Pubblichiamo un intervento di Human Rights Watch, organizzazione non governativa per la difesa dei diritti umani con sede negli
Stati Uniti.
Il fallimento delle forze Usa in Iraq nell’attuare le più basilari precauzioni
ai checkpoint ha provocato l’inutile morte di molti civili nel corso dei due anni
successivi al momento in cui tali inadeguatezze erano state rilevate. L'uccisione,
avvenuta il 4 marzo a un checkpoint di Baghdad, di Nicola Calipari, ufficiale
dei servizi segreti italiani, ha evidenziato questo fallimento.

Dopo la caduta di Baghdad, Human Rights Watch aveva espresso le proprie
preoccupazioni ai comandanti dell'esercito degli Stati Uniti in merito
al numero eccessivo di morti tra civili presso i checkpoint. I
comandanti avevano dichiarato di aver identificato diversi problemi
delle procedure e di aver intrapreso i passi necessari per correggerle.
Ancora, nel suo rapporto dell'ottobre 2003, "Hearts and Minds",
Human Rights Watch faceva pressioni sui militari USA in Iraq perchè
intraprendessero ulteriori misure per contrassegnare meglio i
checkpoint con luci e segnaletica in arabo visibile, perchè venisse
avviata una campagna di pubblica utilità per informare gli iracheni sui
comportamenti corretti da tenere a un checkpoint e fossero sempre
messi a disposizione interpreti e soldati con conoscenza dell'arabo.
"I
militari dovrebbero immediatamente intraprendere i passi essenziali per
garantire la sicurezza dei civili iracheni ai checkpoint, proprio come
per i soldati americani" ha affermato Marc Garlasco, analista
militare di HRW. "Il fatto che i soldati che prestano servizio presso i
checkpoint affrontino dei pericoli reali non è una scusa per essere
compiacenti. Questi rischi non devono essere trasferiti ai civili".
L'uccisione di un agente dei servizi italiani presso un checkpoint mostra che
l'esercito non ha ancora assunto le elementari precauzioni per la protezione dei
civili. Il 2 maggio, il Pentagono ha rilasciato un rapporto ufficiale a proposito
dell'uccisione di Nicola Calipari. L'agente italiano è stato colpito presso un
checkpoint americano mentre stava scortando all'aeroporto una giornalista italiana
rilasciata dai ribelli iracheni che l'avevano rapita. L'inchiesta militare americana
ha assolto tutto il personale militare statunitense coinvolto nella sparatoria,
ma ha anche dimostrato che l'esercito non è riuscito ad applicare le lezioni
imparate nel corso dei due anni di gestione dei checkpoint.

I checkpoint in Iraq costituiscono un pericolo sia per i soldati che vi prestano
servizio che per coloro che li attraversano. I soldati americani definiscono il
tipo di checkpoint in cui Calipari è stato ucciso una " blocking position". Le
blocking position sono checkpoint in cui le unità dell'esercito cercano di allontanare
i veicoli senza perquisirli. In base alle indagini condotte dagli Usa l'unità
militare in questione aveva ricevuto le Procedure Operative di Posizionamento
Tattico, ma questo insieme di procedure rivolte ai checkpoint "non offre elementi
di guida per i posti di blocco".
"Non vi sono elementi di prova che indichino
che i soldati siano stati addestrati ad istituire posti di blocco prima del loro
arrivo sulla scena", ammette il rapporto del Pentagono. Le indagini hanno rilevato
come, invece di attenersi alle linee guida scritte, l'unità abbia usato procedure
informali che venivano trasmesse da un'unità all'altra. Di fatto, secondo le indagini,
l'unità non aveva mai ricevuto alcun addestramento sulle giuste procedure da utilizzare
nei posti di blocco.
"L'utilizzo di soldati non addestrati per operazioni delicate
come i checkpoint non ha senso" afferma Garlasco. "Questa pratica mette a rischio
sia i soldati USA che i civili iracheni". Le raccomandazioni del rapporto statunitense
rispecchiano molte delle problematiche discusse da Human Rights Watch con i comandanti
militari degli Stati Uniti in Iraq subito dopo la caduta di Baghdad nel 2003.
Un ufficiale della Terza Divisione di fanteria aveva dichiarato a Human Rights
Watch che l'importanza dell'uso di segnali e barriere per rallentare i veicoli
era tra le lezioni apprese dalla guerra su come ridurre al minimo gli incidenti
per i civili ai checkpoint.
Sempre secondo il rapporto Usa, la notte in cui Calipari
fu ucciso, la compagnia dell'esercito operante al checkpoint non utilizzava alcun
segno di avvertimento per indicare ai veicoli di rallentare né aveva disposto
delle barriere di gomma per il rallentamento. Questi elementi avrebbero potuto
facilmente essere portati e disposti dai soldati al momento dell'istituzione del
blocco.

Il rapporto raccomanda di creare un programma per informare tutti
gli iracheni su come comportarsi a un checkpoint, di chiedere ai
soldati di tenere in considerazione la prospettiva dei guidatori e di
quello che possono vedere e di esibire "segnali di allarme più visibili
per il guidatore". Secondo il rapporto del Pentagono, tra le procedure
che avrebbero dovuto essere adottate per un checkpoint (e quindi non un
posto di blocco) la notte della sparatoria figuravano "una linea di
allerta, una linea di avvertimento, una linea di arresto, un'area di
perquisizione e un'area di controllo". Secondo le Procedure
Operative Tattiche Standard, l'area di perquisizione deve essere "un
checkpoint bene illuminato, lontano dalle strutture circostanti,
consentire il posizionamento di uno o più gruppi di perquisizione,
l'uso di segnali di allarme a una distanza sufficiente per permettere
ai guidatori di reagire in tempo, l'uso di barriere fisiche per
costringere il veicolo a rallentare, come dispositivi chiodati,
per bloccare i movimenti di veicoli che cerchino di oltrepassare l'area
di perquisizione". Inoltre, il rapporto sostiene che le
unità avrebbero dovuto essere dotate di dispositivi tra cui
"segnaletica di avvertimento, triangoli, transenne, coni e/o
barriere chiodate". Sembra che nessuno di questi elementi sia
stato utilizzato la notte della sparatoria. Mentre alcune delle
procedure standard per un checkpoint erano state adottate, molte altre
che avrebbero potuto prevenire l'uccisione di Nicola Calipari non lo
erano.
Un secondo rapporto, redatto dal Governo italiano, pubblicato il 3 maggio, conferma
molte delle affermazioni del rapporto degli Stati Uniti, anche se ne diverge per
alcuni dettagli. Un punto di particolare critica è la mancata conservazione e
documentazione, da parte delle forze Usa, della scena dell'incidente ai fini
probatori, come se l'esercito Usa avesse desiderato distruggere delle prove. La
conservazione del luogo della sparatoria per fotografie e analisi avrebbe aiutato
l'esercito americano a comprendere meglio la dinamica della sparatoria e avrebbe
potuto portare a una migliore protezione dei civili.
Il fatto che le forze Usa che gestivano il checkpoint abbiano distrutto i registri
dell'unità coinvolta nella sparatoria è ugualmente sconcertante. In tali casi,
tutte le prove avrebbero dovuto essere rilevate per migliorare la protezione dei
civili ai checkpoint per il futuro. La distruzione delle prove potrebbe anche
essere vista come tentativo di ostacolare la giustizia militare e penale. Human
Rights Watch chiede all'esercito degli Stati Uniti di conservare tutte le prove
relative a gravi incidenti presso i checkpoint, in particolare quelli che causano
la morte di civili.