17/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un convegno a Napoli per riflettere su un rapporto sempre più difficile
scritto per noi da
Enza Petrillo
 
l'iraq di oggi: violenza e distruzione“Guerra e/è comunicazione”, questo il titolo dell’iniziativa curata dall’Istituto di Studi Filosofici e Università “L’Orientale” di Napoli che, in occasione del sessantesimo anniversario della Liberazione e della fine della seconda guerra mondiale, ha proposto un’analisi del rapporto tra informazione e guerra .
Esportazione della democrazia, le torture di Abu Ghraib, informazione embedded . Temi caldi che si sono snodati in interrogativi spesso  rimasti senza risposta.
Negli sfarzosi  palazzi della Napoli settecentesca a parlare di queste cose ci si è sentiti un po’ fuori luogo.Troppo stridente il contrasto con le immagini di guerra riproposte dai relatori e dagli inviati di ritorno dall’Iraq. Imbarazzante discutere di politica internazionale , mentre in Iraq, nella sola giornata del convegno,  nella sola Bagdhad si sono contati altri 60 civili morti.
Rispetto alla  sistematica violazione dei diritti umani, ai massacri quotidiani di civili inermi,  qual è il ruolo dell’informazione? Mimmo Candito, inviato in Iraq de La Stampa non ha dubbi: “I giornalisti oggi sono schiacciati all’interno di un percorso legato ai meccanismi di controllo. Questo è il vero braccio legato dietro la schiena”. Gli fa eco Claudio Monici, inviato de L’Avvenire: “Si può narrare la guerra soltanto con la consapevolezza che l’obiettività è difficile da raggiungere”.
 
Già. Ma come si può fare una buona informazione in queste circostanze? Fino a che punto il racconto dei fatti è realmente indipendente?
Oltre il giornalismo sequestrato non mancano gli esempi di chi l’informazione vuole farla per bene, non esitando a puntare il dito contro il torpore mediatico che si scatena  non appena si spengono i riflettori.
Vittorio dell’Uva, inviato de Il Mattino, racconta: “La cosa terribile è che il mondo si accontenta e vuole accontentarsi. Nessuno vuole sapere,  perché ciò che conta in una logica da supermarket è il risultato finale. Solo quello conta.”
Parole amare che lasciano immaginare cosa significhi il “risultato finale” vissuto quotidianamente dalla popolazione sulla propria pelle.
Il ricordo di Dell’Uva è quasi un’istantanea. “Dopo tre giorni dall’entrata a Bassora stava già nascendo la guerriglia. Un bambino chiedeva “water water!”, gli americani hanno creduto che nascondesse una bomba. Ricordo civili inginocchiati per ore ai bordi di una strada delimitata dal filo spinato. Un popolo trattato così, che vede le proprie case gratuitamente bombardate, come deve reagire? Che politica è questa che esclude la morale dalla gestione del mondo?”
 
La politica oggi sembra più distante che mai e il bilancio al margine della tre giorni su guerra e informazione non può essere che doloroso.
La politica non è soltanto la realpolitik scatenata in ambito internazionale, ma è anche la ragione stessa in nome della quale spesso si chiama in guerra anche il quarto potere.
Commenta Mimmo Candito “Il principio è tenere lontani i testimoni della realtà. Stare lontani o essere embedded. Questi i due punti della situazione. Il tentativo in atto è quello di costruire un frame all’interno del quale inserire l’informazione. Oggi sempre meno i cani da guardia mordono.”
Giornalismo sequestrato? Difficile stabilirlo.
Di certo le storie di tutti i giorni raccontate dagli inviati lasciano intendere perfettamente quanto sia grande la distanza che divide la guerra raccontata dalla guerra vissuta.
Categoria: Guerra
Luogo: Italia
Pubblicità