Il tasso di incarcerazione negli Usa è il più alto al mondo. E in aumento
scritto per noi da
Matteo Colombi

Dei molti dati statistici riguardanti il sistema carcerario americano, di certo
colpisce il fatto che il tasso di incarcerazione è il più alto al mondo: ci sono
circa due milioni di detenuti. E continua ad
aumentare. Ciò ha un impatto sulla macroeconomia, ha delle profonde radici politiche e
ideologiche, ha delle conseguenze notevoli sulla qualità della cittadinanza. Se
si unisce l’apparato poliziesco-carcerario all’apparato militare-industriale si
ottiene un senso delle peculiari dimensioni della spesa per la coercizione negli
Usa.
L’incidenza dell’incarcerazione
colpisce sproporzionatamente i poveri, le minoranze etniche e i
criminali non violenti, ma quello che più colpisce è che il tasso di
incarcerazione americano è in impennata dalla fine degli anni Sessanta.
Ovvero dalla fine dell’apartheid legalizzato. La fine legale della
segregazione (in forza sia al Nord che al Sud, anche se con riflessi
diversi) si è risolta in tre dinamiche reazionarie: l’abbandono delle
città da parte della classe media bianca; lo spostamento progressivo
della maggioranza del voto bianco dai Democratici ai Repubblicani –
specie nei vecchi Stati sudisti, uno spostamento che è ormai in fase di
completamento con Bush – e la trasformazione della repressione
contro le minoranze etniche, riconcepita sotto i nuovi codici della
lotta alla droga e della compressione della già minima assistenza
economica.
Le maggioranze politiche, costruite in parte sul rancore bianco per i presunti
benefici ricevuti dalle minoranze etniche, non sono disposte ad istruire i figli
scuri e/o poveri dell’America, ma sono disposte a pagare fior di quattrini per
metterli in carcere. A ugual spesa, perché non finanziare in maniera più equa
le scuole, offrire programmi di trattamento per i tossicodipendenti, creare posti
di lavoro nei ghetti? Non ne risulterebbe una società più produttiva, meno diseguale
e povera, e dunque meno pericolosa?

Purtroppo bisogna imparare che la cattiveria è una categoria politica attiva;
che l’essere umano, oltre a grandi capacità di empatia e creatività, ha anche
grandi dosi di cattiveria, e che spesso fa fatica a comprendere l’interdipendenza
tra il benessere di un gruppo e quello di un altro. La cattiveria rancorosa degli
“
angry white man” come vengono definiti in America, è una risorsa inestimabile per il politico
di professione e le
corporation. La classe lavoratrice e medio-bassa bianca è schiacciata anch’essa nella difficile
competizione per le risorse nel sistema, ma il suo rancore si riversa spesso nella
vecchia direzione: contro chi è al di sotto, contro le minoranze e i più poveri.
E del resto, questa è una delle direttrici portanti di due secoli di storia americana.
Le molteplici eredità dello schiavismo e dell’estromisione degli Indiani e dei
Messicani, lo sfogo della lotta di classe verso la Frontiera, lo scontro sull’immigrazione
– che comprime i salari e aumenta le tensioni interetniche – la tensione tra campagna
e città, sono fratture ancora risonanti. Le lotte di classe sono furiosamente
vive in America, ma ricevono oggi un solo sbocco organizzato, egemonizzato da
destra, e sono condotte tra gruppi subalterni a favore delle elite.

Il partito Democratico, abbandonando il segregazionismo sudista e sposando i
diritti civili, ha visto la sua coalizione sociale sfaldarsi nel tempo: oggi,
rifiutando una strategia populista di sinistra, arranca. Del resto, è stato diretto
fautore delle stesse politiche carcerarie, vivendo nel pieno la contraddizione
tra espansione dei diritti civili e lo scontro su questi e sui mai stabiliti diritti
sociali. Nelle città americane la polizia fa le sue ronde, cerca di riempire la
quota prigionieri. E l’enorme sistema d’incarcerazione è in sé un sistema
for-profit: alcune galere sono gestite da privati, molte appaltano il lavoro dei prigionieri,
tutte vanno rifornite. Spesso troverete le galere in zone rurali: l’imprigionamento
dei poveri delle città dà luogo a occasioni di impiego per i poveri di campagna.
Incatenare gli afroamericani è dunque ancora un’industria profittevole, duecento
anni dopo.
In molti stati, una volta rientrati in libertà, i pregiudicati non possono riaccedere
al diritto di voto. Ecco che si è trovato il modo di tenere i neri lontani dalle
liste lettorali, come ai vecchi tempi. I tassi di incarcerazione raggiungono nuovi
record, ma molti politici americani non si stancano mai di indire nuove campagne
“legge-e-ordine”. I mancati investimenti nell’istruzione, la stagnazione dei salari,
la semioccupazione continuano a trsmettere povertà di generazione in generazione.
E se il nero, l’immigrato, il povero sono un pericolo esistenziale, di galere
non ce ne sono mai abbastanza.