stampa
invia
Piero Fassino è dal 2007 l'Inviato speciale dell'Unione Europea per il Myanmar/Birmania. L'ex segretario diessino è da allora incaricato di sostenere gli sforzi per portare dei cambiamenti politici nel Paese asiatico.
Onorevole, domenica si terranno le consultazioni in Birmania. Pare essere lei, in quanto Inviato speciale della Ue, la persona più autorevole per fornire una valutazione su quelle che saranno sicuramente elezioni-farsa.
Questo non si sa, se lei parte così è inutile fare l'intervista, in quanto ha già confezionato la conclusione.
Si sa solo che si terranno le elezioni, allora. Parliamone.
Senza dubbio si tratta di elezioni che si svolgono in un clima molto precario. Il regime ha un controllo ferreo del Paese, Aung San Suu Kyi è ancora agli arresti domiciliari e ci sono duemila prigioneri politici. Le regole della campagna elettorale non sono in linea con gli standard internazionali, e quindi non c'è dubbio che non ci si possono fare grandi illusioni sul fatto che possano produrre un cambiamento. Tuttavia sono le prime elezioni dopo vent'anni, vi partecipano trentasette partiti, una decina dei quali guidati da esponenti dell'opposizione, alcuni anche con parecchi anni di carcere alle spalle. I partiti etnici hanno tutti deciso di partecipare perchè pensano che queste elezioni offrano più spazi soprattutto nelle assemblee parlamentari locali. La campagna elettorale, sia pure in mezzo a mille difficoltà, sta facendo emergere una società civile più dinamica. Quello che si tratta di verificare è se queste elezioni possono costituire un primo piccolo spazio per aprire una strada di transizione democratica, sia pure lenta, complicata e difficile. Questo è l'atteggiamento assunto da tutta la comunità internazionale. Né il governo degli Stati Uniti, né l'Unione Europea, né l'Onu hanno rifiutato le elezioni a priori. Tutti hanno sollecitato le autorità birmane a garantire che siano elezioni credibili.
Se da un lato la conseguenza delle elezioni potrebbe essere l'inizio di un processo di successione al gerarca - chiamiamolo così - Than Shwe, magari con una ridistribuzione di potere, è anche vero che a monitorare il voto non ci sono osservatori esterni, e il partito di Stato, lo Union Solidarity and Development Party si avvale di una vastissima schiera di 'motivatori' che passano per ogni città e ogni villaggio per spiegare agli elettori cosa votare...
Non c'è dubbio che in queste elezioni il partito dell'Usdp che si riferisce al regime avrà un probabile successo elettorale. Nessuno in questo momento si illude sul fatto che con le consultazioni si possa prevedere un cambiamento dello scenario politico. Il punto non è questo, ma capire se queste elezioni possono costituire l'inizio di un processo, una prima tappa per una transizione. Si tratta di vedere cosa succederà. Ricordiamoci che siamo in Asia, e qui esistono altre esperienze di Paesi che attraverso processi graduali sono passati da un regime militare a un governo civile. Penso all'Indonesia, alla Thailandia. Si tratta di capire se ci sono le condizioni per favorire un'evoluzione di questo tipo. Questo lo sapremo solo dopo il sette novembre. Non è ancora chiaro se Aung San Suu Kyi verrà liberata a metà novembre, questo è un elemento che peserà nel giudizio sulla situazione. Cosa succederà poi nei prossimi cinque-sei mesi? Il Parlamento entrerà in carica a febbraio e ad aprile ci sarà il nuovo governo civile che dovrà sostituire la giunta militare. Sono tutti elementi che possono portare a una legittimazione del regime esistente - e allora il giudizio della comunità internazionale sarà severo - o all'apertura di spazi che possono essere incoraggiati nella linea di un'evoluzione politica. Tutti i Paesi asiatici hanno questo atteggiamento, e non solo la Cina che è legata all'attuale regime, ma anche Paesi asiatici democratici, che non hanno mancato di esprimere riserve critiche nei confronti del regime birmano: penso all'Indonesia, alle Filippine, alla Thailandia, alla Malesia, a Singapore. Nessuno ha rifiutato a priori le elezioni. Tutti scommettono sul fatto che si possa aprire uno spazio. Se poi questo spazio non si aprirà se ne trarranno le conseguenze.
Dal punto di vista economico la giunta è sostenuta da India e Cina. Quest'ultimo Paese ha investito complessivamente oltre otto miliardi di dollari in Myanmar. Ma gli investitori sono anche altri, occidentali, come la Total, la Chevron e via dicdendo. Chi sono gli italiani che investono ancora in Birmania?
Un numero molto limitato, la cui attività è stata congelata in conseguenza delle sanzioni. Non c'è un'intensificazione né di investimenti né di relazioni commerciali, al contrario. Anche su questo, tuttavia, bisogna essere realisti. Le sanzioni hanno un valore morale e politico. Siccome l'83 percento dell'interscambio commerciale del Myanmar è con i Paesi asiatici che non adottano sanzioni, l'efficacia concreta è obiettivamente contenuta, in quanto applicata da Usa, Canada e Unione Europea, che hanno un sei-sette percento di interscambio. Una strategia fondata solo sulle sanzioni non ha una grande capacità di incidere. Per questo Stati Uniti e Unione Europea, confermando le sanzioni, hanno cercato di stabilire un engagement con la giunta, con l'opposizione, con la società civile birmana per cercare di influire di più di quanto possano consentire le sanzioni.
Ma è possibile secondo lei aprire un reale tavolo negoziale con la giunta?
Questa è la scommessa. Lei è in grado di indicarmi una linea più efficace?
Mah, no, io pensavo che sarebbe meglio mantenere molto strette le maglie delle sanzioni...
A parte che in un'economia globalizzata è molto complicato tenerle strette, ma anche tenendole strette si influisce sul sette percento dell'interscambio del Myanmar, un dato molto contenuto. Gli americani, che con Bush avevano una linea fondata sulle sanzioni, con l'avvento di Obama hanno sì confermato tali sanzioni, ma allo stesso tempo hanno adottato una policy review che avesse una qualche influenza maggiore.
Quando ha in programma in un viaggio in Myanmar?
Era previsto che l'Unione Europea inviasse una delegazione, avevamo definito anche le modalità, poi la mancata autorizzazione a visitare Aung San Suu Kyi ci ha costretto a rinviare il viaggio, che intendiamo fare subito dopo le elezioni, soprattutto se Aung San Suu Kyi sarà liberata.
Luca Galassi