel Tatic degli indios.
 
Formatosi nel clima religioso e culturale del Concilio Vaticano Secondo, e alla luce dell’esperienza pastorale in un territorio oppresso e dall’identità negata, questo uomo sorridente e combattivo si è schierato dalla parte degli indigeni, vivendo e predicando tra loro e per loro. Una scelta di vita forte e difficoltosa, che gli ha portato la diffidenza e l’ostilità del governo messicano e di una parte della Chiesa, ma che soprattutto gli ha donato il ruolo di difensore dei diritti e della cultura dei popoli indios dell’intera America latina.
 
“E’ stato un caffè troppo amaro bevuto durante una delle mie prime visite pastorali nella casa di un proprietario terriero che mi ospitava a farmi aprire gli occhi. Ne ricordo ancora perfettamente il sapore – racconta don Ruiz in un italiano spagnoleggiante che rende il suo racconto vivacemente musicale. Fino a quel momento, e vi parlo degli anni Sessanta, ero come i pesci che tengono gli occhi aperti quando dormono. Guardavo e non vedevo. Quel giorno fui come folgorato. Durante quella conversazione sorseggiando caffè seppi che alle quindici povere comunità indios della zona, i ricchi proprietari avevano estorto una tassa per ben cinque mesi, convincendoli che sarebbe servita ad accogliere il nuovo vescovo in arrivo. Quella nera bevanda offertami come benevenuto era frutto di un inganno, grave e indecente, che nascondeva un mondo di sfruttamenti e ingiustizie”.
 
Da quel giorno non ebbe più dubbi. Il giovane vescovo scelse di sposare la causa indigena, e lo fece non solo con l’impegno religioso, bensì dal punto di vista sociale e politico. “Capii che avrei dovuto fare tutto quanto in mio potere per far riacquistare a questa gente la dignità e l’autostima – riprende a raccontare, con voce commossa -. Aiutarli a superare la miseria e a veder riconsciuti i propri diritti di cittadinanza al pari di tutti i messicani fu per me imperativo”. E così, comunità distanti giorni di cammino lo videro da quel momento arrivare a cavallo, a piedi, a dorso di mulo, lo videro dormire nelle capanne o all’aria aperta. Imparò le decine di idiomi indios “che non si assomigliano minimamente l’uno con l’altro”, e si calò anima e corpo in quel territorio variegato dalle tante culture, ricchezza unica e inestimabile del Chiapas, e dell’America latina in sé. “Assistivo a episodi incredibili – riprende -. Uomini legati agli alberi e bastonati per aver lavorato non più di otto ore; indios uccisi come animali; famiglie senza più casa né animali perché non in grado di restituire cinque pesos presi in prestito. E ovunque impunità. Come non rivoltarsi a tanta barbarie?”.
 
E così fu. Nel 1994 scoppiò la rivolta indigena e il Tatic fu naturalmente additato dai potentati locali e dal governo – che non lo vedevano certo di buon occhio – come responsabile morale dell’insurrezione. “Un mio collaboratore e amico fu perfino accusato di essere il subcomandante Marcos – precisa Ruiz -. Ma io non mi arresi. Continuai a lavorare imperterrito e ad amare i miei fedeli e, adesso, pensare che tra i catechisti gli indigeni sono a centinaia mi riempie il cuore di gioia. Come ha detto Gesù la chiesa è dei poveri e io è per loro e con loro che ho vissuto. Come precisato durante la Conferenza episcopale dell’America Latina avvenuta sull’onda del Concilio Vaticano Secondo, il Vangelo avrebbe dovuto essere annunciato a coloro che non avevano più dignità. E chi più degli indios, stranieri in terra propria, è costretto a vivere in questa miserabile condizione”.
 
Per quaranta anni ha dunque cercato di essere un uomo di pace e di dialogo, tanto da guadagnarsi la nomina al premio Nobel per la Pace. E adesso?
 
“Continuo con le mie povere forze a sperare e a diffondere una cultura di pace. Sono pieno di speranza. Un segnale evidente che ci stiamo incamminando verso una nuova epoca sono le mobilitazioni mondiali contro l’invasione dell’Iraq da parte degli Usa e dei suoi alleati. Un movimento di enorme potenza, che per la sua capacità di convocare la gente e per i risultati raggiunti supera i movimenti di massa tradizionali. Abbiamo assistito all’evento di massa più grande della storia dell’umanità. La separazione tra governi e popoli è sempre più evidente. Non solo. Da Seattle a Cancùn, i milioni di persone che hanno espresso il proprio rifiuto del sistema dominante sono un segnale forte e chiaro. Tutta quella gente ha detto che un altro mondo è necessario, che un altro tipo di società è possibile e che tutto ciò è urgente. Come è scritto nella Bibbia La nostra salvezza è oggi più vicina… La notte avanza; il giorno è vicino (Rom. 13, 11) ”.
 
Stella Spinelli
Categoria: Diritti, Popoli
Luogo: Messico