Clementina è una
bambina di sette anni. La sorella piccola e rompiscatole del mio
amico Davide. Gli occhi vispi e spalancati. Facendo il mio lavoro in
redazione, ogni volta che scrivevamo di Afghanistan non potevo non
pensare a lei. Ai genitori Fabio e Germana preoccupati, ma
orgogliosi. E non riuscivo a immaginarmela: una bambina di sette anni
a Kabul? Impossibile.
25 anni dopo Clementina è
una foto e un titolo sui giornali. Tra gli occhi della bimba e il
titolo c’è la storia di una donna. Una donna bella tosta che
fa quello che ha sempre voluto fare: determinata e caparbia. Sulle
spalle posti come il Kosovo e l'Afghanistan. Negli occhi, sempre
vispi e spalancati, il sole di un'allegria contagiosa e la forza di
chi ha conosciuto storie e vite difficili da raccontare.
Quando ho letto di una
cooperante italiana rapita a Kabul ho provato a scacciare il timore
che fosse lei, ho sperato che la Cleme non fosse in questi giorni in
Afghanistan. Ma è stato un tentativo inutile. Come inutile
sarebbe stato provare a convincerla che non doveva partire, che era
pericoloso.
Forse pericoloso per la
bambina. Ma la bambina non c'è più. Mentre la donna è
convinta delle ragioni e della necessità del suo lavoro, oltre
che consapevole dei rischi. Lo sanno bene Fabio, Germana, Davide e
Stefano così orgogliosi della loro Cleme, figlia e sorella. Lo
sanno bene anche le vedove scese in piazza a Kabul mostrando da sotto
il burqa i loro occhi: anche i loro vispi e spalancati.
Non riesco a immaginare
dove possano tenerla a Kabul o chissà dove; cosa le passi per
la testa. Penserà alla mamma, al papà, a Davide e
Stefano e ai nipotini. Loro non fanno che pensare a lei, notte e
giorno. Non solo loro. Famiglia e amici di sempre sono fisicamente
sparsi per l'Italia e il mondo, ma è come se fossimo tutti in
via Jan a Milano.
Anzi, siamo tutti a Kabul o chissà dove.
Siamo lì con la Cleme, anche noi prigionieri.
Liberatela,
liberateci.
Marco Formigoni