22/07/2004
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Mirko Pozzi, cooperante a Cochabamba, commenta il voto sul gas
scritto per noi da
Paola Erba
I risultati definitivi si conosceranno solo il 4
agosto, ma già nella notte di domenica, con il 24 per cento dei voti
scrutinati, il presidente Carlos Mesa ha potuto dire di aver vinto la
consultazione.
Il sì al referendum, infatti, è stato innanzitutto una vittoria di
Mesa: d’ora in poi, potrà finalmente vantare un appoggio popolare
davanti ad un Congresso turbolento che dallo scorso ottobre (quando
entrò in carica dopo la fuga di Gonzalo Sanchez de Lozada), gli ha
bocciato qualsiasi proposta in tema di idrocarburi.
“Con il referendum – spiega Pozzi - Mesa ha vinto il ‘primo round’, ma la
partita resta ancora tutta da giocare. Dipenderà dalla nuova legge
sugli idrocarburi, e da come il presidente riuscirà a rinegoziare con
le multinazionali i contratti esistenti(84 in tutto). Nel Paese,
comunque, il clima è di grande ottimismo. La gente è stanca di scontri
frontali e chiede leggi, mediazioni".
Una conquista importantissima del referendum, è stata l’abrogazione
della vecchia legge sugli idrocarburi: "una norma vergognosa", continua
Pozzi, "che lasciava al Paese solo il 18 per cento dei guadagni delle
multinazionali sul gas. In realtà, era ancora meno, perché la
percentuale veniva calcolata sulla base di quanto le imprese
dichiaravano. E in Bolivia non esiste alcun organo che controlli la
veridicità di queste dichiarazioni. Oggi, le grandi industrie del gas e
del petrolio, versano allo stato circa tre milioni di dollari all’anno:
una cifra ridicola, che dovrebbe essere versata al giorno. Non a caso,
questo è uno dei paesi più poveri dell’America Latina, nonostante
possieda, dopo il Venezuela, la più grande riserva di gas e petrolio
del continente”.
"La scommessa di Mesa - spiega ancora Pozzi- è ora quella di scrivere
una nuova legge sugli idrocarburi che permetta allo stato di recuperare
più denaro possibile, senza però recidere unilateralmente i contratti
stipulati con le multinazionali. In quel caso, infatti, la Bolivia si
vedrebbe obbligata a pagare alle multinazionali risarcimenti altissimi,
corrispondenti a circa tre volte il debito estero del Paese: è il
motivo per cui la rinazionalizzazione del petrolio non è stata presa in
esame dal referendum.
Solo metà del territorio bolivariano è stato esplorato. Di questo, un
po’ meno del 50 per cento è in mano alle multinazionali. Esiste ancora,
quindi, un ampio spazio di manovra per i prossimi contratti. E' su
quelli che la Bolivia potrà imporre altre condizioni, non più
sbilanciate, come oggi, a favore delle grandi imprese. Mesa si trova
oggi in una posizione difficilissima: come un equilibrista, si sta
muovendo tra chi si oppone a qualsiasi riforma (i tre partiti
neoliberisti del Congresso, MNR, MIR, NSR), e le pressioni dei
sindacati, che sul gas vorrebbero misure drastiche e nessun compromesso
con le multinazionali".
Con il referendum di domenica si è aperta un’altra importante partita,
quella con il Cile, oggi in crisi energetica, al quale la Bolivia ha
chiuso da tempo i rubinetti del gas, in attesa di vedersi riconosciuto
lo sbocco sul mare perso durante la Guerra del Pacifico (1879-1884).
“Ora – conclude Pozzi - con il successo del voto di domenica, la Bolivia
avrà più forza per pretenderlo. Uno dei quesiti del referendum
riguardava proprio la possibilità di usare il gas come stumento di
pressione per l'accesso al mare". Già lo scorso settembre, Mesa, allora
vicepresidente, portò la questione davanti all’Assemblea generale
dell'Onu. La ripropose nel gennaio 2004, alla Cumbre Extraordinaria de
las Américas, a Monterrey, in Messico. Inaspettatamente, si
pronunciarono a favore della Bolivia, il Venezuela, il Brasile, Cuba,
l'Uruguay. Addirittura, offrirono la loro mediazione Kofi Annan e l’ex
presidente USA Jimmy Carter.