02/11/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Mariné Pueyo, la sinistra basca ha compiuto una specie di rivoluzione copernicana, che ha visto un primo passo decisamente forte nel 1998, poi nel processo di pace sorto dopo la dichiarazione di Anoeta, quindi con la dichiarazione di Altsasu che ha portato al documento base di questa nuova fase politica. Siete riusciti a emarginare il concetto di violenza armata da un processo politico e avete trovato accordi con altri soggetti su una proposta precisa che possa portare, finalmente, al superamento del conflitto.
Dopo il fallimento delle conversazioni di Loyola, la sinistra basca inizia a fare un processo di riflessione importante e profondo, per analizzare i pro e i contro di quello che è successo nei tentativi di soluzione del passato. Questa riflessione ha prodotto una serie di conclusioni: abbiamo alle spalle cinquant'anni di resistenza e siamo arrivati sulla soglia di un cambiamento politico, con tutte le potenzialità che ha avuto il modificare strategia. In maniera unilaterale abbiamo fatto proposte per confrontarci con lo Stato in un percorso di accumulazione di forze. Per questo abbiamo reso pubblica la dichiarazione di Altsasua, per arrivare a una soluzione democratica, aperta a tutte le opzioni e rivendicando i principi Mitchell, la non ingerenza da parte di nessuno di ricatti e violenza.

Quante sono state le difficoltà ?
È davvero strano che ci sia un'organizzazione politica illegale, le cui riunioni sono proibite, senza diritti civili e politici, che riesca a far partecipare a un dibattito politico più di ottomila persone. È stato duro e difficile, ma ce l'abbiamo fatta. La base ha partecipato in maniera profonda in questo dibattito. In un'altra situazione politica sarebbe stato più facile, ma dopo due anni di lavoro vediamo i frutti che ha portato quel lavoro. E, nonostante tutti gli ostacoli, siamo stati capaci di riaprire il cammino per il processo democratico.

Perché lei è esponente di una forza politica illegale.
Sì. Abbiamo lavorato in clandestinità, nella più completa clandestinità.

Nel testo della vostra proposta c'è una forte apertura alle altre forze politiche, cercate un dialogo multilaterale?
La nostra strategia è accumulare forze politiche sociali e sindacali. Avevamo un lavoro politico a livello internazionale molto importante, per arrivare alla pace e alla normalizzazione politica in Euskal Herria, ma noi diciamo che la soluzione deve venire non da fuori, ma dall'interno. Per questo stiamo lavorando con tutte le associazioni politiche e sindacali. Il documento Zutik per esempio: Ea, Eusko alkartasuna, è stato il partito più disposto a condivdere e discutere le nostre analisi e le nostre diagnosi con un accordo di minima che ha unito le nostre forze.

Nonostante le differenze fra voi e loro?
Siamo nati e viviamo in maniera diversa. Loro sono socialdemocratici e noi siamo rivoluzionari. Ma dobbiamo lasciar da parte quello che ci separa e prendere quello che ci unisce. Anche loro hanno capito che la prioprità è che questo paese deve essere libero per esercitare il diritto all'autodeterminazione.Con questo abbiamo lo sviluppo di accordi strategici che ci permetterà di arrivare agli accordi finali, con un minimo anche nel senso della politica sociale. Accordi minimi, con differenze importanti, ma noi ed Ea abbiamo scommesso su quello che ci unisce. Ogni partito, poi, farà il suo cammino politico.

 

 

 

Angelo Miotto

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