In Mongolia l'industria
mineraria cresce anche attraverso il lavoro dei bambini. Nel Paese asiatico i
minori pascolano il bestiame nelle steppe, riciclano e rivendono i rifiuti
delle discariche, ma soprattutto sono impiegati in cave e miniere. Lo denuncia
l'
International labour
organization (Ilo) delle Nazioni Unite. Nelle miniere di carbone molti
piccoli fanno turni di notte. In quelle d'oro rappresentano il 10-15 per cento
della forza lavoro. Il 62 per cento di loro ha meno di quindici anni e in media
ha cominciato a lavorare a dodici. In gran parte aiutano i genitori o gli amici
e il 35 per cento non va a scuola. Nonostante in Mongolia l'istruzione sia
obbligatoria e gratuita fino ai sedici anni, molti ragazzi vivono in zone
troppo isolate per raggiungere le scuole in cui spesso, tra l'altro, mancano i
maestri e gli strumenti necessari all'insegnamento. La povertà colpisce un
terzo della popolazione mongola e costringe sia gli adulti sia i bambini a
cercare lavori occasionali. In città la disoccupazione raggiunge il 25 per
cento e la gente mendica per le strade.
I rischi per la salute. In Mongolia le leggi sul lavoro minorile, già alquanto carenti, non sono
rispettate. Ai ragazzi è vietato svolgere lavori faticosi e pericolosi, ma sono
centinaia quelli che scavano nei tunnel e trasportano carichi pesanti nelle
miniere di pietre dure. I rischi per la salute sono altissimi: oltre a spezzare
e macinare i minerali, i piccoli minatori devono fondere le pietre e bruciarle
con il mercurio, una sostanza che può provocare intossicazioni croniche. Oltre
il 30 per cento dei minori che utilizza il mercurio riporta sintomi da
avvelenamento. Nelle cave, d'altra parte, lo sforzo è enorme: per ore gli
operai scavano, trasportano la ghiaia e la setacciano.
Piccoli minatori in tutto il mondo. Il governo mongolo non ha ancora ratificato le Convenzioni sul lavoro forzato
e
sull'abolizione di quest'ultimo, ma prevede di farlo entro la fine del 2006. Un
obiettivo improrogabile secondo l'Ilo che il 12 giugno prossimo celebrerà la
"Giornata mondiale contro il lavoro minorile". L'agenzia Onu riporta
che, dalle miniere di diamanti dell'Africa a quelle di pietre dure dell'Asia e
di carbone del Sud America, i bambini minatori al mondo sono circa un milione.
Nel Paese asiatico - grande tre volte la Francia, ma con solo 3 milioni di
abitanti - non esiste però ancora una legge che proibisca il traffico di esseri
umani di cui sono soprattutto vittime bambini e donne. Secondo alcune
testimonianze diverse ragazze mongole tra i 14 e i 28 anni sono vendute nei
Paesi asiatici e nell'Est europeo.
Storia recente e povertà. Per
comprendere le ragioni della miseria e del degrado della Mongolia
bisogna
ripercorrere il suo recente passato. Dopo settant'anni di comunismo,
con il
crollo dell'Unione Sovietica nel 1989 il Paese asiatico ha intrapreso
un brusco
cammino di liberalizzazione. La transizione da un'economia pianificata
a una di
mercato si è tradotta in una disgregazione del tessuto economico e
sociale. Il
governo ha imposto tagli ai servizi sanitari e scolastici. Attualmente
al
potere in Mongolia c'è ancora il Partito rivoluzionario del popolo
mongolo
(Mprp), nato nel 1924 sotto il controllo dell'Urss di Lenin. I
risultati delle
ultime elezioni (giugno 2004) e le proteste del marzo scorso contro la
corruzione delle autorità e a favore delle elezioni anticipate,
tuttavia,
dimostrano che il vecchio Mprp sta perdendo progressivamente consensi.
Oggi, 22 maggio si elegge tra l'altro il nuovo presidente e i risultati
sono imprevedibili. A
preoccupare la popolazione è l'emergenza fame, confermata dai dati
Unicef del
2003: il 13 per cento dei bambini sotto i cinque anni è denutrito, l'8
per
cento lo è già alla nascita e il 25 per cento registra un ritardo nella
crescita.
Venti gelidi e carestie. Negli ultimi anni anche le condizioni climatiche hanno contribuito a mettere
in
ginocchio il Paese che vive soprattutto di pastorizia. I venti gelidi che
possono colpire queste terre, gli dzuud, hanno soffiato per due anni
consecutivi (2000-2002), alternati da mesi di siccità durante l'estate. Gli
altipiani a migliaia di metri d'altitudine si sono inariditi e la produzione di
foraggio è molto diminuita. Per questo sono morti un milione di bovini, risorsa
primaria per le 70 mila famiglie delle steppe. Molti nomadi sono stati
costretti ad abbandonare le campagne e sono emigrati verso la capitale Ulan
Bator, dove dopo il 1999 la popolazione è quasi raddoppiata.