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Due settimane fa Vicenza va sott'acqua e duemila famiglie vengono sfollate. Un'eventualità che può ripetersi in qualsiasi momento. Gli esperti elencano le cause: il repentino scioglimento delle nevi a causa dell'innalzamento della temperatura, le incessanti precipitazioni (quasi 100 millimetri d'acqua in 48 ore), la mancata realizzazione di opere di drenaggio e contenimento. A questo si aggiunga la mano dell'uomo: canalizzazioni, cementificazioni, costruzioni, modificazioni del territorio. E, last but not least, la base in costruzione al Dal Molin. L'ipotesi non è peregrina.
"Qualcuno dice che ad abbassare l'argine del Bacchiglione son state le nutrie - commenta semiserio l'ingegnere Eugenio Vivian, residente nel quartiere San Paolo - ma io ho un'altra idea: di là dal fiume c'è il cantiere della Dal Molin. E in quell'area la falda si è innalzata". Era dal '66 che i vicentini non assistevano a un allagamento simile. Ma neanche allora i quartieri a sud del Bacchiglione erano andati sott'acqua.
L'area in cui sorge il cantiere della nuova base militare Usa occupa una porzione di territorio che avrebbe dovuto essere il bacino di raccolta naturale delle acque, come avveniva in passato. I 540mila metri quadrati di estensione della futura struttura hanno un impatto ambientale devastante, che si aggiunge all'urbanizzazione massiccia operata nell'ultimo decennio su tutto il territorio provinciale.
Perché la base è responsabile dell'alterazione di un equilibrio idrologico già delicato? "Perchè storicamente l'argine del Bacchiglione contiguo alla base era più basso dell'argine opposto, che dava sule quartiere", spiega Cinzia Bottene, consigliere comunale e anima del movimento 'No Dal Molin'. "In caso di piena - continua Cinzia - l'area era la cassa di espansione del fiume. Per proteggere la base l'argine è stato rialzato, e di acqua non ne è uscita una goccia dal lato della base: tutta nel quartiere, che è finito completamente allagato".
L'ing. Guglielmo Verneau, autore di un elaborato rapporto sull'impatto della base sul territorio, spiega che "l'aver alzato gli argini ha impedito che l'acqua trovasse sfogo nell'area del Dal Molin; essa, quindi, ha proseguito la sua corsa devastante verso sud aggravando la situazione delle aree urbane di Viale Diaz, Viale Trento e Villaggio Produttività. In poche parole, la nuova base ha impedito che l'area del Dal Molin costituisse una sorta di camera di compensazione che ritardasse e attenuasse le conseguenze dell'alluvione nella parte abitata della città".
Mentre le ruspe sgomberavano le strade dal fango a Caldogno e Vicenza, dentro al perimetro del cantiere statunitense si era già ricominciato a lavorare. I vicentini rischiano di non vedere rimborsati i danni prodotti dall'incuria del territorio e dalla cementificazione; gli statunitensi, invece, (ai quali i vicentini pagano il 41 percento delle spese di permanenza nella nostra città) sono al sicuro. E all'asciutto. A questa situazione si aggiungeranno gli scarichi della base, 700 milioni di metri cubi d'acqua al giorno. "Se andiamo a sud della città - incalza Cinzia Bottene - un altro bacino di espansione è stato compromesso perchè una variante urbanistica consentirà la costruzione di un ponte e di una strada. E a cosa serviranno questo ponte e questa strada? A collegare in modo veloce il sito Pluto e l'attuale base militare Ederle, a sud di Vicenza".
Il sito Pluto è a Longare, qualche chilometro a sud di Vicenza, alle falde dei monti Berici. Nelle gallerie naturali del sottosuolo i tedeschi stoccavano munizioni durante la Seconda Guerra mondiale. Dal 1957 al 1992 il sito ha ospitato armi nucleari tattiche che dovevano servire come deterrente alle potenze del Patto di Varsavia. Oggi il sito ospita una clinica veterinaria per i cani e i gatti 'americani', uno spazio per l'addestramento di cani antiterrorismo, uffici amministrativi, magazzini con depositi di materiale non pregiato (armi vecchie, zaini, maschere antigas), una palazzina con un Centro di addestramento per i comandi militari. E l'ingresso di una grotta, che la parlamentare Lalla Trupia, in visita al sito nel 2007, definisce 'murato e inaccessibile'.
Luca Galassi