20/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Chavez vince, ma il prezzo del petrolio resta altissimo. Il parere di un esperto
scritto per noi da
Paola Erba 
 
 
PetrolioPrima del referendum, Chavez aveva dichiarato che in caso di sconfitta, il petrolio avrebbe potuto raggiungere i 50, 60, 100 dollari al barile. Oggi, chi temeva il peggio ha tirato un respiro di sollievo. Subito dopo la vittoria, il presidente ha promesso di garantire la stabilità della produzione di greggio, aggiungendo che "Nell'Opec, nessuno desidera un barile a quota 50 dollari". Ciononostante, il prezzo del greggio è rimasto ai massimi livelli, superando ieri i 47 dollari al barile.

A Giuseppe Sacco, professore di politica economica e internazionale alla Luiss di Roma, abbiamo chiesto il perché di questa situazione.

Almeno per ora, il referendum non sembra avere influito molto sul prezzo del petrolio, che resta altissimo. Come mai? Tutti si aspettavano la vittoria di Chavez. I mercati lo sapevano, non è stata una sorpresa.

Da cosa dipende, allora, il prezzo così alto? Quanto influiscono l’Iraq, la crisi della compagnia russa Yukos, il referendum in Venezuela? Influiscono, ma non sono la causa. Qualsiasi evento diventa influente in una situazione già tesa. Quella della Yukos è una crisi gestita da Putin. Non succederà nulla. A nessuno conviene. La crisi petrolifera di oggi -se così possiamo definirla - ha alla base motivi completamente diversi da quelli che provocarono le crisi del 1973 o degli anni 80. Lì c’era un problema di forniture. Oggi, al contrario, c'è crisi perché la domanda di petrolio, nel mondo, è altissima. L’Opec, l'organizzazione dei Paesi produttori di petrolio, sta pompando tutto quello che può, ma non può fare di più. Si dà la colpa alla Cina, al suo sviluppo. Se guardiamo bene, invece, sono gli Stati Uniti i più grandi consumatori di greggio: nel 2003, l’aumento della domanda di petrolio in Usa è stata maggiore che in Cina. E si deve principalmente ai trasporti, che negli States assorbono il 70 per cento del consumo di petrolio. E' un consumo che non sembra destinato a diminuire: sempre nel 2003, più del 50 per cento delle auto vendute negli USA sono state i cosiddetti suvs (sport utility vehicles), ovvero auto che consumano moltissimo. A riprova del fatto che la domanda è altissima, c’è che non solo il prezzo del petrolio, ma anche quello delle materie prime è altissimo: rame, nickel, piombo, stagno, carbone. A far lievitare i prezzi, poi, contribuisce la paura, dovuta alla situazione politica dei maggiori Paesi petroliferi: dei quasi 47 dollari al barile del costo attuale del petrolio, 37 dipendono da un mercato in tensione per l’altissima domanda, ma almeno 10 dalla paura. Si teme che da un momento all’ altro possa succedere qualcosa. E non è l’Iraq il paese più a rischio nel delicato equilibrio del mercato del greggio. E’ piuttosto l’Arabia Saudita, dove si concentra la stragrande maggioranza del petrolio del mondo. E dove la situazione politica interna è più instabile che mai. I timori sono molteplici: un’ondata di attacchi da parte dei radicali islamici contro i tecnici dei pozzi, attacchi agli stessi pozzi o agli oleodotti, un cambio di regime, un colpo si stato all’interno della famiglia al potere, la possibilità che il caos iracheno sconfini nel Paese, nel caso in cui le truppe della coalizione si ritirino.

E l’Iraq? Quella dell’Iraq è una crisi politica, come la Palestina, ma chi davvero influisce sul prezzo del petrolio, è l’Arabia Saudita.

C’è pericolo di un altro colpo di stato, in Venezuela? No. In questo momento, Chavez fa comodo agli States perché garantisce stabilità agli investitori. Non solo il governo venezuelano ha fatto varie concessioni a società straniere (l’ultimo, pochi giorni fa, con la Exxon, prevede un investimento di 3 miliardi di dollari per lo sfruttamento delle riserve di gas, n.d.r.), ma da quando è al potere, ha creato una società finanziaria nelle Bahamas, che serve a garantire gli investitori. Questa società si chiama PDVSA Finance. E' la finanziaria di PDVSA, l’industria statale del petrolio venezuelano. Il petrolio del Venezuela viene ceduto a questa società e poi mandato negli USA. PDVSA Finance, per statuto, paga prima gli interessi delle obbligazioni, i suoi creditori, e poi il petrolio. Pertanto, gli investitori (soprattutto statunitensi ed europei) sono supergarantiti. C’è poi un altro fatto: il colpo di stato a Chavez, nel del 2002, fallì non solo per il grande appoggio popolare di cui godeva e gode il presidente, ma anche perché il golpe non trovò sostegno a Washington. C’è una situazione curiosa nell’America Latina di oggi: negli anni ’70, gli Stati Uniti chiedevano sostegno alle destre locali per fare i colpi di stato e mettere al potere chi volevano. Oggi succede il contrario: sono le oligarchie locali (come è successo in Venezuela) a chiedere l’intervento degli Stati Uniti per togliere di mezzo chi è a loro scomodo. E questo intervento, a volte c’è, a volte no, in base alla convenienza.

Cambierà il prezzo del petrolio, dopo la vittoria di Chavez? Resterà alto. Tenere alto il prezzo del petrolio, conviene a tutti. Quanto a Chavez, la sua politica verso gli idrocarburi ha sempre seguito due linee fondamentali: tenere alto il prezzo e rispettare i limiti di produzione fissati dall' Opec (prima di lui, mai rispettati). Proprio grazie al prezzo del petrolio così alto (il bilancio del governo venezuelano per il 2004 era stato calcolato su una stima di 20 dollari al barile, mentre si è arrivati a 46), il Venezuela ha potuto riprendersi dallo sciopero di due mesi di PDVSA (dal dicembre 2002 alla fine di gennaio 2003). E può permettersi di spendere, ogni anno, ben due miliardi di dollari in programmi sociali.

Categoria: Risorse, Politica
Luogo: Venezuela