
In appena sei mesi il Gambia ha perso uno dei suoi migliori giornalisti, Deyda
Hydara, e un autorevole giornale,
The Independent. Il primo è stato ucciso da alcuni sicari alla fine dello scorso anno nella
capitale Banjul. Il secondo è stato costretto a chiudere a inizio maggio dopo
le ripetute minacce e attacchi ai suoi cronisti e all'incendio doloso della sua
tipografia.
In comune Hydara – fondatore del periodico The Point, oltre che corrispondente della Agence France Presse – e i redattori del periodico The Independent avevano una cosa: entrambi credevano in una stampa indipendente e libera. E
non di rado esprimevano il proprio dissenso nei confronti del governo di Yahya
Jammeh, presidente della piccola ex-colonia britannica interamente circondata
dal Senegal.
Diversi fatti di cronaca negli ultimi anni hanno spinto diverse organizzazioni
internazionali per la difesa della stampa a condannare l’atmosfera restrittiva
e oppressiva che rende sempre più difficile l’attività del giornalismo indipendente
a Banjul e dintorni: attacchi e minacce a cronisti o atti vandalici contro le
redazioni dei giornali, affiancate all’inasprimento delle sanzioni penali contro
chi si macchia di presunta calunnia o diffamazione hanno fatto entrare il governo
gambiano nella lista nera dei Predators of Press, i nemici della stampa.
Morte di un giornalista. Sebbene non si abbiano prove concrete su chi siano i mandanti dei sicari che
hanno freddato l’editorialista Deyda Hydara alle 10 di sera del 16 dicembre scorso
a Sankung Sillah Street, sono in molti a sospettare che dietro l’omicidio ci sia
la mano di qualche membro del governo. Hydara, che aveva 58 anni, era famoso per
le sue inchieste sulla corruzione nelle alte sfere politiche e per i suoi editoriali,
in cui non esitava ad attaccare il presidente Jammeh, salito al potere nel 1994
grazie a un colpo di stato.
L’omicidio del giornalista ha provocato la reazione dei colleghi gambiani e delle
organizzazioni internazionali per la libertà di stampa, come il Committee to Protect Journalists (Cpj), Reporters Sans Frontieres (Rsf) e l’International Press Institute (Ipi). Che continuano a denunciare quanto poco si sia fatto finora per trovare
i colpevoli. I colleghi di Hydara lo ricordano come un intellettuale che per il
suo lavoro era divenuto l’icona del mestiere di giornalista in Gambia: uno che
sapeva tutto e conosceva tutti, determinato, che non accettava alcun compromesso.
Un idolo per i giovani cronisti. Un nemico da eliminare per qualcun altro.
Tipografia in fiamme. Dal 6 maggio scorso i lettori del
The Independent sono costretti a leggere qualcos'altro. Il giornale e i suoi cronisti sono stati
più volte vittime di attacchi da parte di squadracce di esagitati, che avevano
appiccato un incendio alla tipografia del bi-settimanale nell’aprile 2004. In
seguito il periodico aveva ottenuto l'aiuto del quotidiano filo-governativo
The Observer, che aveva prestato i macchinari all’
Independent per alcuni mesi, e poi rotto inspiegabilmente l’accordo tre settimane fa. “Avevamo
trovato anche una società tipografica disposta a stampare i nostri numeri – ha
raccontato a PeaceReporter Musa Saidykhan, redattore del periodico – ma hanno
ricevuto minacce anonime e si sono rifiutati”. Contattati telefonicamente a Banjul
i responsabili della società tipografica, chiamata UltraSoft, si sono rifiutati
di dare commenti di alcun tipo sulla questione. “Ora stiamo cercando di aprire
una redazione in Senegal – continua Saidykhan – dove saremo più al sicuro. Eravamo
stati attaccati fin troppo spesso”. In effetti
The Independent era da due anni nell’occhio del ciclone. Più di un suo redattore aveva subito
intimidazioni e percosse e negli ultimi tempi le minacciose lettere anonime pervenute
alla redazione avevano lasciato intendere che era il momento di cambiare aria.
Stampa imbrigliata. Se da un lato il giornalismo indipendente in Gambia è nel mirino di bande di
criminali e di estremisti sostenitori del presidente, dall’altro la legge non
fa molto per tutelare i giornalisti. Dall’anno scorso le tasse da pagare per aprire
un giornale sono quintuplicate e le sanzioni contro i giornalisti che si macchiano
di diffamazione si sono inasprite. “Adesso chi viene denunciato per diffamazione
rischia un minimo di sei mesi per la prima condanna e di tre anni per la seconda
- dice da Banjul Demba Jawo, amministratore della Gambia Press Union, il sindacato
giornalisti del Gambia - " E’ un chiaro tentativo di intimidire i giornalisti”.
Anche
lui è stato vittima di minacce da parte del sedicente gruppo dei Green Boys, che
il 7 luglio scorso gli hanno mandato un fax intimandolo di evitare accuse e polemiche
contro ‘il nostro presidente’, se non voleva finire ‘in pasto ai cani e agli avvoltoi’.
“Ma non ci faremo mettere i piedi in testa da nessuno - insiste Jawo - Deyda Hydara
e quelli come lui rimarranno esempi da seguire”.
Anche secondo David Dadge, esperto di stampa africana presso l’International Press Institute di Vienna, le restrizioni imposte sulla stampa gambiana sono sempre più severe.
“Negli ultimi quattro o cinque anni le relazioni tra governo e stampa indipendente
si sono deteriorate – spiega Dadge – e molti tra coloro che attaccano giornali
e giornalisti sono ancora a piede libero. Certo, quella del Gambia non è una situazione
paragonabile all’Eritrea o allo Zimbabwe, i cui governi hanno in pratica dichiarato
guerra alla stampa. Ma se non si interviene in tempo la situazione rischia di
peggiorare”.