07/08/2004
stampa
invia
Il prossimo 15 agosto, il referendum per decidere il futuro di Chavez
scritto per noi da
Paola Erba
Il prossimo 15 agosto si terrà il
referendum per decidere se il presidente venezuelano Hugo Chávez debba
restare o no al potere.
Se gli elettori diranno sì alla destituzione, dovrebbero essere convocate nuove
elezioni presidenziali entro 30 giorni.
"Dopo due anni di scontri durissimi, la società venezuelana ha
finalmente trovato un modo civile per affrontare le proprie
contraddizioni", spiega Maria Isabel Bertone, di PROVEA, organizzazione
per la difesa dei diritti umani, a Caracas. "E' anche vero, però, che
finchè le parti in causa continueranno a riconoscere l'altro come un
nemico e non come un avversario politico, il referendum servirà a poco.
Chávez finora ha mantenuto un atteggiamento civile e ha annunciato, in
caso di sconfitta di presentarsi alle prossime elezioni. Non così
l'opposizione, che non contempla affatto l' ipotesi di un fallimento, e
in questo caso, di sicuro, griderà alla frode".
Sconfiggere Chávez non sarà facile. Per farlo, l'opposizione, (riunita
nella Coordinadora Democratica, Cd) dovrà superare i 3,75 milioni di
voti (quasi il 60 per cento dell’elettorato) con i quali il presidente
fu eletto nel luglio 2000: un risultato difficile per una formazione
politica che, ad oggi, al di là dell'anti-chavismo che la unisce, non è
ancora riuscita a trovare una linea e un candidato comuni. Sono in
molti, anzi, a sostenere che la Coordinadora si sfalderà una volta
raggiunto l’obiettivo di rovesciare il capo dello Stato.
Per contro, Chávez gode di un enorme consenso tra i ceti più umili e ha
dato voce, in questi anni, a quella parte di popolazione meticcia da
sempre esclusa da tutto: l’80 per cento del Paese. Sono in molti a
sostenere che in questa fascia di popolazione, ormai è in atto un
cambiamento culturale e una presa di coscienza senza precedenti e senza
possibilità di ritorno.
Per l'opposizione, d'altra parte, il referendum è l'ultima possibilità - legale-
di liberarsi dell'attuale governo.
I precedenti tentativi, illegali, vanno dal colpo di stato dell’11
aprile 2002, allo sciopero di due mesi di PDVSA (l’impresa statale di
idrocarburi), tra dicembre 2002 e gennaio 2003, che mise in ginocchio
il Paese, causando perdite per 12.000 milioni di dollari. Sempre
l'opposizione sembra essere responsabile di un oscuro fatto di cronaca,
sul quale si sta ancora indagando: lo scorso maggio furono scoperti e
arrestati un centinaio di paramilitari colombiani, nascosti in una
finca nei pressi di Caracas, di proprietà di Roberto Alonso, cubano
anticastrista, rifugiato a Miami, sospettato di avere già appoggiato il
golpe contro Chavez.
"Ma il referendum, da solo, non è garanzia di pace", continua Maria
Isabel Bertone. "Alla base di questa terribile instabilità politica, ci
sono diseguaglianze enormi, che occorre riconoscere e risolvere.
Diseguaglianze economiche, innanzitutto: quelle che l'opposizione
dimentica quando rivendica i propri diritti, o meglio, il mantenimento
dei propri privilegi. Le tensioni di questi anni indicano che nella
società venezuelana sono entrati in gioco nuovi attori, ai quali Chavez
ha dato un'identità politica chiara. La gente che prima stava ai
margini, ora si sente rappresentata e chiede protagonismo. Non si può
far finta di non riconoscerli. Io faccio parte di un movimento
cittadino che si è dato il nome di 'Aquì cabemos todos', 'C'è posto per
tutti': posto, cioè, per una convivenza civile che accetti le
differenze -sociali, politiche economiche- e i cambiamenti in atto.
Perchè ciò avvenga, occorre qualcosa di assolutamente 'fuori moda' nel
Venezuela di oggi, lacerato dagli slogan e dalle polarizzazioni:
occorre la negoziazione, la mediazione. Sono convinta che il dialogo
non solo è possibile, ma è ancora più interessante, se le posizioni
sono differenti. Senza questo atteggiamento, referendum o no, la pace
in Venezuela non ci sarà mai".
Lo scorso aprile, la stampa venezuelana aveva pubblicato due sondaggi contrastanti
su quanto potrà accadere con il referendum.
Secondo il quotidiano pro-Chavez Ultimas Noticias, che pubblicava i
dati elaborati dall’istituto di sondaggi North American Opinion
Research, l’opposizione difficilmente potrà sconfiggere Chávez. Il capo
dello Stato avrebbe infatti dalla sua parte il 51 per cento
dell’elettorato.
Di diverso tenore, il sondaggio dell’istituto Keller Asociados
(pubblicato dal settimanale dell'opposizione Quinto Día), secondo cui,
il 15 agosto saranno almeno 3,9 milioni i voti contro il capo dello
Stato: 200.000 in più del minimo richiesto dalla legge.
Il referendum a metà del mandato presidenziale, è previsto dalla nuova
costituzione bolivariana, varata da Chávez nel 1999. Per convocarlo, lo
scorso giugno, l'opposizione ha messo insieme 2 milioni e 436.083
firme. Ma una prima raccolta c'era già stata, in marzo. In
quell'occasione, però, il Consiglio nazionale elettorale (Cne) mise in
discussione piu' di un milione e mezzo di firme. Non le considerò
valide perchè doppie e addirittura quadruple, di minorenni, di
stranieri.