20/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un operatore elettorale Onu raccoglie i dubbi degli anziani di un villaggio di montagna
Scritto per noi
da Tommaso Merlo*
 
Quando le piste che attraversano le montagne del Badakhshan diventano sentieri, si deve proseguire a dorso di mulo. Dopo una settimana di marcia tra queste verdi vallate si raggiunge Jamaly, un centinaio di case di fango sulla riva del fiume.
L’arrivo di noi europei interrompe la routine che scandisce la vita di queste popolazioni montanare.
 
Paesaggio del Badakhshan A cena dal capovillaggio. Una sera veniamo invitati a cena nella casa di Ahmed, il capo del villaggio.
Gli uomini del villaggio si accalcano nella saletta mangiandosi con gli occhi gli ospiti, noi. Mentre le donne, relegate dietro le quinte, si affannano in cucina avide di notizie. Cordialità e buon cibo addolciscono un’atmosfera d’altri tempi, mentre la conversazione scivola rapidamente sull’argomento del momento, le prossime elezioni parlamentari, previste per il 18 settembre.
Elezioni ben diverse da quelle che nell’ottobre del 2004 confermarono alla presidenza Hamid Karzai, l’uomo emerso dagli accordi di Bonn del 2001 in cui le forze vincitrici della guerra tracciarono la fisionomia di un nuovo Afghanistan.
Quest’anno si elegge democraticamente il primo parlamento afgano della storia, la Wolesi Jirga e la Meshrano Jirga. In ogni provincia dell’Afghanistan la macchina Onu si è messa in moto con quasi cinquecento stranieri e oltre mille afgani che hanno aperto gli uffici Jemb (Joint Electoral Management Boby), giá impegnati a raccogliere le prime candidature.

Una donna afgana alle scorse elezioniOrganizzazione inadeguata. Asif, il direttore della scuola di Jamaly, sostiene che raccogliere 300 firme (quelle necessarie per convalidare un candidatura) in un villaggio di mille abitanti è impresa assai difficile. Soprattutto con più candidati. E una volta raccolte, le firme poi bisogna portarle giù in città: un viaggio di una settimana con il mulo e poi tre giorni di pista. Le scadenze sono troppo vicine.
Per non parlare poi dei kuci, le popolazioni nomadi che voteranno per la prima volta: vivono in comunità troppo esigue per quel numero di firme.
Anche il deposito necessario per candidarsi non convince.
Il mullah del villaggio sostiene che 200 dollari sono una cifra troppo elevata, almeno qui dove il reddito medio è di un dollaro al giorno.
 
Piantagione d'oppio in Badakhshan I signori con la pistola. Ma non sono le procedure elettorali a preoccupare gli anziani di Jamaly.
La conversazione si fa tesa quando Wais cita i “signori con la pistola”, i signori della guerra e dell’oppio.
L’anno scorso la coltivazione di oppio in Afghanistan ha dato lavoro a quasi tre milioni di persone per un giro d’affari di 2,8 miliardi di dollari, il 40 per cento del pil afgano. E il Badakhshan è la provincia a più alta produzione per ettaro anche grazie all’inaccessibilità di queste vallate.
Per Wais democrazia significa anche dover rinunciare alla propria volontà a favore di quella collettiva, e i “signori con la pistola” difficilmente rinunceranno ai loro privilegi in base a nobili principi. A Jamaly nessuno sembra credere che le elezioni garantiranno uguaglianza tra cittadini. Secondo loro per quella ci vorranno secoli.
“Poi c’é da tenere in conto Kabul”, dice Najib, ex soldato di Massoud. “Siamo sicuri che l’establishment politico voglia veramente libere elezioni? Siamo sicuri che la classe dirigente nata sotto la protezione americana voglia la nascita di un parlamento forte?”.
Di fatto il sistema di voto scelto dal governo filoamericano scavalca i partiti a favore di candidati individuali e gli esperti temono un parlamento debole perché frammentato nelle diciannove etnie che popolano il paese.
 
Afgani al voto lo scorso ottobreIl sud fuori dal processo elettorale. “I tempi del presidente Karzai sindaco di Kabul forse sono finiti - dice Najib - ma vaste aree del Paese sono ancora completamente fuori dal controllo governativo. Le regioni pasthun lungo il confine con il Pakistan sono teatro di scontri continui tra guerriglieri talebani e forze governative e le cronache delle ultime settimane parlano di centinaia di morti.
Nella saletta stracolma si diffonde un certo imbarazzo quando Asif chiede conto della cronaca recente. Pare che in quel di Guantanamo i soldati americani abbiano gettato il Corano nel gabinetto, e appena i media afgani hanno riportato la notizia, le strade di Jalalabad si sono riempite di manifestanti inferociti. Sono seguite manifestazioni anche in città fuori dall’influenza talebana, e gli scontri tra i manifestanti e forze dell’ordine hanno causato morti tra i manifestanti. Il personale delle organizzazioni internazionali ha abbandonato le città insorte, compresi gli addetti Onu alle elezioni, facendo cosi temere che anche quest’anno parte del paese verrà escluso dal processo elettorale.

Hamid Karzai con George Bush Le elezioni non bastano.
La presenza occidentale è portatrice di idee che si scontrano inevitabilmente con la struttura sociale afgana. L’infiltrazione straniera destabilizza gli equilibri millenari causando una naturale reazione. E se la democrazia è intesa come insieme di valori e princìpi, come traguardo culturale prima ancora che politico, allora non sarà certo una tornata elettorale a introdurre la democrazia in Afghanistan.
Senza una piena e consapevole partecipazione della società afgana, appena le truppe straniere lasceranno il paese tutto tornerà come prima.
Con queste tempestose contraddizioni e conflittualità avranno forse luogo le prime elezioni parlamentari della storia di questo Paese.
Ma la notte incombe sull’Afghanistan. Anche qui a Jamaly.
 
Categoria: Elezioni, Popoli
Luogo: Afghanistan
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