08/11/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Francia, PeaceReporter ha intervistao Fabrice Arfi, uno dei giornalisti d’inchiesta coinvolti nel caso di spionaggio da parte del governo

Fabrice Arfi è uno dei due giornalisti d’inchiesta del quotidiano online Mediapart che si sono occupati di alcuni degli scandali più scottanti che hanno coinvolto negli ultimi tempi il presidente francese Nicolas Sarkozy e il suo partito l’Ump. Mediapart, uno dei siti di informazione indipendente e di inchiesta più seguiti oltralpe, è stato fondato verso la fine del 2007, dalla volontà di alcuni giornalisti, tra i quali il suo direttore attuale Edwy Plenel.
Arfi è tra i giornalisti intercettati e spiati, secondo le indiscrezioni pubblicate dal settimanale satirico Le Canard enchainé, dal Dcri, dipartimento dell’Interno deputato a sorvegliare i giornalisti e supervisionato direttamente da Sarkozy. PeaceReporter lo ha intervistato per ricostruire la cornice nella quale viene alla luce questo nuovo scandalo riguardante l’informazione d’inchiesta in Francia.


Anche voi di Mediapart siete in possesso delle informazioni divulgate dal Canard?

Come ha scritto il direttore di Mediapart, Edwy Plenel, nei giorni scorsi, noi abbiamo le stesse informazioni del Canard enchainé. Il servizio di spionaggio del ministero dell’Interno, la Dcri, ha condotto delle intercettazioni telefoniche su alcuni giornalisti e in particolare su Fabrice Lhomme e su di me, per quanto riguarda il quotidiano online Mediapart. Io e Lhomme abbiamo lavorato su due casi caldi come l’affaire Bettencourt e l’affaire Karachi, due grandi scandali, entrambi pericolosi per Sarkozy.

In cosa consiste l’affaire Karachi?

L’affaire Karachi è una questione che riguarda un attacco terroristico avvenuto nel 2002 in Pakistan, in cui sono state uccise undici persone che lavoravano per la Dcn, direction des constructions navales, che costruisce sottomarini. All’epoca le versioni ufficiali, in Francia e in Pakistan, hanno detto che si trattava di Al Qaeda, ma noi abbiamo scoperto che la vera ragione di questo attacco terroristico è strettamente legata a una vicenda di corruzione nella vendita dei sottomarini. La questione è davvero scottante per Sarkozy, perché è emerso il suo ruolo nel sistema di corruzione mentre era ministro del Bilancio, tra il 1993 e il 1995.

Qual è la risonanza che questa vicenda ha avuto sulla stampa internazionale?

Ci sono molti articoli sulla stampa britannica e americana a proposito di un libro che noi abbiamo scritto sull’affaire Karachi, il libro si intitola ‘Le contrat: Karachi, l’affaire que Sarkozy voudrait oublier’.

Le ragioni dell’attentato allora non sono di matrice terroristica?

Ci sono altre ragioni: sono state uccise le persone che hanno lavorato alla costruzione di alcuni sottomarini che il governo francese aveva venduto nel 1994, quindi otto anni prima. C’è un giudice francese, che si chiama Marc Trévidic, che ha condotto un’interessante inchiesta giudiziaria sull’accaduto e ha scoperto che l’attacco terroristico è probabilmente strettamente legato al caso di corruzione sulla vendita dei sottomarini stessi.

Esistono anche delle evidenze processuali di quanto lei sta affermando?

Ci sono moltissimi documenti, prodotti nel corso di inchieste giudiziarie sulla vicenda, e noi li abbiamo pubblicati nel nostro libro ‘Le contrat’. C’è anche un dossier sul quotidiano online Mediapart, che include i documenti dell’inchiesta, oltre ai nostri articoli.

Lei ha scritto anche un altro libro insieme a Fabrice Lhomme?

Ne abbiamo scritto uno sul caso Karachi, che è quello citato, e uno sul caso Bettencourt.

L’inchiesta giudiziaria è ancora in corso?

Si, il giudice sta ancora indagando, anche se il pubblico ministero, che in Francia viene anche chiamato ‘parquet’ e indica il dipartimento della giustizia che include procuratore generale, procuratore della Repubblica e sostituti, e dipende direttamente dallo Stato, sta facendo di tutto per ostacolare il suo lavoro.

Il caso scoppiato ora riguarda alcuni giornalisti che sarebbero stati spiati da un dipartimento dell’Interno, tra questi ci siete anche lei e Fabrice Lhomme. Il tentativo di tracciare il vostro lavoro riguarda le vostre fonti?

Noi abbiamo informatori interni al governo francese e ai servizi segreti, non so se sono gli stessi del Canard enchainé ma abbiamo le stesse informazioni. Sappiamo che ci sono stati diversi tentativi di scoprire le nostre fonti, quelle che ci stanno continuando a passare informazioni. Vogliono sapere dove possiamo trovare informazioni pericolose per il presidente.

Voi siete tenuti a comunicare l’identità delle vostre fonti? La legge vi protegge?

La legge mi protegge, non sono tenuto a rivelare le mie fonti. È illegale che i servizi segreti tentino di scoprirle, non possono farlo, non possono tracciare le mie fonti per proteggere il presidente.

Si riferisce alla legge del gennaio 2010?

Si, anche. Ma è una pessima legge, è a maglie troppo larghe, che lasciano spazio a troppe possibili interpretazioni.

Cosa le dice il nome del giudice Courroye?

Una brutta vicenda in cui il giudice è andato contro questa legge per conoscere le fonti di un giornalista francese che conosco personalmente, Gérard Davet di Le Monde. È uno dei giornalisti d’inchiesta di Le Monde che ha scritto articoli pericolosi per il presidente Sarkozy. Il giudice ha ordinato di mostrargli i tabulati delle sue conversazioni telefoniche, questo non è propriamente legale.

Il Canard sostiene che le sue fonti sono attendibili, anche se non hanno prove, cosa dite delle vostre?

La prova, in questi casi, è molto difficile: cosa può costituire una prova in questi frangenti? Un ordine di missione, di uno dei responsabili dei servizi a un agente, o qualcosa di scritto, ma è complicato. Noi abbiamo buone fonti, molte e diversificate e soprattutto interne al sistema, quindi abbiamo il dovere giornalistico di rendere noto all’opinione pubblica quello che sappiamo. Ma è vero che la prova definitiva non è data, almeno al momento, e soprattutto non siamo poliziotti e tanto meno siamo il Parlamento, quello di cercare prove certe non è il nostro compito.

C’è anche il fatto che alcuni computer, contenenti delle informazioni sensibili, sono stati rubati. Mi conferma questa circostanza?

Si, tre redazioni, Le Monde, Le Point e Mediapart hanno subito il furto di alcuni computer contenenti informazioni e documenti legati all’affaire Bettencourt. A Mediapart sono stati rubati due computer, e hanno portato via un cd rom. Hanno preso un computer che si trovava sulla scrivania a fianco alla mia, purtroppo per loro non era la scrivania giusta. Io porto sempre via con me il mio pc. Ma nel cd rom comunque, che avevo lasciato sulla mia scrivania, c’erano informazioni sul caso Bettencourt.

Siete riusciti a salvare, quindi, le informazioni che servono?

Si, abbiamo comunque conservato le informazioni e i documenti più importanti in posti sicuri.

Come pensa che andrà a finire questa faccenda delle intercettazioni e dello spionaggio dei giornalisti?

Non lo so, non ne ho idea, ma spero che il Parlamento faccia un’interrogazione al governo su questo punto, e personalmente spero di riuscire ad avere più informazioni e a raggiungere i documenti che provino quello che le nostre fonti ci hanno rivelato.

Alessandro Micci