22/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Una campagna internazionale in difesa degli indigeni e per il ritiro della Benetton
MapucheTutti contro la Benetton. L’organizzazione Enlace Mapuche International ha lanciato una campagna per denunciare le operazioni commerciali della società italiana in Patagonia, che da anni sta causando effetti disastrosi alle comunità indigene della regione.

Con loro si sono schierate tante organizzazioni solidali alla causa degli indios e dei loro atavici diritti sulle proprie terre ancestrali. Dalla Germania al Belgio, dal Canada a Svezia e Inghilterra, migliaia di persone si stanno muovendo per difendere questa gente. Sono già tante le cause legali intentate contro la Benetton, ma poche quelle risolte positivamente per gli indios.

Negli ultimi dieci anni l'azienda italiana si è lanciata nell’acquisto di latifondi e di società anonime accumulando fino a novecentomila ettari di terra ubicate in varie province della Patagonia argentina. Buona parte di questa immensa ricchezza è, da anni, oggetto di dispute fra la comunità mapuches e i nuovi proprietari o presunti tali.

Il popolo indigeno ha sempre messo in discussione la legalità dei titoli di proprietà che queste imprese dicono di avere e hanno sempre sostenuto che queste terre sono loro per diritto naturale.

“Non rinunceremo mai alla nostra terra. E’ una questione di vita o di morte”, ripetono instancabilmente i Mapuche in ogni occasione.

Questa gente, il cui nome in lingua Mapudungun significa Uomini della terra, abitano da sempre nella zona dell'odierno il Cile e, nel Seicento arrivarono fino all'attuale Argentina meridionale. Trenta milioni erano gli ettari in cui vivevano e che hanno sempre difeso con coraggio dagli invasori, sia incas che spagnoli.

“Per noi la terra è la vita stessa. Chi la abbandona, spezza i legami con se stesso e cessa di esistere”, tengono a precisare dai loro media.

Quella dei mapuche fu infatti l’unica nazione che i colonizzatori spagnoli non riuscirono subito a sottomettere. Unendosi ogni volta che si sentivano minacciate dai colonizzatori, le diverse comunità resistettero per secoli.

Nel Seicento non lasciarono altra scelta perfino alla Spagna che cedette e firmò il Trattato di Quillin (1641), che da una parte sancì la riduzione del loro territorio ma dall’altra garantì la loro sovranità sull’Estado de Arauco, a sud del fiume Bio Bio. Poi il 1881 e la pace finì. L’esercito del neonato stato cileno cominciò a occuparne le proprietà - tanto che molti di loro fuggirono appunto nella vicina Argentina - e da allora stanno subendo un lento ma inesorabile genocidio.

Dei milioni di ettari originari oggi ne hanno soltanto 250.000. E poi la povertà estrema, gli espropri, gli spostamenti forzati di intere comunità, episodi di triste sopraffazione che hanno spinto molti di loro a migrare nelle vicine città aggravando ulteriormente le loro già precarie condizioni di vita.

Ma non hanno nessuna intenzione di soccombere. Continueranno ad esigere da Cile e Argentina la restituzione dei propri territori.

Il caso Benetton rientra dunque in questa complessa situazione di diritti negati e sopraffazione. A fianco dei Mapuche, però, si stanno schierando vari settori dell’opinione pubblica locale che esigono la fine dell’esistenza delle società anonime e l’annullamento dei titoli di proprietà che ostentano. E’ opinione comune, ormai, che queste abbiano troppa poca trasparenza sulle proprie attività commerciali e che sia insostenibile il fatto che nessuno conosca i veri proprietari. Questo tipo di aziende ostenta enormi estensioni di terreno in netto contrasto non solo con i mapuches ma con molti altri settori della società che vivono in estrema povertà.

Sono in tanti ormai a chiedere, quindi, che queste terre vengano restituite ai legittimi proprietari, come un gesto di giustizia e di riparazione storica integrale nei confronti del popolo Mapuche.

“I veri colori della Benetton stanno venendo allo scoperto e mostrano l'ipocrisia di un'impresa che dice di aiutare i poveri e gli emarginati e che con fini pubblicitari si vanagloria di promuovere il lavoro umanitario – spiega Giorgio Trucchi, esperto di America Latina e sostenitore della campagna internazionale dei Mapuche, nonché responsabile per l’associazione Italia-Nicaragua della causa dei bananeros nicaraguensi - Nonostante ciò, dietro questa maschera si occulta il sinistro profilo di chi mette il guadagno al di sopra della miseria dei poveri, dei popoli oppressi, dei senza voce”.

Reynaldo Mariqueo, segretario generale di Enlace Mapuche International, organizzazione con base in Inghlterra, ha commentato: “Benetton cambia atteggiamento come il camaleonte cambia di colore: da un lato promuove nella sua propaganda "United Colors" la nozione di un mondo multiculturale e di armonia etnica, presentandosi come benefattore dei poveri, e dall’altra, quando si tratta di soldi, non vacilla a rimuovere tutto ciò che gli attraversa la strada. Nulla importa se quegli ostacoli sono intere comunità indigene a cui vengono strappati i mezzi di sopravvivenza. Per Benetton queste famiglie sono invisibili, non esistono, perché sa che appartengono ai popoli emarginati, i più vulnerabili e discriminati del mondo".

"La Compania de Tierras, titolare delle terre in questione, non è una società anonima e non ha terre demaniali. E' nata nel 1889 e da allora è passata di proprietario in proprietario fino al 1991 quando è stata rilevata dalla holding Benetton - precisa Federico Sartor, capo dell'ufficio stampa del Benetton Group -. E' una s.p.a. regolarmente iscritta alla Ispecion general de justicia di Buenos Aires e chiunque può sapere i nomi degli azionisti, perché sono pubblici".

"In realtà - spiega Sartor - nell'eterna lotta dei Mapuche noi non c'entriamo molto. E' una questione tra loro e lo stato argentino. Siamo convinti che ci tirino in mezzo esclusivamente perché siamo una multinazionale assai nota e, quindi, accusandoci sia più semplice attirare l'attenzione internazionale. Ci usano per fare pubblicità alla propria causa e magari ottenere più velocemente quello che vogliono. In realtà la Compania dà lavoro a 250 persone, di cui il 60 per cento Mapuche, e ha creato un indotto che coinvolge circa 650 lavoratori. In questa campagna anti Benetton sono implicate molte questioni ideologiche, sul genere: siamo una multinazionale, quindi siamo cattivi a priori. Senza appello. Non è così semplice. E poi in quell'area si è innescato un meccanismo di spontanea solidarietà che fa sì che Compania aiuti moltissimo la gente del posto, in molte maniere. Ci sono molte sfumature e coloro che lanciano questo tipo di campagne dovrebbero saperlo".

Stella Spinelli 
Categoria: Diritti, Popoli
Luogo: Argentina
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