10/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Sono circa duecento le fabbriche recuperate e rimesse in moto dagli operai
scritto per noi da
Paola Erba

Lavoratrici della BrukmanSe ne contano circa 200 in tutta l'Argentina e un centinaio solo a Buenos Aires e dintorni: sono le 'fabbriche recuperate', le imprese occupate e fatte funzionare dai lavoratori dopo l'abbandono dei loro proprietari (avvenuto, nella maggior parte dei casi, tra il '98 e il 2001). Rappresentano il 5% delle 4000 fabbriche fallite negli ultimi 4 anni. Di quelle cioè, coinvolte in un processo di deindustrializzazione cominciato con la dittatura militare e aggravato dai governi successivi: quello di Menem in primis.

In genere, le 'fabbriche recuperate' funzionano con la metà dei lavoratori e con una produttività del 30-50 per cento rispetto al loro periodo migliore. Per rimetterle in moto, operai e impiegati hanno imparato a vendere e comprare le merci, a trovare i fornitori, a tenere la contabilità. Le esperienze sono estremamente varie: c'è chi guadagna meglio di prima (anche 1000 pesos al mese, cioè più di 300 euro), e chi non porta a casa più di 500-600 pesos (180-200 euro). C'è chi si è costituito in cooperativa e chi, non avendo ottenuto l'esproprio, continua a presidiare la fabbrica contro i pericoli di sloggio.

La Brukman, ad esempio, impresa di Buenos Aires che produce vestiti, ne ha subiti moltissimi. Solo di recente le è stato definitivamente riconosciuto l'esproprio e può lavorare senza pericolo di incursioni della polizia.

“Occupammo la fabbrica il 17 dicembre 2001 -Spiegano Alba e Gustavo, operai -. Pochi giorni prima dei disordini che fecero cadere il governo. Per la Brukman i problemi erano cominciati nel '98.

Lavoratrici della Brukman Avevano smesso di pagarci pensione, vacanze, liquidazione... Negli ultimi mesi, addirittura, passammo da una paga settimanale di 100 pesos, a 50, 5, 2. I proprietari erano tre fratelli. Il 16 dicembre chiedemmo di parlare con uno di loro. Ci risposero: “Cosa pretendete: che vi portiamo i soldi da fuori?”. Il denaro, insomma, c'era, ma.. nelle banche estere. Ci proposero un incontro per il pomeriggio. Ma all'appuntamento non venne nessuno. Spariti i padroni, sparita la segretaria, spariti tutti. Aspettammo le 7 di sera, le 9, le 11, le 2 di notte. Solo allora capimmo che non sarebbero più tornati. Diciannove di noi dormirono in fabbrica. Non era difficile: non avevano neanche i soldi per tornare a casa in autobus. Il giorno seguente annunciammo l'occupazione. In realtà, la nostra intenzione era di resistere finchè i padroni ci avessero dato i soldi. Non pensavamo affatto di autogestirci. Ma fu inevitabile, perchè nessuno si fece più sentire.

Aspettammo 6 mesi prima di rimetterci al lavoro. Nel frattempo, l'occupazione continuava, notte e giorno. Rimettemmo in sesto la fabbrica. La luce, gli ascensori, i macchinari che i proprietari avevano trascurato per anni. Imparammo a vendere e comprare, a tenere la contabilità, a contrattare i prezzi, a trovare i clienti: un'esperienza durissima ma impagabile, che ci ha dato speranza, autostima, e ci ha fatto uscire dalla solitudine. Oggi abbiamo la solidarietà di molti gruppi: studenti, piqueteros, assemblee. E delle madri di Plaza di Mayo. Non c'è alternativa: bisogna lottare per mantenere il lavoro. Nell'Argentina di oggi, trovarne un altro sarebbe impossibile”.

Norma Pintos, 42 anni, operaia, viene invece da una fabbrica più piccola: Grissinopoli, anch'essa di Buenos Aires. Produce grissini. Esiste da 40 anni, dal 2001 è occupata e dall'ottobre del 2002 è una cooperativa. Ci lavorano 16 persone (22 erano quelle iniziali). Lo stipendio: circa 600 pesos al mese (200 euro).

La storia è quella di sempre: tre anni di ferie e contributi sociali non pagati, e uno stipendio che nel giro di un anno scende da 20 a 10, a 5 pesos settimanali. Infine il proprietario sparisce e i lavoratori continuano da soli, aspettando che torni. Poi, la presa di coscienza, l'organizzazione del lavoro e l'esproprio da parte dello Stato (in questo caso è la Legislatura di Buenos Aires ad averlo condotto) .

“Il passaggio fu assolutamente pacifico - ammette Norma - e per fortuna non abbiamo mai avuto incursioni della polizia. Oggi, alla INPA, decidiamo tutto per assemblea. Il guadagno non è fisso, ma è uguale per tutti, indipendentemente dall'incarico. La produzione sta crescendo, anche se parte della fabbrica non funziona ancora. Negli spazi vuoti ospitiamo mostre e associazioni femminili. Diamo aiuto scolastico grazie a studenti e privati cittadini che si rendono disponibili.E' un' esperienza dura, ma ci ha fatto vedere oltre, progettare, unire. Ci ha dato coscienza e speranza nelle nostre potenzialità. Di sicuro, non tornerei indietro".
 
continua
Categoria: Popoli
Luogo: Argentina
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