16/12/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo due anni di inchiesta Dick Marty presenta al Consiglio d'Europa il rapporto sul traffico d'organi in Kosovo

In ventisette pagine, l'incaricato del Consiglio d'Europa, Dick Marty, restituisce un ritratto impietoso degli ultimi dodici anni di storia kosovara; in maniera impietosa descrive un sistema criminale che, di fatto, si trova alla base del sistema politico kosovaro; impietosamente fa i nomi, uno a uno, degli attori che recitano la farsa politico-criminale di Pristina, partendo dalla base per arrivare su, su fino al vertice, alla testa del serpente: Hashim Thaçi.

Tutto ruoterebbe intorno all'ex comandante politico dell'Uçk - l'esercito di liberazione del Kosovo - e allo zoccolo duro del suo "Gruppo di Drenica", inizialmente una squadra paramilitare impegnata nella guerra contro le forze serbe che a mano a mano si è trasformato in un sodalizio affaristico-criminale di proporzioni gigantesche. Al Gruppo di Drenica e a Hashim Thaçi, Dick Marty fa risalire i traffici di stupefacenti, armi, prostituzione; il traffico di esseri umani e quello d'organi.

A oggi, si legge nel rapporto, mancano all'appello ancora 1869 persone. Di queste, 470 sono scomparse dopo l'arrivo delle truppe Kfor - il 12 giugno 1999 - e si tratta di 95 kosovaro albanesi e 375 non albanesi, prevalentemente serbi.

Il rapporto non risparmia gli attori internazionali presenti sul territorio dalla fine della guerra.

La scelta dell'Unmik e della Kfor - dettata dalla comunità internazionale, Stati Uniti in testa - è stata quella di raggiungere una stabilità immediata, a qualsiasi prezzo; ciò significando anche con il sacrificio dei più basilari principi di giustizia.

Siamo arrivati alla "verità processuale" troppo in fretta: le vittime sono tutte da una parte - i kosovaro albanesi; i carnefici tutti dall'altra - i serbi. A questa forma d'ingiustizia, Dick Marty ritiene che il Consiglio d'Europa non debba sottostare. Troppe persone sono in attesa di giustizia e verità, appese a un filo di speranza o naufraghe nella disperazione. E non può aver senso che alcuni rappresentanti internazionali presenti in Kosovo possano respingere le richieste di collaborazione perché, in fondo, "il passato è passato, bisogna guardare al futuro".

Marty non nasconde la sua indignazione nel costatare che tutti i governi occidentali fossero informati delle attività di Thaçi e del gruppo Drenica. Esistono in materia, rapporti della Dea e del Fbi, dei servizi segreti tedeschi, italiani, britannici e greci. Nonostante ciò tutti resteranno impuniti: non solo Thaçi, ma anche Xhavit Haliti, Kadri Veseli, Azem Syla e Fatmjr Limaj.

Impuniti. Anche per due tipi di crimini, se possibile, più spregevoli degli altri: al gruppo Drenica, Marty attribuisce le responsabilità maggiori per la gestione dei campi di prigionia in Albania e l'estrazione e traffico di organi vitali.

I campi di prigionia individuati sono sei, tutti in Albania: Cahan, Durazzo, Kukes, Bicaj, Rripe (Burrel) e - novità importante, un sito in Fushe-Kruje dove, si ritiene, fossero praticati gli espianti.    

Dopo il 12 giugno del 1999 gli uomini dell'Uçk continuarono a usare i campi di prigionia a scopo di vendetta, punizione e profitto. Diversi "affiliati" all'Uçk rivelano a Marty che nei mesi successivi alla fine della guerra hanno personalmente trasportato in Albania decine di prigionieri - per lo più serbi - rapiti in Kosovo

Tre testimoni - separatamente - hanno fatto riferimento alla cosiddetta "Casa gialla" di Rripe. Secondo le ricostruzioni, la casa della famiglia Katuci sarebbe stata occupata dagli uomini dell'Uçk - riconducibili tutti a Thaçi - che per circa un anno dal luglio 1999 alla primavera del 2000 hanno gestito il traffico di prigionieri. La "Casa gialla" costituiva uno snodo importante nel traffico degli organi. Era lì che si facevano le analisi del sangue e dei tessuti per verificare le compatibilità e le condizioni fisiche dei prigionieri. Quando arrivava la richiesta di un organo, un corriere arrivava per prelevare il soggetto e trasferirlo a Fushe-Kruje. Alcuni autisti raccontano lo strazio del viaggio e i lamenti dei prigionieri rinchiusi e legati nel cassone del camion. Pare che molti fossero consapevoli del destino che li attendeva. A Fushe-Kruje, dopo un breve periodo di assestamento e cure sanitarie, i soggetti da espiantare erano portati all'esterno: un colpo di arma da fuoco alla testa e subito in sala operatoria. Secondo alcuni autorevoli chirurghi interpellati da Marty, tutte le procedure sono compatibili con la pratica degli espianti e, senz'altro il prelievo da cadavere è molto più semplice che da un paziente vivo.

La consapevolezza e la conoscenza del sistema sociale albanese (e forse anche delle generose coperture prestate dalla comunità internazionale) fanno dire a Marty che difficilmente Hashim Thaçi sarà chiamato a rispondere delle sue responsabilità e dei suoi crimini. La testa del serpente rimarrà, salda, al suo posto

 

Nicola Sessa

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