27/11/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Il governo di unità nazionale sta per saltare, Mugabe vuole nuove elezioni e intanto il regime rimette in moto l'apparato repressivo

In Zimbabwe lo stallo politico è ormai crisi conclamata e la popolazione torna ad avere paura. Il governo di unità nazionale è a un passo dal crollo e il presidente Robert Mugabe ha di nuovo sciolto la briglia ai suoi sgherri in vista delle prossime elezioni presidenziali che, è quasi sicuro, si terranno nel 2011.

Un governo a pezzi. E' la resa dei conti, il premier Morgan Tsvangirai ha denunciato Mugabe all'Alta Corte, per le ripetute violazioni dell'accordo politico alla base del governo di unità nazionale. Il clima ricorda quello del 2008, quando Tsvangirai, leader del Movement for Democratic Change (Mdc), fu sul punto di sconfiggere Mugabe, il quale rovesciò il tavolo e portò il Paese a un passo dalla guerra civile, che non scoppiò proprio grazie al patto Mugabe-Tsvangirai per la condivisione del potere: il primo restò alla presidenza, il secondo andò al governo. Il programma prevedeva una riforma della Costituzione, per una transizione soft dopo 30 anni di dominio del vecchio leader e del suo Zanu Pf. Ma le cose sono andate diversamente. Il presidente ha progressivamente emarginato il suo premier e la riforma della Costituzione è diventata qualcosa a metà tra un miraggio e una barzelletta. I delicati equilibri si sono rotti definitivamente a fine ottobre, quando Tsvangirai ha accusato Mugabe di aver fatto nomine di peso senza consultarsi con lui, come previsto dal Global Political Agreement (Gpa) del 2009; nello specifico, il leader dell'Mdc contestava la nomina del Procuratore generale di stato, di 10 tra governatori e senatori, cinque giudici della Corte Suprema e delle alte corti e di sei ambasciatori, tra i quali quelli presso l'Unione Europea, l'Onu e soprattutto il Sudafrica, l'unico Paese davvero vicino al regime. Il premier minaccia di denunciare il presidente e di far uscire il suo partito dalla coalizione.

L'esercito si prepara. Il comitato parlamentare per la riforma costituzionale ormai è un motore che ha grippato. Mugabe vuole nuove elezioni e le vuole subito, anche se Tsvangirai ha minacciato di boicottarle, prevedendo che il regime userà di nuovo il pugno di ferro per pilotarne l'esito. Si voterà quasi sicuramente nei primi sei mesi dell'anno prossimo. Non sono tanto le dichiarazioni del vecchio presidente a farlo pensare né le indiscrezioni filtrate dal palazzo. I segni più eloquenti sono altri e vengono dall'esercito, da settimane in uno stato di preoccupante fermento. Domenica 7 novembre, poco meno di 500 militari si sono radunati in un sobborgo di Masvingo per ribadire la loro fedeltà al presidente. Il 15 ottobre, poi, nella caserma Cranborne di Harare si è tenuta una riunione, per decidere come tenere al potere Mugabe, tra una trentina di generali e nuovi proprietari terrieri neri. La presenza di questi ultimi in particolare è rivelatrice. Basta vedere con che tempismo le bande di "veterani" sono tornate a terrorizzare gli ultimi latifondisti bianchi rimasti nel Paese. Mugabe ha lanciato una nuova campagna pr la ridistribuzione della terra, per coagulare consensoe blindare la fedeltà degli alti papaveri dello Zanu, quelli che si sono arricchiti vergognosamente grazie agli espropri. Mercoledì 17, infine, l'esercito ha lanciato un programma di reclutamento massiccio. fa pensare il fatto che l'addestramento intensivo delle nuove reclute comincerà a gennaio e si concluderà a giugno, proprio quando Mugabe prevede si terranno le nuove elezioni.Il principale bacino di reclutamento saranno le milizie giovanili che negli ultimi anni sono stati strasformati in uno strumento del regime: è da lì che provengono i picchiatori impiegati per intimidire l'opposizione.

Pubblicità regresso. La Che le elezioni si stiano avvicinando si capisce anche da inquietanti spot comparsi circa un mese fa, una campagna pubblicitaria, a base di un patrottismo esasperato e vagamente intimidatorio, il cui slogan è: "Zanu Pf, una macchina inarrestabile". Quale sia la macchina in questione, i cittadini lo sanno fin troppo bene. Il nome più temuto è quello di Augustine Chihuri, il capo della polizia che saprà reprimere e intimidire ogni forma di dissenso ma anche creare incidenti ad hoc, se necessario. Si è stretta la morsa anche su quel che rimane della stampa indipendente: l'ultimo inquietante episodio riguarda Wilf Mbanga, giornalista del The zimbabwean, colpevole di aver condotto un'inchiesta sulla misteriosa morte di Igniatius Mushangwe, il capo della commissione elettorale che ha seguito le ultime elezioni, colui che nel 2008 fece filtrare la notizia della vittoria dell'opposizione. Non solo omicidi e manovre di palazzo, il regime si blinda anche usando mezzi inediti, come il Grande Fratello africano. Nell'edizione di quest'anno, il concorrente dello Zimbabwe è arrivato secondo ma una professione di fede a beneficio del vecchio presidente gli è valsa un premio in denaro superiore a quello incassato dal vincitore, 300 mila dollari circa che Mugabe ha fatto raccogliere attraverso imprenditori a lui vicini e una massiccia campagna a mezzo stampa, giocando sul patriottismo spinto. A questo Paese che si riavvicina pericolosamente all'orlo del baratro, l'Unione Europea, a fine settembre, ha deciso di concedere 138 milioni di euro, come riconoscimento per i progressi fatti dai partiti che hanno stipulato il Gpa. Sembra uno scherzo ma non lo è.

Alberto Tundo

Categoria: Diritti, Elezioni, Guerra, Tortura, Media
Luogo: Zimbabwe