10/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



I boliviani decideranno il destino della massima ricchezza del Paese
scritto per noi da
Choco
 
Referendum sul gas in BoliviaLo scorso ottobre, dopo i drammatici fatti di sangue della cosiddetta Guerra del gas, che hanno portato alla fuga del presidente Goni Sánchez de Losada, l’entrante Carlos Mesa, assumendo la presidenza, aveva promesso ai boliviani che sarebbero stati chiamati a decidere sul destino della principale ricchezza naturale del paese, il gas appunto. E questa promessa l’ha mantenuta: il governo ha pubblicato le domande del referendum e ha fissato la data della consultazione al 18 luglio.

La Bolivia, il paese con gli indici di sviluppo più bassi del Sud America, si gioca una buona parte del suo futuro. Qualche dato: le riserve di gas in Bolivia si stimano in un miliardo e 480 milioni di metri cubici. Solo il 50 per cento del territorio boliviano è stato esplorato, i geologi indicano che le riserve potrebbero, quindi, essere il doppio. Una abbondanza di risorse che si traduce in un peso politico inedito sul palsoscenico del Cono Sud, soprattutto considerando che i paesi vicini, Argentina, Paraguay, Brasile e soprattutto Cile (con cui i boliviani hanno pendente la secolare questione dello sbocco all’Oceano Pacifico) stanno entrando in una crisi energetica di notevoli dimensioni.

L’attuale legge sugli idrocarburi è considerata da molti un oltraggio al popolo boliviano e alla sua Costituzione. Fu perfezionata con un decreto presidenziale pubblicato 48 ore prima che Goni consegnasse la presidenza a Hugo Banzer Suarez. Prevede che il gas, una volta arrivato a bocca di pozzo, passi di proprietà delle compagnie petroliere. Le royalties per la Bolivia sono il 18 per cento (quando normalmente sono la metà), e vengono calcolate sugli utili, ma non esistono istituti statali che fiscalizzino gli utili delle compagnie petrolifere.

La Yacimientos Petroliferos Fiscales Bolivianos (YPFB) è nota per corruzione e inefficenza. Si calcola che fino ad oggi abbia contribuito al tesoro della nazione in misura di tre milioni e mezzo di dollari all’anno (niente, considerando che la YPFB gestisce il giacimento gasifero più grande del continente sudamericano). Si stima che le industrie petrolifere per ogni dollaro investito in Bolivia ne ricavino sei.

La questione più spinosa posta all’attenzione dei boliviani è il destino dei settantasei contratti di utilizzazione del gas che Goni ha già sottoscritto con le imprese petrolifere. Che le loro condizioni siano inique non c’è nessun dubbio, ma Mesa teme che se la nuova legislazione si applicasse retroattivamente ai contratti già esistenti, la Bolivia andrebbe incontro a condanne per inadempienza contrattuale che potrebbero triplicare il debito estero del paese.

Ma la vera questione, in realtà, non è la decisione sul destino del gas. Le domande sono semplici e piuttosto scontato il “sí”. La questione è se il presidente Mesa otterrà un appoggio popolare decisivo per vincere le resistenze della classe politica.

Da mesi ormai, i partiti tradizionali, che costituiscono la maggioranza del parlamento, ma che proteggono gli interessi dell’oligarchia dominante, stanno resistendo al cambiamento che Mesa sta promuovendo. Ogni proposta di legge viene sistematicamente bocciata, costringendo Mesa a governare a suon di decreti presidenziali.

I settori più radicali criticano la formulazione delle domande perchè troppo tiepide. Anche i partiti politici tradizionali si sono uniti alle critiche, dimenticando, forse, che loro stessi appoggiarono la legge degli idrocarburi di Goni.

Ma una statistica pubblicata da Opinión, quotidiano indipendente di Cochabamba, stima il consenso popolare verso il presidente e il suo referendum attorno al 78 per cento.

Assistiamo, quindi, a uno scollamento senza precedenti tra la gente e i soggetti politico-sociali che la rappresentano.

E’ la prima volta che i boliviani sono chiamati a questa forma di democrazia diretta (il termine stesso “referendum” è fino ad oggi sconosciuto alla stragrande maggioranza della popolazione).

Pesano forti dubbi sull’efficacia democratica della consultazione. Si calcola che un milione e mezzo di boliviani siano analfabeti, due milioni non parlino castigliano e un milione sia privo di documenti. Un'occasione storica, quindi, ma che rischia di concludersi con un nulla di fatto.

Il grande interrogativo é la partecipazione popolare. Il decreto che indica il referendum non prevede nessun quorum. Mesa cerca un appoggio schiacciante per obbligare i partiti a sollevare il blocco parlamentare che ormai dura da mesi. I partiti tradizionali, lasciati per la prima volta al margine del potere, potrebbero sfruttare un ipotetico fallimento del referendum per liberarsi di Mesa definitivamente.

Tutto è sospeso fino al 18 luglio.


 
Categoria: Guerra, Risorse
Luogo: Bolivia