Che idea vi siete fatti di questo rapimento? Ci sono collegamenti con le proteste
antioccidentali degli ultimi giorni?
No, non penso vi sia un legame diretto. Ma certamente c’è un clima nuovo di tensione
antioccidentale che favorisce iniziative di gruppi criminali come quello che sta
dietro al rapimento di Clementina.
Da quanto c’è questo ‘nuovo clima’?
Ormai da mesi il vento è cambiato, in tutto l’Afghanistan ma anche qui a Kabul.
C’è stato prima il rapimento degli operatori delle Nazioni Unite, poi due mesi
fa un espatriato britannico fermato per strada e ucciso con un colpo di pistola
in pieno volto, un mese fa il fallito rapimento di un civile statunitense. E poi
l’attentato del 7 maggio all’internet cafè.
Un clima appesantito dalle proteste antioccidentali scatenate dall’articolo di
Newsweek
Certamente. Anche qui a Kabul la scorsa settimana ci sono state grosse manifestazioni
studentesche. Non sono state violente come quelle di Jalalabad, Gardez e Ghazni,
ma rappresentano un chiaro segnale della crescita del malcontento popolare, dell’insofferenza
verso la presenza degli stranieri.
Un’insofferenza che prima non c’era?
No, c’è sempre stata. L’Afghanistan non è mai stata una ‘questione risolta’ come
dice qualcuno. Nel sud del Paese la guerriglia talebana non si è mai sopita. Anzi,
oggi sembra più forte di prima. Il governo di Karzai non ha mai controllato il
territorio, ancora in mano ai signori della guerra. E la popolazione afgana non
ha mai accettato la presenza militare americana e occidentale.
E ora cos’è cambiato?
La differenza è che ora questo malcontento latente è venuto a galla, e non solo
tra i pashtun del sud, ma in tutte le province afgane, da Herat a Kabul, da Mazar-i-Sharif
al Panjshir.
Queste proteste antioccidentali sono spontanee o manovrate?
Il malcontento è spontaneo, ma sicuramente ci sono persone e gruppi che soffiano
sul fuoco. Non solo i talebani e i fondamentalisti, ma tutti quelli che mirano
a destabilizzare il Paese in vista delle delicatissime elezioni legislative del
prossimo settembre.
Che aria si respira a Kabul in queste ore, che atmosfera c’è in città?
Non posso dirlo. Per un semplice motivo: da giorni noi, come tutti gli stranieri
presenti a Kabul, non possiamo praticamente girare per la città. Siamo costretti
a rimanere chiusi nelle nostre abitazioni e a limitare i nostri spostamenti. Mercoledì
e sabato scorso abbiamo ricevuto chiare istruzioni dall’ambasciata italiana sulle
precauzioni da prendere in relazione al rischio di rapimenti e attentati.
Quali?
Non girare a piedi per la città, viaggiare solo di giorno, in convoglio e con
contatto radio permanente, non frequentare ristoranti, internet cafè e altri locali
pubblici.
Quale percezione ha la popolazione afgana degli stranieri che lavorano a Kabul?
Generalmente, a pelle, non c’è molta simpatia. Qui la gente è molto povera e
certamente non è felice nel vedere stranieri che girano per la loro città su fuoristrada
da sessantamila dollari. Persone che dovrebbero essere qui per aiutare la gente.
Poi molti non fanno distinzione tra personale straniero civile e militare. Ovviamente
la percezione cambia quando si scende sul piano dei rapporti personali, quando
entra in gioco la conoscenza personale.