Un operatore elettorale Onu raccoglie i dubbi degli anziani di un villaggio di montagna
Scritto per noi
da Tommaso Merlo*
Quando le piste che attraversano le montagne del Badakhshan
diventano sentieri, si deve proseguire a dorso di mulo. Dopo una settimana di
marcia tra queste verdi vallate si raggiunge Jamaly, un centinaio di case di
fango sulla riva del fiume.
L’arrivo di noi europei interrompe la routine che scandisce la vita di queste
popolazioni montanare.
A cena dal
capovillaggio. Una sera veniamo invitati a cena nella casa di Ahmed, il
capo del villaggio.
Gli uomini del villaggio si accalcano nella saletta mangiandosi con gli occhi
gli ospiti, noi. Mentre le donne, relegate dietro le quinte, si affannano in
cucina avide di notizie. Cordialità e buon cibo addolciscono un’atmosfera
d’altri tempi, mentre la conversazione scivola rapidamente sull’argomento del
momento, le prossime elezioni parlamentari, previste per il 18 settembre.
Elezioni ben diverse da quelle che nell’ottobre del 2004 confermarono
alla presidenza Hamid Karzai, l’uomo emerso dagli accordi di Bonn del 2001 in
cui le forze vincitrici della guerra tracciarono la fisionomia di un nuovo
Afghanistan.
Quest’anno si elegge democraticamente il primo parlamento afgano della storia,
la
Wolesi Jirga e la
Meshrano Jirga. In ogni provincia
dell’Afghanistan la macchina Onu si è messa in moto con quasi cinquecento
stranieri e oltre mille afgani che hanno aperto gli uffici Jemb (Joint
Electoral Management Boby), giá impegnati a raccogliere le prime candidature.
Organizzazione inadeguata. Asif, il
direttore della scuola di Jamaly, sostiene che raccogliere 300 firme (quelle
necessarie per convalidare un candidatura) in un villaggio di mille abitanti è
impresa
assai difficile. Soprattutto con più candidati. E una volta raccolte, le firme
poi bisogna portarle giù in città: un viaggio di una settimana con il mulo e poi
tre giorni di pista. Le scadenze sono troppo vicine.
Per non parlare poi dei kuci, le popolazioni nomadi che voteranno per la prima
volta: vivono in comunità troppo esigue per quel numero di firme.
Anche il deposito necessario per candidarsi non convince.
Il mullah del villaggio sostiene che 200 dollari sono una cifra troppo elevata,
almeno qui dove il reddito medio è di un dollaro al giorno.
I signori con la
pistola. Ma non sono le procedure elettorali a preoccupare gli anziani di
Jamaly.
La conversazione si fa tesa quando Wais cita i “signori con
la pistola”, i signori della guerra e dell’oppio.
L’anno scorso la coltivazione di oppio in Afghanistan ha dato lavoro a quasi
tre milioni di persone per un giro d’affari di 2,8 miliardi di dollari, il 40
per cento del pil afgano. E il Badakhshan è la provincia a più alta produzione
per ettaro anche grazie all’inaccessibilità di queste vallate.
Per Wais democrazia significa anche dover rinunciare alla propria volontà a
favore di quella collettiva, e i “signori con la pistola” difficilmente
rinunceranno ai loro privilegi in base a nobili principi. A Jamaly nessuno
sembra credere che le elezioni garantiranno uguaglianza tra cittadini. Secondo
loro per quella ci vorranno secoli.
“Poi c’é da tenere in conto Kabul”, dice Najib, ex soldato
di Massoud. “Siamo sicuri che l’establishment politico voglia veramente libere
elezioni?
Siamo sicuri che la classe dirigente nata sotto la protezione americana voglia
la
nascita di un parlamento forte?”.
Di fatto il sistema di voto scelto dal governo filoamericano scavalca i partiti
a favore di candidati individuali e gli esperti temono un parlamento debole
perché frammentato nelle diciannove etnie che popolano il paese.
Il sud fuori dal
processo elettorale. “I tempi del presidente Karzai sindaco di Kabul forse sono
finiti - dice Najib - ma vaste aree del Paese sono ancora completamente fuori
dal controllo governativo. Le regioni pasthun lungo il confine con il Pakistan
sono teatro di scontri continui tra guerriglieri talebani e forze governative
e
le cronache delle ultime settimane parlano di centinaia di morti.
Nella saletta stracolma si diffonde un certo imbarazzo
quando Asif chiede conto della cronaca recente. Pare che in quel di Guantanamo
i soldati americani abbiano gettato il Corano nel gabinetto, e appena i media
afgani hanno riportato la notizia, le strade di Jalalabad si sono riempite di
manifestanti inferociti. Sono seguite manifestazioni anche in città fuori
dall’influenza talebana, e gli scontri tra i manifestanti e forze dell’ordine
hanno causato morti tra i manifestanti. Il personale delle organizzazioni internazionali
ha abbandonato le città insorte, compresi gli addetti Onu alle elezioni,
facendo cosi temere che anche quest’anno parte del paese verrà escluso dal
processo elettorale.
Le elezioni non bastano. La presenza occidentale è portatrice di idee che
si scontrano inevitabilmente con la struttura sociale afgana. L’infiltrazione
straniera destabilizza gli equilibri millenari causando una naturale reazione.
E se la democrazia è intesa come insieme di valori e princìpi, come traguardo
culturale prima ancora che politico, allora non sarà certo una tornata
elettorale a introdurre la democrazia in Afghanistan.
Senza una piena e consapevole partecipazione della società afgana, appena le
truppe straniere lasceranno il paese tutto tornerà come prima.
Con queste tempestose contraddizioni e conflittualità avranno forse luogo le
prime elezioni parlamentari della storia di questo Paese.
Ma la notte incombe sull’Afghanistan. Anche qui a Jamaly.