07/05/2004
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Continua la lotta dei boliviani contro il piano di vendita delle proprie risorse geologiche
Nonostante di Bolivia si parli poco e sembra che non stia accadendo
nulla, per le strade si avverte una stranissima elettricità. E non è
certo una sensazione. E' quasi guerra.
“La situazione peggiora ogni giorno di più…E quello che si vede in
giro, quello che si sente, quello di cui si racconta lascia prevedere
che il futuro del mio paese, adesso, non va al di là di qualche
settimana…Perché c’è troppa confusione, troppa carne al fuoco e quando
qui le cose diventano meno chiare del solito, ho preso la buona
abitudine di mandare mia moglie e i miei figli in campagna, dai
suoceri. Sono là da un paio di giorni. Di più non posso dire ne al
telefono ne per e- mail.”
Chi scrive questa parole, ovviamente, non vuole che si faccia il suo
nome. Non è un politico o un sindacalista boliviano. E’ solo un
impiegato nel grande mare della navigazione internet. E’ una di quelle
persone con le quali si finisce per scambiarsi informazioni utili.
Anche nei momenti difficili. Lui a fare i conti con l’autunno e noi con
una primavera ancora troppo in ritardo. Vive a La Paz ed ha la fortuna
di lavorare tra chi fa cultura e, in qualche modo, la storia di questo
paese. Legge i giornali, ascolta le persone,va alle assemblee ma non
alle manifestazioni. “Perché là c’è sempre il rischio che qualcuno
spari”, dice.
Adesso è preoccupato. Di più, è spaventato. Ha mandato la famiglia in
campagna. E quello che ci racconta, ci fa capire perché. Per meglio
seguire l’evoluzione dei fatti in Bolivia, è necessario riassumere
alcuni passi importanti. Bisogna ricordare che ad ottobre il nuovo
presidente Carlos Mesa ha promesso, per pacificare la mobilitazione
popolare e la sua “guerra del gas”, di indire un referendum sul tema di
una possibile esportazione di gas in Cile e verso altri mercati,
precisamente quello messicano e quello statunitense. Andato a monte il
progetto con la Pacific Lng, Mesa non ha certo nascosto di voler
mantenere in vita il piano di vendita del tesoro boliviano, il gas
appunto, unica speranza di riassestare le casse dello stato.
Dello stesso suo avviso le multinazionali Enron, Repsol (in tutta
l’America latina non esiste altra possibilità di muovere gas o petrolio
se non facendo riferimento alla Repsol e ai suoi gasdotti, ndr) e BG,
la vecchia British Gas. Queste controllano saldamente il mercato del
gas, dalla ricerca al trasporto, in Bolivia, Argentina, Cile e Uruguay.
Ma ci sono chiacchiere che aggiungono pepe. Si dice, che l’intelligence
statunitense stia lavorando in accordo con quella cilena e israeliana
per destabilizzare il governo di Carlos Mesa allo scopo di impedire il
referendum, l’attivazione della Assemblea Costituente (anche questa
promessa dagli ultimi tre governi ma mai messa in pratica) e,
soprattutto, il varo di una nuova legge sugli Idrocarburi, legge già
presentata da Mesa ma non approvata da quasi l’intero Parlamento, che
permetta l’esportazione del gas al Cile. Si dice, che ci siano allo
studio per tre piani concreti, tre modi diversi per giungere a qualcosa
che, sotto qualunque forma si presenti, si può chiamare soltanto con un
nome: golpe.
Secondo quanto sarebbe stato scritto in documenti arrivati nelle mani
delle forze dell’ordine boliviane, l’obiettivo di questi piani sarebbe
“provocare la reazione delle forze sociali per creare caos e scontri
interni” atti a giustificare l’ingresso di truppe cilene in territorio
boliviano che, con l’appoggio dei marines statunitensi già presenti in
Bolivia, avrebbero il compito di “riportare l’ordine nel paese”. Un
movimento che ci sta con i fatti di cui siamo a conoscenza, tra questi
le pressioni statunitensi al governo uruguayano affinché mandi le
truppe in Irak, la corsa al riarmo del governo Lagos e le manovre
militari proprio al confine tra Cile e Bolivia. E come dicevamo prima,
ci sono quei movimenti strani di truppe nel Cile del nord, almeno 500
effettivi con relativi blindati.
Gli abitanti della zona di Uyuni, a due passi dal deserto salato, hanno
già denunciato le incursioni cilene, arrivando a “scontrarsi con la
popolazione perché si comportano come fossero loro i padroni di casa”.
Cosa sappiamo di certo? Conosciamo i movimenti delle truppe cilene. A
fine febbraio 2004 si erano spostati almeno 20.000 uomini per
“controllare la frontiera” da Colchane. La prima settimana di Marzo a
Colchane sono giunti circa 100 camion pieni di “equipaggiamento”. Tra
il 12 e il 14 marzo dal nord di Santiago del Cile sono partiti 400
blindati tipo “Alacran” alla volta di Huara. Gli Alacran possono
colpire fino a 3500 metri. Il 22 e il 23 marzo all’aeroporto di Iquique
sono atterrati Hercules e aerei da combattimento oltre ad altri 3000
uomini delle forze scelte, di cui 500 sono stati fatti proseguire per
Colchane.
Ad oggi si stima che a Colchane siano stanziati almeno 31000 uomini
dell’esercito cileno. Lunedì 29 marzo sono partiti da Huara per
Colchane due colonne di veicoli, 25 cisterne e 28 camion coperti, pieni
forse di equipaggiamenti e vettovaglie. E poi c’è l’immancabile
partecipazione degli Stati Uniti. Recentemente, l’Agenzia di
Cooperazione USAID ha dato il via al progetto di “sviluppo sociale e
democratico” nella città di El Alto, città da cui ha preso il via la
guerra del gas dello scorso ottobre. In cosa consista precisamente
questo progetto non è molto importante. E’ importante quello che ne
pensa la gente. La “gente” dice “si tratta in realtà di un modo di
comprare la gente, di cambiare le loro posizione in altre meno radicali
e più favorevoli alla politica statunitense, come per la vendita del
gas…”.
A dar man forte a ciò che dice la gente è arrivata la denuncia di Oscar
Olivera, dirigente sindacale, da Leonilda Zurita, dirigente cocalera
del Chapare e dal difensore dei diritti umani Luis Sánchez. Nel testo
di questa denuncia si parla di un'intromissione del National Democratic
Institute for International Affaires e dall’International Republican
Institute. Entrambi, si legge, hanno lavorato attivamente all’interno
di azioni destabilizzanti contro il governo Chavez in Venezuela. E
visto ciò che è successo, Olivera, Zurita e Sánchez affermano che “non
c’è il minimo dubbio che l’IRI sta realizzando in Bolivia attività
simili a quelle fatte in Venezuela per quanto riguarda gli Idrocarburi,
finanziando gruppi che sembrano non avere niente a che fare con le
multinazionali del petrolio ma che fomentano gli animi diventando i
migliori amici dei nemici della Bolivia”.