04/05/2004
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Viaggio in un Paese in grande fermento politico
scritto per noi da
Paola Erba
In Venezuela la faziosità politica non conosce pause. Neanche in
vacanza: qualche giorno prima della Pasqua, da un angolo di un parco di
Caracas arrivano urla da stadio. Risponde in rima un altro gruppo. Il
botta e risposta dura per mezz’ora, alzando sempre di più toni e
volume. E' curioso notare che l’oggetto della contesa non è la squadra
di calcio, ma il presidente Hugo Chavez.
Chiunque, nella nuova Repubblica Bolivariana, sta da una parte o
dall’altra. Con o contro Chavez. La divisione è inconciliabile: lo si
vede nel linguaggio urlato della televisione, negli insulti dei
giornali dell’opposizione, nei commenti della gente. Anche la coscienza
politica è fortissima.
“Da quando Chavez è al potere, tutti parlano di politica”, spiega
Ernesto Villegas, giornalista radiofonico di uno dei pochissimi mezzi
di informazione in mano allo stato (la maggior parte, circa l’80 per
cento, appartiene all’opposizione) . “Solo qualche anno fa - continua -
sarebbe stato impensabile. La maggior parte della gente era
assolutamente amorfa. Oggi invece, c’è un grande risveglio di coscienza
e di partecipazione politica. Nei ceti più umili, soprattutto, tutti a
favore di Chavez. E, per contro, nella cosiddetta opposizione, cioè
nella classe media e nelle elites (il 20 per cento della popolazione)
che sta facendo di tutto per far cadere il presidente. Ci ha provato
con il colpo di stato dell’11 aprile 2002, clamorosamente fallito dopo
48 ore, perchè la gente, appoggiata dall’esercito, è scesa in piazza a
chiedere il ritorno di Chavez. Ci ha riprovato, poco dopo, con il
sabotaggio e lo sciopero di due mesi di PDVSA, l’impresa statale di
idrocarburi, mettendo in ginocchio il Paese e causando perdite per
12.000 milioni di dollari. Una crisi da cui stiamo uscendo solo oggi.
Infine, ci sta provando in questi ultimi mesi, con la raccolta di firme
per indire il referendum revocatorio previsto dalla Costituzione
Bolivariana, attraverso il quale vorrebbe mandare a casa Chavez prima
della fine naturale della legislatura, nel 2006. Finora sono risultate
valide solo 1 milione e 800mila firme (sarebbero necessarie 2 milioni e
400mila). Si presume infatti che l’opposizione abbia fatto votare due o
tre volte la stessa persona, i morti, chi non aveva diritto al voto...
Ma anche si riuscissero a raccogliere le firme necessarie, il
referendum confermerebbe Chavez. In Venezuela, infatti, è in atto un
cambio culturale senza possibilità di ritorno. Chavez ha dato voce ad
un processo in corso da qualche anno, cioè alla presa di coscienza (e
di spazi di potere) di quella parte di popolazione meticcia da sempre
esclusa da tutto: stiamo parlando dell’80 per cento degli abitanti del
Venezuela”.
“Per le elites bianche e per la classe media –spiega Samuel Moncada,
professore di storia all’università pubblica di Carcas - Chavez è una
vergogna. Prima ancora che un pericolo per i loro privilegi, è un
personaggio volgare ed estraneo: non si comporta nè parla come loro e
non ha frequentato le scuole e i circoli ricreativi dell’elite. In
definitiva, non è parte. Per di più è meticcio, come è meticcia la
maggior parte della gente che rappresenta e che anche per questo si
riconosce in lui”.
“Chavez ci ha aperto gli occhi”, ti dice qualsiasi persona dei
quartieri più poveri di Caracas. E poi, quasi sempre aggiunge : “No hay
vuelta atràs, non c’è via di ritorno”: una frase che definisce bene
come il processo iniziato da Chavez è più importante di Chavez stesso.
E, come tutti dicono, continuerà con o senza di lui.