28/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il World Food Programme è costretto a tagliare gli aiuti ai profughi in Tanzania
Li avevamo lasciati tra i campi profughi della Tanzania, in attesa che li rimpatriassero quando la situazione politica in patria si fosse calmata.
Centinaia di migliaia di profughi dal Burundi e dalla Repubblica Democratica del Congo, costretti per anni nel limbo delle tendopoli a un’esistenza quasi totalmente dipendente dagli aiuti internazionali. Oggi quegli aiuti stanno finendo e uno dei principali organi che li alimenta, il World Food Programme, ha di recente lanciato un allarme alla comunità internazionale.
 
L’organizzazione ha dichiarato di non  avere più fiato per continuare a trascinarsi dietro il peso di 410mila persone, divise in 13 campi profughi, per le quali non si delinea ancora un futuro chiaro.
Quest’anno, nelle casse del Wfp, mancano all’appello 14 milioni di dollari in donazioni. La guerra in Iraq e i suoi effetti sull'economia dei paesi che ne sono direttamente o indirettamente coinvolti potrebbero aver avuto un ruolo decisivo nei grossi tagli nei fondi destinati agli aiuti umanitari in altre parti del mondo.
La conseguenza è stata una riduzione del 24 per cento nelle razioni di cibo costituite da sacchi di fagioli, grano e un miscuglio nutritivo dal nome di Csb, distribuite ogni settimana. Chi prima riceveva 2,5 chili di aiuti alimentari, ora ne avrà poco meno di due chili.

Per molti profughi, il rimpatrio previsto entro la fine dell’anno non è avvenuto e probabilmente non avverrà. La situazione politica in Burundi e nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo è ancora minata da una forte instabilità, incarnata dagli attacchi di gruppi di miliziani ribelli contro i quali governi e peacekeepers internazionali hanno potuto ben poco.

Un imprevisto che ha avuto effetti anche sui rifugiati in attesa di rientro, il cui numero in Tanzania – a dispetto dei calcoli effettuati dal World Food Programme –  non è diminuito.
 “Secondo le nostre previsioni all’inizio del 2004, molti profughi, soprattutto burundesi, avrebbero dovuto tornare in patria”, afferma da Dar es Salaam, Giancarlo Stopponi, impiegato del Wfp.
“A novembre si sarebbero dovute tenere le elezioni, che sono invece slittate ad aprile del 2005.
Di conseguenza abbiamo ridotto le risorse qui in Tanzania, incrementandole in Burundi in vista del loro rientro. L’impasse politico e la mancanza di sicurezza nel paese hanno fatto sì che solo poche migliaia di persone siano tornate a casa, mentre più di 80mila hanno rimandato la partenza. Non possiamo continuare a dar loro la stessa quantità di aiuti alimentari, quindi siamo costretti a ridurli”.

La riduzione delle razioni – assicura l’operatore del Wfp – non riguarderà bambini e adulti affetti da malnutrizione, che continueranno a ricevere la stessa razione di cibo.
”Tuttavia – continua Stopponi – se non dovessero arrivare i fondi necessari entro breve, nel giro di soli quattro mesi ci ritroveremmo completamente a secco, e così le oltre 400mila persone che da noi dipendono”. Un campanello d’allarme, che richiede soluzioni rapide. “Siamo già in ritardo sulla tabella di marcia. Il lasso di tempo che corre da un trasferimento bancario nelle casse del Wfp alle pance dei profughi è di almeno sei mesi. Ci sono molte procedure tecniche e burocratiche da rispettare”.

Il ritardo è già di due mesi e i membri dell’organizzazione sono preoccupati.
E le mancate elezioni in Burundi hanno bloccato quasi del tutto i rientri nelle ultime settimane.
E’ probabile che la grave crisi umanitaria in Darfur abbia spostato il bilanciere e la concentrazione degli aiuti umanitari da parte della comunità internazionale nel Sudan occidentale, danneggiando di conseguenza i profughi in Tanzania. E ora, oltre al cibo, scarseggia anche il tempo per fronteggiare una nuova emergenza.

Pablo Trincia

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