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scritto per noi da
Erminia Calabrese
Nato a Haifa, Elias Sanbar, storico e militante della causa palestinese, ha solo un anno quando la sua famiglia è costretta a lasciare la Palestina dopo la creazione dello Stato d'Israele nel 1947. Dopo la giovinezza passata a Beirut si reca nel 1969 a Parigi, dove vive tuttora, e dove fonda la Rivista di Studi Palestinesi di cui è direttore. Di ritorno a Beirut, in quella città dove aveva militato nelle organizzazioni giovanili pro-palestinesi, in occasione del Salone del libro francofono, racconta la sua storia d'amore con una terra perduta.
Quale ruolo puo' oggi avere l'intellettuale nel conflitto israelo-palestinese?
Oggi il ruolo dell'intellettuale e quello della scrittura in generale dovrebbe essere quello di ridare una dimensione umana al popolo palestinese e a questo conflitto. Il lavoro israeliano di questi ultimi anni e stato quello di disumanizzare i palestinesi, proprio perché il fascismo disumanizza.
Edward Said nel suo libro Cultura e Resistenza scrive che gli intellettuali non dovrebbero mai dimenticare che parlano di persone e non di astrazioni.
Proprio cosi. Noi dovremmo, attraverso la nostra scrittura, ricordare che in Palestina ci sono uomini, mamme e bambini e che le vittime di questo conflitto non sono numeri bensì persone.
Il mio ultimo libro Dizionario amoroso della Palestina racchiude la mia storia d'amore con questa terra, un dizionario che ho voluto "soggettivo" e lontano dai miti che "schiacciono la Palestina". E'un dizionario che parla della quotidianità dei palestinesi, e che racchiude questa quotidianità che è fatta di humor, cultura, poesia, ricette e non solo di violenza.
Cosa risponde a chi oggi vede nella costruzione di uno stato bi-nazionale la soluzione del conflitto israelo-palestinese?
Rispondo che non c'e' nessuna possibilita che questo progetto venga realizzato ma non perchè non ci sia la volontà da parte dei palestinesi. Noi in Palestina non ci troviamo dinanzi un'occupazione ne a un fenomeno di colonizzazione, ci troviamo dinanzi a un fenomeno di sostituzione. Questa terra deve essere conquistata e svuotata, non si tratta di colonizzare e di occupare. Se si guarda la politica israeliana dal 1948, la costante oltre ai massacri è quella di un trasferimento del popolo palestinese. Lo scopo definitivo è quello dello svuotamento di questa terra, far uscire questo popolo dalla loro terra. Faccio l'esempio della città di Gerusalemme. Quando gli israeliani hanno proclamato questa citta come capitale dello stato ebraico, hanno dovuto applicare la legge israeliana e quindi i palestinesi che vi abitavano hanno avuto il permesso di residenza. Il problema era che c'erano e ci sono troppi palestinesi allora cosa hanno fatto? Hanno costruito un muro che però, siccome siamo all'interno dello Stato israeliano, non hanno chiamato muro bensi "involucro" di Gerusalemme, ma che in realtà è un muro a tutti gli effetti che attraversa la città. Hanno poi deciso che tutti i palestinesi che si trovavano dall'altra parte del muro sarebbero passati sotto giurisdizione palestinese, "un regalo" insomma che concedevano alla futura Autorita' Palestinese . Come conseguenza questi stessi palestinesi non potevano piu entrare a Gerusalemme. E cosi, tutto d'un tratto centoventi mila persone sono state cacciate dalla città senza però essere espulse. Faccio ancora un altro esempio. A Gerusalemme molti palestinesi hanno due passaporti perchè lavorano o studiano all'estero. Ora avere due residenze per chi vive a Gerusalmemme è diventato impossibile quindi ai check-point i soldati israeliani chiedono ai palestinesi di mostrargli le due residenze obbligandoli a tenerne una e a strapparne l'altra. Ovviamente una volta strappata quella di Gerusalemme questi stessi palestinesi non vi possono piu accedere. Non c'e spazio per questo Stato bi-nazionale che Marwan Bichara vorrebbe. E sa perché? Perche la maggior parte dei dirigenti israleiani oggi vuole continuare quello che Ben Gurion non ha terminato: inviare i palestinesi nei campi profughi perché nel 1948 di palestinesi in Palestina ne sono rimasti troppi.
Ha ancora fiducia in una soluzione attraverso i negoziati?
Ogni volta che ci sono negoziati tra israeliani e palestinesi tutto il mondo è attento a guardarne i contenuti e le intenzioni, ma nessuno guardo alle procedure di questi negoziati. La procedura è sempre la stessa, iniziamo dei negoziati ma li applichiamo a poco a poco col tempo. E nel frattempo cosa accade? I movimenti di espulsione continuano, la colonizzazione dopo Oslo è triplicata, dal 1948 la gente è stata espulsa o raggruppata sulla costa per arrivare ad uno svuotamento interno al Paese. La logica è proprio quella di un espuslsione dalle zone interne del territorio e poi uno svuotamento.
Nel 1982, dopo il massacro di Sabra e Chatila in Libano, una donna, ripresa dai media arabi e internazionali tra i corpi massacrati, si chiedeva dove sono gli arabi? Non bisognerebbe oggi fare una differenza tra gli arabi e gli stati arabi?
E' proprio cosi. Il mondo arabo non ha mai avuto una politica unica nei confronti della Palestina, ci sono stati dei paesi più coinvolti di altri per la sola ragione di essere vicini geograficamente, come la Giordania e il Libano, e paesi in cui l'interesse per la Palestina è stato ed è minore perché lontani, come l'Algeria o il Marocco. E poi ci sono stati dei periodi storici differenti come può essere quello di Nasser , di Sadat, di Saddam Hussein o di Faruq. Non potrei mai dire che gli arabi hanno abbandonato la Palestina perchè sarei ingrato a quegli arabi che sono morti accanto a noi, che hanno lottato con noi, come nel caso del Libano a partire dal 1948. Quella che è da rivedere, invece, è la posizione degli Stati e dei regimi arabi nei confronti dei palestinesi. Ricordo uno slogan che si sentiva spesso nelle strade di Beirut negli anni Sessanta: "Gli arabi amano la Palestina ma detestano i palestinesi". Forse bisogna cominciare ad amare i palestinesi per amare la Palestina, e questo vuol dire che gli Stati che ospitano oggi nel mondo arabo i rifugiati palestinesi dovrebbero dargli più diritti.
Parole chiave: elias sanbar, rivista di studi palestinesi,