20/12/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Parla il direttore della Ong italiana che ha individuato il luogo di detenzione dei profughi e che da anni segue il problema dei sequestri e dei traffici nella regione egiziana

Il paradosso è che di questo sequestro si sa tutto, anche dove sono tenuti gli ostaggi eppure l'esercito egiziano ma anche chi è il loro sequestratore. Roberto Malini, condirettore di EveryOne Group, l'organizzazione non governativa in prima linea per la liberazione dei 250 ostaggi, racconta a Peacereporter come il suo gruppo è arrivato a localizzare il covo, chi è il trafficante che li ha presi inostaggio e quali interessi siano in gioco. Intanto, i contatti con i prigionieri, cui i trafficanti avevano lasciato i cellulari perché premessero sulle famiglie per il pagamento del riscatto, si sono interrotti. Da diversi giorni non risponde nemmeno il collaboratore eritreo della Ong, che era riuscito a trovare i profughi. Il suo numero lo avevano solo alcuni operatori umanitari, europarlamentari, il ministro degli Interni egiziano e il procuratore generale.

Voi avete fornito informazioni molto precise sul luogo di detenzione: ma come avete fatto a identificarlo?
Perché alcuni profughi sono riusciti a vedere una moschea nelle immediate vicinanze e infatti ogni giorno sentono il muezzin. Hanno visto inoltre una chiesa copta trasformata in scuola e poi un palazzo governativo egiziano della città di Rafa. Una zona ben conosciuta e facilmente identificabile, tanto è vero che noi stessi l'abbiamo individuata e comunicata alle autorità egiziane. Più precisamente, sono stati portati in una località a sud di Rafa, lungo la linea Philadelphia, quella in cui si aprono i tunnel verso l'altra parte di Rafa, in un luogo recintato, in un frutteto, dove hanno trovato dei container in cui sono stati sistemati in gruppi di 25. Sono stati incatenati, in modo che non potessero fuggire e costretti a chiedere ai loro parenti di pagare il riscatto.

L'Egitto sostiene che questi profughi non esistono, che è tutta propaganda.
Uno degli ostaggi è entrato in contatto con la sezione israeliana dei Medici per i Diritti Umani, la quale ha confermato che questi profughi esistono, erano 250, adesso sono circa 150 e sono in condizioni disumane. Quindi esistono, la vicenda purtroppo è reale e nemmeno nuova. Noi abbiamo ricevuto più volte questi profughi provenienti dal Sinai e abbiamo raccolto le stesse testimonianze: il frutteto, i prigionieri divisi in container; le uccisioni, le torture, le estorsioni continue sono state documentate in Israele più volte. Le stesse informazioni sono apparse su articoli di Hareetz e del Jerusalem Post.

Gli altri 100 dove sono finiti?
Dopo la nostra proposta di recarci a Rafa, nella notte c'è stato uno spostamento di 100 individui verso una nuova località Noi non siamo più riusciti a contattarli perché probabilmente sono stati tolti loro i cellulari. Comunque siamo certi che adesso si trovino in terriorio palestinese. 

Voi non avete solo detto dove si trovano gli ostaggi ma avete fatto anche il nome del presunto capo della banda di trafficanti. Chi è?
S chiama Abu Khaled, le nostre indagini lo hanno verificato; abbiamo in mano documenti che dicono che è lui il trafficante che adesso ha in mano gli ostaggi, che ne ha uccisi alcuni, che ha inflitto e fatto infliggere torture, che ha stuprato donne e ne ha fatte stuprare da altri, che traffica in esseri umani. E' un beduino palestinese, appartenente alla tribù dei Rashaida. E' padre di sette figli, vive a Rafa e in Palestina è un notabile. E' stato molto vicino al presidente dell'Autorità palestinese, è un uomo molto importante, può fare quello che vuole nel territorio palestinese, può muoversi tranquillamente nella città di Rafa e in Egitto perché gode delle coperture sufficienti per poterlo fare. Comanda una ventina di uomini e possiede un tunnel suo, uno dei principali per il contrabbando ed è considerato un eroe da Hamas perché utilizza questo traffico per finanziare il movimento.

Si tratta di accuse molto pesanti, non crede?
Ma queste cose non è che ce le diciamo noi; le dice lui stesso in interviste concesse al britannico Telegraph, al The National di Abu Dhabi e ad altre testate.

Avete informazioni molto circostanziate che suppongo siano note anche ai governi dell'area, eppure i traffici continuano senza problema.
Perché non riusciamo a fermare questo traffico? Perché dietro c'è qualcosa di molto grosso. Se noi pensiamo che ogni anno minimo 10 mila profughi cadono nelle mani di queste reti e che ognuno di loro può fruttare quattro-cinquemila dollari, arriviamo a un totale di diversi milioni, con cui si possono finanziare attività terroristiche. Sappiamo tutto del traffico, di come vengono trasportati i prigionieri lungo i tunnel, dei runners, dei campi profughi palestinesi in cui vengono sistemati in attesa del pagamento del riscatto. Sappiamo anche cosa patiscono questi disperati: ce lo dicono anche i rapporti di Medici per i diritti umani, che hanno riscontrato segni di torture, bruciature, stupri, gravidanze e aborti causati dai predoni, testimonianze di omicidi. Lo stato psicologico dei profughi devastato dalle continue minacce ed estorsioni.

Voi avete denunciato anche un altro traffico inquietante oltre a quello di esseri umani.
Ci sono testimonianze su un traffico d'organi; in territorio palestinese ci sono laboratori in contatto probabilmente con la mafia russa e con la criminalità israeliana che trafficano in organi destinati a clienti in occidente: sono quelli dei profughi che non possono pagare la cifra pretesa dai trafficanti. Noi temevamo che tutti e cento facessero questa fine. Sappiamo di per certo che quattro di loro sono stati trasferiti in questi laboratori e che non sono più tornati. Purtroppo il traffico di esseri umani quasi sempre coincide con uno parallelo di organi. 

Alberto Tundo

 

Categoria: Diritti, Tortura, Profughi, Armi
Luogo: Egitto