scritto per noi da
Enza Petrillo

“Guerra e/è comunicazione”,
questo il titolo dell’iniziativa curata dall’Istituto di Studi Filosofici e
Università “L’Orientale” di Napoli che, in occasione del sessantesimo anniversario
della
Liberazione e della fine della seconda guerra mondiale, ha proposto un’analisi
del rapporto tra informazione e guerra .
Esportazione della democrazia, le
torture di Abu Ghraib, informazione embedded . Temi caldi che si sono snodati
in interrogativi spesso rimasti senza risposta.
Negli sfarzosi palazzi della Napoli settecentesca a parlare
di queste cose ci si è sentiti un po’ fuori luogo.Troppo stridente il
contrasto
con le immagini di guerra riproposte dai relatori e dagli inviati di
ritorno
dall’Iraq. Imbarazzante discutere di politica internazionale , mentre
in Iraq, nella sola giornata del convegno, nella sola
Bagdhad si sono contati altri 60 civili morti.
Rispetto alla sistematica violazione dei diritti umani, ai
massacri quotidiani di civili inermi,
qual è il ruolo dell’informazione? Mimmo Candito, inviato in Iraq de La
Stampa non ha dubbi: “I giornalisti oggi sono schiacciati all’interno di un
percorso legato ai meccanismi di controllo. Questo è il vero braccio legato
dietro la schiena”. Gli fa eco Claudio Monici, inviato de L’Avvenire: “Si può
narrare la guerra soltanto con la consapevolezza che l’obiettività è difficile
da raggiungere”.
Già. Ma come si può fare una
buona informazione in queste circostanze? Fino a che punto il racconto dei
fatti è realmente indipendente?
Oltre il giornalismo sequestrato
non mancano gli esempi di chi l’informazione vuole farla per bene, non esitando
a puntare il dito contro il torpore mediatico che si scatena non appena si spengono i riflettori.
Vittorio dell’Uva, inviato de Il
Mattino, racconta: “La cosa terribile è che il mondo si accontenta e vuole
accontentarsi. Nessuno vuole sapere,
perché ciò che conta in una logica da supermarket è il risultato finale.
Solo quello conta.”
Parole amare che lasciano
immaginare cosa significhi il “risultato finale” vissuto quotidianamente dalla
popolazione sulla propria pelle.
Il ricordo di Dell’Uva è quasi
un’istantanea. “Dopo tre giorni dall’entrata a Bassora stava già nascendo la
guerriglia. Un bambino chiedeva “water water!”, gli americani hanno creduto che
nascondesse una bomba. Ricordo civili inginocchiati per ore ai bordi di una
strada delimitata dal filo spinato. Un popolo trattato così, che vede le
proprie case gratuitamente bombardate, come deve reagire? Che politica è questa
che esclude la morale dalla gestione del mondo?”
La politica oggi sembra più
distante che mai e il bilancio al margine della tre giorni su guerra e
informazione non può essere che doloroso.
La politica non è soltanto la
realpolitik scatenata in ambito internazionale, ma è anche la ragione stessa in
nome della quale spesso si chiama in guerra anche il quarto potere.
Commenta Mimmo Candito “Il
principio è tenere lontani i testimoni della realtà. Stare lontani o essere
embedded. Questi i due punti della situazione. Il tentativo in atto è quello di
costruire un frame all’interno del quale inserire l’informazione. Oggi sempre
meno i cani da guardia mordono.”
Giornalismo sequestrato?
Difficile stabilirlo.
Di certo le storie di tutti i giorni
raccontate dagli inviati lasciano intendere perfettamente quanto sia grande la
distanza che divide la guerra raccontata dalla guerra vissuta.