09/11/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Il viaggio del presidente statunitense nel centro del mondo futuro e il contenimento della Cina

India, Indonesia, Corea del Sud, Giappone. Il presidente statunitense Barack Obama fa il giro di quelle che il suo Paese considera le "democrazie asiatiche" per rinvigorire la presenza di Washington in Estremo Oriente. Si tratta di accerchiare la Cina? L'abbiamo chiesto a Roberto Menotti, coordinatore editoriale di Aspenia, rivista di Aspen Italia.

Il viaggio di Obama fa parte di un progetto di contenimento della Cina?

Mi sembra che l'obiettivo implicito sia di lanciare messaggi non solo alla Cina ma anche, di tipo positivo, agli alleati regionali: gli Stati Uniti sono vigili rispetto all'ascesa cinese. Questa scelta si traduce nell'inedito sostegno a un ruolo di alto profilo internazionale per l'India, che a Pechino è letto come una forma di contenimento indiretto, soft, molto in linea con le strategie complessive di Obama: una strategia di contenimento guardinga.

Perché guardinga?

Perché gli Usa hanno ben chiaro il rapporto di stretta interdipendenza con la Cina, cosa di cui sono ben consapevoli anche i cinesi. Al tempo stesso c'è una notevole preoccupazione statunitense, sia perché il budget militare cinese cresce continuamente, sia soprattutto perché la Cina sta così crescendo in tutti i settori che appena si muove provoca delle onde: nelle alte tecnologie, nell'export e inevitabilmente nella geopolitica. La Cina preoccupa.

Mentre Obama va in Oriente, Hu Jintao viene in Europa. E' molto chiaro quello che ha da offrire la Cina: soldi. Hu va in Francia e commissiona gli Airbus, va in Portogallo e si offre di comprare il debito di un Paese che rischia di finire come la Grecia. Cosa può offrire Obama in Oriente?

Una versione riveduta e corretta della vecchia garanzia di sicurezza statunitense, estremamente importante per tutti quei Paesi. Il discorso è molto semplice: la Cina non è contenibile da nessun Paese asiatico, nemmeno dall'India, almeno per i prossimi vent'anni. Non è probabilmente contenibile neppure da una eventuale coalizione asiatica e fare questo significherebbe comunque inimicarsela. Quindi gli Stati Uniti restano essenziali. Questo Obama lo sa. Non a caso ci sono rapporti in evoluzione non solo con i partner storici, ma anche con l'India, l'Indonesia, il Vietnam, in prospettiva futura.
E poi, nonostante la crisi, gli Usa restano la più grande potenza economica al mondo.
Sono d'accordo che rispetto al viaggio di Hu Jintao, quello di Obama abbia meno chiarezza di obiettivi nell'immediato. Ma resta il fatto che con gli Usa bisogna fare i conti.

Come ha reagito la Cina al viaggio di Obama?

La diplomazia cinese ha uno stile molto opaco e una retorica vagamente terzomondista, per cui non ci si possono aspettare reazioni innovative ed eclatanti.
Tra le altre cose, se sul piano regionale è diventate un po' più dura e assertiva, sul piano globale la linea ufficiale cinese si è fatta più conciliante negli ultimi anni. Anche perché ormai è un Paese che siede a tutti i tavoli: dal G20 al G2 - che non esiste ma è come se esistesse - a una serie di tavoli informali. Quindi non ha un atteggiamento apertamente critico verso le iniziative diplomatiche Usa. Tanto più che la questione più calda, quella monetaria, non è nella sua fase peggiore: gli Usa fanno meno pressioni per la rivalutazione dello yuan, il G20 sta cercando di mediare.
Le uniche reazioni cinesi potrebbero essere sulla questione indiana. La Cina non sarà mai d'accordo sull'India nel Consiglio di Sicurezza e su un suo ruolo esplicitamente più importante a livello globale. Potrà accettarlo e adeguarsi a un certo punto, ma non sarà mai d'accordo. D'altra parte non può impedire che l'India lo reclami e che gli Usa la appoggino.

Le enuncio alcune contraddizioni che Obama si trova davanti in Oriente: l'India accusa gli Usa di riarmare il Pakistan; in Indonesia i musulmani lo contestano in quanto "assassino di islamici"; la Corea teme che la politica statunitense possa aggravare le tensioni con il Nord; in Giappone c'è aperta la questione di Okinawa. Come le inquadra nel viaggio del presidente?

Questi problemi dimostrano che è un viaggio importante. Obama lo prende sul serio, lo dimostra il suo articolo sul New York Times in cui sosteneva che l'Asia è di gran lunga la regione più importante per il futuro economico del pianeta.
Bisogna mettere queste tensioni in prospettiva.
Per l'India, gli usa sono la garanzia principale - con il deterrente nucleare - che il Pakistan non esca dai ranghi. Anche perché senza gli Stati Uniti e i soldi cinesi, il Pakistan si destabilizzerebbe e sarebbe molto più pericoloso.
In Indonesia è chiaro che ci sono gli islamici, ma anche enormi potenzialità non ancora espresse, e gli Usa vogliono essere punto di riferimento.
In Corea la partita è delicatissima, ma anche qui Seul sa bene che l'unico vero alleato nella regione sono gli Stati Uniti. C'è un nemico storico, anche culturale, che è il Giappone, e uno scomodo vicino come la Cina. Si tengono ben stretta l'alleanza con gli Usa.
Stesso discorso per il Giappone che si trova in uno scacchiere problematico e conflittuale. Certo, c'è da sempre il problema di Okinawa e un conflitto anche culturale che risale alla fine della guerra, ma il Giappone non può gocare troppo con il fuoco.
Quindi le tensioni sono più indice dell'importanza del viaggio di Obama che segno del crollo dell'influenza Usa.

Senza voler leggere nella sfera di cristallo, pensa che dopo il viaggio di Obama gli Usa saranno più vicini a quell'area di mondo?

Io credo di sì, quanto meno quello è l'obiettivo. C'è uno sforzo molto evidente di Obama di spostare l'asse della politica estera ed economica statunitense verso la regione che sarà nei prossimi decenni la più importante per l'economia del suo Paese. Sta adeguando la politica estera Usa alla realtà.

Gabriele Battaglia

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