26/11/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Si elegge il nuovo governatore: ricadute sui rapporti nippo-statunitensi e sull'intera area geopolitica

Okinawa, 28 novembre. E' il giorno in cui si elegge il nuovo governatore. Mai come in questo caso, un affare locale ha ricadute che coinvolgono un'intera area geopolitica e almeno sei Paesi: Giappone - naturalmente - Stati Uniti, Cina (con l'"appendice" Taiwan), Russia e le due Coree.
Per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, infatti, entrambi i contendenti alla poltrona di governatore sembrano determinati a far sloggiare una base americana dal suolo dell'isola. E questo avviene mentre le tensioni si acuiscono proprio nell'area compresa tra Mar Cinese Orientale e Mar del Giappone.

Nel 1996, gli Usa e il Sol Levante si accordarono per il trasferimento della base militare statunitense di Futenma in un'altra parte dell'isola, identificata con la località di Henoko. Quattordici anni dopo, la gente di Okinawa si batte ancora contro quella scelta e oggi ha qualche speranza di farcela: la base, molto semplicemente, deve andarsene.

L'attuale governatore, il liberaldemocratico settantunenne Hirokazu Nakaima, era in origine favorevole all'accordo con gli Usa.
Aveva vinto le precedenti elezioni con la promessa contenuta nell'equazione 'basi militari uguale sviluppo economico'. Oggi, gli abitanti di Okinawa lamentano il sostanziale tradimento dello scambio: il tasso di disoccupazione è tra i più alti del Giappone e l'ingombrante presenza delle installazioni Usa tarpa le ali alle due più quotate alternative economiche, il turismo e l'information technology.
Il motivo è semplice: il rumore dei caccia statunitensi è insopportabile, rende la vita dell'isola qualitativamente scadente.
Ci sono altri fattori: l'orgoglio nazionalistico dei giapponesi, gli incidenti (stupri e risse) di cui si sono resi spesso protagonisti i marines in libera uscita, un diffuso sentimento pacifista e perfino la tutela ambientale. Nell'area di Henoko si riproduce infatti il dugongo, un mammifero marino a rischio estinzione.

Ma il fatto economico resta predominante.
In teoria, le basi sarebbero un affare per i proprietari che vendono i propri terreni agli americani e per i palazzinari che vincono gli appalti per costruire le nuove strutture.
Ma la locale associazione dei costruttori ha tirato fuori il pallottoliere e si è resa conto che negli ultimi dieci anni i finanziamenti per i lavori pubblici sono calati da 430 a 260 miliardi di yen. Così ha lasciato i propri associati liberi di scegliere tra Nakaima e il suo rivale, il cinquantottenne Yoichi Iha, ex sindaco di Ginowan, cioè della città "afflitta" dalla base di Futenma.

Iha è radicalmente contrario al ridislocamento della base a Henoko, la vorrebbe fuori dalla prefettura, anzi, fuori dal Giappone. E' appoggiato dal Partito comunista, da quello socialdemocratico e dal Nuovo partito del popolo. E' favorevole a una revisione del trattato di sicurezza nippo-statunitense e spinge per un "naturale" riavvicinamento agli altri Paesi asiatici dell'area, Cina in primis.
Nakaima si è subito accodato e con una spettacolare inversione a 'U' ha sposato l'allontanamento della base di Futenma da Okinawa, anche se non si spinge, come Iha, a chiedere che sia trasferita fuori dal Giappone o a ridiscutere l'alleanza nippo-statunitense.

A livello centrale, il Partito democratico giapponese, che vinse le elezioni nel 2009, ce la fece proprio sulla base di un programma che, tra le altre cose, prevedeva la chiusura della base. Inutile dirlo, a Okinawa fece il pieno di voti.
Pochi mesi dopo, il Primo ministro giapponese Hatoyama si è rimangiato la promessa dietro pressioni di Washington e, probabilmente, anche di quel ceto di burocrati del Sol Levante nato e cresciuto all'ombra dell'accordo strategico con lo Zio Sam. Ha chiesto scusa agli elettori e si è dimesso.
Oggi, il Partito democratico se ne sta alla larga dalla partita di Okinawa, conscio della sua impopolarità.

Ancor più impopolare è naturalmente il Pentagono. Il segretario alla Difesa Gates preme su Tokyo da almeno un anno - cioè da quando i democratici hanno vinto le elezioni - per una "top-down leadership", cioè affinché il governo centrale imponga all'amministrazione locale le proprie scelte (e quelle di Washington). Come si è visto, ha avuto successo.
Oggi gli Usa promettono di spostare ottomila marines a Guam - un isola del Pacifico occidentale - in cambio della permanenza di una base, comunque, a Henoko. Se il Giappone rifiuta, minacciano di trattenere i soldati a Okinawa.

Agitano inoltre lo spauracchio dei potenziali nemici del Giappone nell'area.
Le isole Senkaku, teatro dell'incidente di settembre tra due motovedette giapponesi e un peschereccio cinese, stanno proprio nella prefettura di Okinawa. All'epoca, l'assemblea locale chiese protezione al governo contro la minaccia cinese. Questa protezione è garantita soprattutto dalla presenza statunitense. Le tensioni nell'area si sono ancor più acuite con il bombardamento nordcoreano dell'isola sudcoreana di Yeonpyeong e con il viaggio del presidente russo Medvedev nelle isole Curili, rivendicate dal Giappone. Tokyo si trova insomma nel fuoco incrociato di pressioni Usa, minacce internazionali vere o presunte, malcontento degli abitanti di Okinawa.

Tuttavia, questi ultimi sembrano avere già deciso: Yankee go home o, quanto meno, andatevene da Okinawa. Gli ultimi sondaggi parlano di un venti per cento di indecisi e di un leggero vantaggio per il "radicale" Iha.

Gabriele Battaglia

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