08/12/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



"SocietÓ progressista", nazionalista e maoista Ŕ un caso: pi¨ che i contenuti, colpisce il linguaggio

Potrebbe essere definito un sito hardcore, nel senso di estremo, violento. Si chiama Jìnbù Shèhuì (进步社会), "società progressista" e nell'header reca in bella vista l'immagine di un panda armato di Kalashnikov con una bandiera cinese sullo sfondo affiancato dal volto di Mao Zedong.

Destra? Sinistra? In Cina, anche le nostre categorie si mescolano, è più importante soffermarsi sui contenuti, organizzati in quattro categorie molto esplicite: "Impiccare gli schiavi dell'Occidente", "Media marci", "Il nuovo movimento di emancipazione ideologica", "Guerra soft".
Gli autori si definiscono "patriottici".

E' il nuovo fenomeno della Rete cinese e Globalvoices - il network internazionale di blogger - lo analizza accuratamente.
Ciò che colpisce di più gli utenti internet cinesi, che si esprimono nei forum e nei microblog di altri siti, non sono le posizioni politiche di "società progressista", per altro affini a quelle espresse da libri best-seller come Zhongguo keyi shuo bu ("La Cina può dire di no") e Zhongguo bu gaoxing ("La Cina è infelice").
A scioccare è il tono: la violenza verbale e il fatto che i contenuti "sensibili" non siano per il momento censurati.

Per esempio, gli "schiavi dell'Occidente" che andrebbero impiccati sono rappresentati con tanto di cappio al collo in un'immagine collettiva delle loro foto-tessera. Tra di loro, c'è l'arcinoto premio Nobel Liu Xiaobo, gli avvocati Teng Biao e Xu Zhiyong, promotori di Gongmeng (un'organizzazione che si batte per la realizzazione di un compiuto Stato di diritto in Cina), e altri.
Jìnbù Shèhuì punta il dito contro i "nemici" con toni che al popolo della Rete ricordano la Rivoluzione culturale, che in Cina è ormai sinonimo di ciò che non dovrà accadere mai più.
I media "marci" sono esplicitamente messi all'indice: sono il settimanale economico Jingji Guanchabao ("Osservatorio Economico"), il Nánfāng Rìbào ("Quotidiano del sud") e altri. Idem i giornalisti.

Gli internet user sono meravigliati proprio perchè le autorità non impediscono gli eccessi verbali del sito.
Nell'epoca della "società armoniosa" di Hu Jintao, infatti, la censura non colpisce solo la dissidenza ma, sempre di più, gli eccessi ultranazionalisti che vengono dal basso e che spesso trovano espressione in Rete.
Basti ricordare come all'epoca dei disordini in Tibet (2008) e Xinjiang (2009), le varie community online si riempirono di messaggi estremamente aggressivi e rabbiosi contro le minoranze etniche in rivolta. I funzionari governativi rimossero accuratamente i post più violenti.

Nei commenti di chi ha visitato il sito, si legge tra l'altro: "Sembra che stiamo avvicinandoci rapidamente alla Corea del Nord"; "Ho come la sensazione che la Cina stia diventando terreno fertile per il neofascismo"; "Sono curioso di vedere come il dipartimento della Propaganda si occuperà di questo sito"; "Non è adatto ai bambini, dovrebbe essere bloccato per via dei messaggi violenti"; "Il Giappone ha spettri di estrema destra, la Germania i neonazisti e noi abbiamo i maoisti di sinistra, stiamo davvero assimilandoci al mondo"; "E' terribile, dimostra che l'ideologia della Rivoluzione culturale gioca ancora un ruolo dominante in questo Paese".

Date le reazioni, è da escludere che un sito del genere sia ancora visibile perché rappresentativo delle posizioni del governo. Più facile che sia tutt'ora online per qualche oscuro gioco di equilibri all'interno dell'establishment.
O forse è un monito: "Attenzione, se non esercitiamo un rigido controllo, se lasciamo che le pulsioni profonde della Cina si esprimano, rischiamo questo".

Gabriele Battaglia

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