19/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il governo firma l'accordo e i bananeros tornano a casa. Ma in 300 restano per controllare
Tende dei bananeros, Managua, NicaraguaLa stavano aspettando e alla fine è arrivata. In Nicaragua l'inverno è iniziato con una pioggia battente durata per due notti consecutive e parte del giorno. Le previsioni annunciano nuove piogge. I primi scrosci si sono abbattuti sulla Ciudadela Nemagón sabato notte, ma ormai la maggior parte dei bananeros se n’era andata. Il presidente Bolaños, infatti, ha finalmente ceduto alle loro richieste, firmando gli accordi preliminari stilati dai rappresentanti sindacali, e la gran parte dei contadini, che da mesi assediava la piazza antistante il palazzo dell’Asemblea Nacional, è potuta tornare a casa. Ma qualcuno resta.
 
Fino alla fine. Sono trecento. E non se andranno. Rimarranno per far pressione sul governo, a supervisionare, senza cedere. A nulla. Nemmeno la pioggia improvvisa che ha dato il colpo di grazia a molte delle tende costruite con i teloni di plastica nera ormai cotti dal sole, ha tolto loro il sorriso. Molti hanno dovuto scappare in piena notte e cercare riparo nelle poche tende già rinforzate, accalcandosi l’uno accanto all’altro. Ma la gioia, la soddisfazione, la speranza vincono.
 
Bananero con sacco, durante lo sgombero della piazzaCol sorriso. L'umore della Ciudadela del Nemagòn resta alto. Si sentono finalmente vicini al traguardo che da anni perseguono e nulla e nessuno potrà certo farli demordere, specialmente ora. E non saranno soli. Anche le iniziative della società civile continueranno fino a che l'ultimo dei bananeros resterà a Managua. E il governo non potrà più sgarrare.
 
L'alba del giorno dopo. Il silenzio quasi irreale delle prime ore successive alla partenza è ormai terminato e la Ciudadela ha ripreso a vivere. Chi è rimasto è fiero di sentirsi una sorta di paladino ed è convinto a mantenere la propria posizione.
Ernesto da lontano mi chiama e mi fa sedere all'interno della tenda, debitamente rinforzata. Intorno a lui altre persone raccontano la notte passata tra tuoni e lampi, descrivono la pioggia interminabile e violenta che ha squarciato la loro tenda e tutte le peripezie per aggiustarla, per evitare che inzuppasse i pochi vestiti e gli utensili.
Lo raccontano sorridendo, sdrammatizzando, mentre da un'amaca nel fondo della champa una ragazza ci osserva: è completamente coperta da un lenzuolo. Ha la febbre. Stanno aspettando l'ambulanza.
Come ogni anno le prime piogge trascinano giù una miriade di microbi che scatenano una serie di malattie, soprattutto respiratorie.
 
Accampamento dei bananeros, ManaguaUna lotta lunga 14 anni. Ma il morale resta alto. "Da qui non ci muoviamo – spiega Ernesto - E' stato un vero miracolo che le piogge siano arrivate proprio la notte in cui tutti erano già partiti. Sarebbe stato un disastro con queste tende. Comunque resteremo fino alla fine perché mancano ancora tante problematiche da affrontare con il governo e soprattutto con i deputati. Vogliamo anche verificare che rispettino i punti dell’accordo già siglato. Ne abbiamo già passate così tante che questo certo non ci spaventa. Sono 14 anni che continuo in questa lotta – racconta - Sono stato tra i fondatori, tra i primi otto che hanno iniziato a indagare su quanto stava accadendo ai lavoratori delle piantagioni di banane. Sono stato fra i primi a scoprire che quelle malattie, quelle sofferenze, quelle morti erano colpa del Nemagòn. All'inizio la gente ci prendeva in giro. I sindacati dicevano che eravamo dei pazzi, che nessuno ci avrebbe seguito e che ci stavamo mettendo contro dei mostri invincibili quali sono le multinazionali. Siamo stati intimoriti, minacciati, ma non ci siamo mai arresi. Ora siamo migliaia e lottiamo insieme. Non ci spaventerà certo la pioggia. Siamo la punta della lancia e da qui non ci muoviamo, succeda quel che succeda".
 
Bananeros in pullman, mentre abbandonano la piazza principale di Managua per tornare a casa dopo 72 giorni di protestaL'unione fa la forza. Anche altri dicono la stessa cosa. "La gente ci sta telefonando in continuazione. Vuole sapere come stiamo e quando ricominciamo le negoziazioni. Chiedono di poter tornare qui con noi, fanno fatica a restare con le mani in mano mentre qui continuiamo a lottare. E' incredibile la voglia che hanno di partecipare alla lotta. Alcuni, partiti sabato, ieri erano già qui nuovamente. Si è formata una tale coesione, un'abitudine a stare insieme per raggiungere un obiettivo comune, che è molto difficile da spiegare. Ma non si può farli tornare. Abbiamo preso accordi con il governo sul numero dei presenti e dobbiamo rispettarli, almeno fino a quando vediamo che il governo fa altrettanto".
Poco più in là anche il magazzino, il puesto de mando, ha ripreso vita. C'è la solita fila, anche se più corta, in attesa di ricevere la razione di cibo quotidiana. I fuochi per cucinare sono nuovamente spuntati qua e là, protetti dalla pioggia.
Piove. Una donna si copre con un sacco. Un altro si mette la borsa in testa. Ridono come fosse un gioco. "Como estàn?" "Bien mojados, hombre, y tenemos hambre!". Il buonumore può fare miracoli.
 
Giorgio Trucchi
 

Stella Spinelli

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