27/10/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo anni di rinvii, il Paese africano va alle urne per ritrovare la stabilità politica e voltare pagina. Molte questioni però restano irrisolte

Dopo cinque anni di rinvii, domenica 31 ottobre la Costa d'Avorio eleggerà il suo nuovo presidente. Saranno le prime elezioni dalla guerra civile, scoppiata nel 2002, che ha trasformato uno dei Paesi africani più stabili e sviluppati in uno staterello sull'orlo del tracollo e diviso in due parti, con un nord controllato dalla guerriglia delle Nouvelles Forces e un sud in mano alle forze governative.

Una sfida a tre. Tra i candidati principali figurano l'ex presidente Henri Konan Bédié del Parti Democratique de Cote d'Ivoire (Pdci) e l'ex premier Alassane Ouattara, leader del Rassemblement des republicains (Rdr). I due hanno firmato un documento d'intesa programmatica con i capi di altri due partiti minori, il cui scopo è quello di riportare l'opposizione al potere e, una volta raggiuntolo, di "reintrodurre lo stato di diritto, ripristinare la laicità dello stato e riformare la costituzione ivoriana", si legge nelle 103 pagine del documento. Non sarà facile, perché se la dovranno vedere con l'attuale presidente, Laurent Koudou Gbagbo, che incidentalmente è anche il capo delle Forze Armate, elemento che carica queste elezioni di una tensione particolare. Intanto, si sono registrati alcuni segnali incoraggianti. A settembre con la benedizione della missione delle Nazioni Unite in Costa d'Avorio (Onuci) le forze politiche hanno raggiunto un accordo sulle liste elettorali. Un passo non da poco, se si considera quali erano le ragioni del contendere: il presidente Gbagbo accusava l'opposizione di aver inserito molti stranieri negli elenchi, prevalentemente cittadini del Burkina Faso e del Mali, cioè dei Paesi che hanno fornito la manodopera, poverissima, impiegata nelle piantagioni di cacao, la vera ricchezza del Paese. Per l'opposizione, invece, Gbagbo cercava scuse per depurare le liste elettorali dei sicuri oppositori. Forti di questa intesa, il 14 ottobre gli sfidanti hanno fatto partire la campagna elettorale. Contemporaneamente, sono stati sbloccati i fondi che garantiranno l'implementazione del quarto annesso degli Accordi politici di Ouagadougou, cioè lo stanziamento dei 500 mila franchi Cfa (Colonies Fracaises d'Afrique), 800 euro circa, pagati come premio a ciascun membro delle Forces Armées des Nouvelles Forces che avesse scelto il disarmo e la smobilitazione, per aiutarli a tornare ad una vita normale da civili in tutto cinquemila ex soldati. Il ministero dell'Economia ha già stanziato 10 miliardi di franchi coloniali, ai quali si sono aggiunti i 14 stanziati il 20 settembre, i dieci del primo ottobre e i quattro concessi il 10 ottobre. In tutto fanno 38 miliardi che dovrebbero servire a tenere buoni gli ex guerriglieri. Tutto bene, allora?

Le mille incognite. No, non proprio. Restano sul tappeto numerose questioni, alcune inedite. Come il rischio insurrezione delle truppe lealiste, gelose delle prebende pagate ai ribelli. A fine settembre, gruppi di milizie hanno assaltato alcuni palazzi governativi di Daloa, nella parte occidentale del Paese, chiedendo cospicui indennizzi. Non sono degli innocenti patrioti e vanno tenuti nella giusta considerazione. Girano da alcuni mesi dossier in cui si parla di un riarmo delle varie fazioni, tanto al nord quanto al sud, dove le ferite della guerra civile bruciano ancora. La distanza tra il settentrione, più povero e prevalentemente musulmano e il sud delle elites cristiane è ancora molto forte. E in questo contesto, come ciliegina sulla torta, è arrivata il mese scorso la notizia esplosiva dell'arresto di un colonnello dell'esercito ivoriano da parte dell'Fbi americano. Yao N'guessan era negli Stati Uniti in missione di stato, per comprare armi: nello specifico, nella sua lista della spesa aveva quattromila pistole, 200 mila munizioni e 50 mila lacrimogeni, per un totale di 3,8 milioni di dollari. Ora, il problema è che dal 2004 la Costa d'Avorio è sottoposta ad un embargo sulla vendita di armi, rinforzato nel 2008 dall'Onu. Per molti osservatori, la missione di N'guessan è la prova che il presidente Gbagbo si prepara a rimanere al potere con la forza e leggono nell'episodio una conferma di quanto si era già intuito da un suo recente discorso: "Chiedo alla polizia di reprimere tutti coloro che sono contro la repubblica". Gbagbo guida il pesa dall'ottobre del 2000. Il suo mandato sarebbe scaduto nel 2005 ma a causa dell'impossibilità di tenere elezioni, si è assicurato un secondo mandato. Che provi a fare altrettanto anche adesso? Per assicurarsi una maggiore solerzia (o fedeltà?), nell'ultimo mese ha rimosso una decina di prefetti e capi della polizia. Le forze armate costituiscono un'altra incognita, dal momento che sono nel pieno di un processo di fusione con almeno cinquemila soldati delle forze ribelli. recentemente. Nel nord, però, non ci sono solo le Forces Nouvelles con cui fare i conti ma anche una pletora di baroni e signori della guerra, gelosi dei propri traffici, che costituiscono una minaccia e un'incognita per una leadership che vuole la normalizzazione. Anche contro di loro, la Costa D'Avorio domenica andrà alle urne.

Alberto Tundo