Un altro olivo. Così ho voluto rivedere un altro olivo che avevo conosciuto alla fine del 2003,
quando era stato inaugurato il monumento “ai martiri del Deheisha Camp”. Era il
25 novembre e ne avevo parlato in un mio
diario.
Accanto al monumento, carico di simboli (la pietra tipica del luogo, la forma
della Palestina “storica”…), era stato piantato un olivo: anch’esso allora era
solo un tronco, una scorza scura non certo ingentilita da fiocchetti di plastica
azzurra che proteggevano ogni germoglio.
Anche quell’albero oggi è vivo, non ci sono fiocchetti di plastica perché i rami,
pur se giovani, sono ben visibili; non mi sono potuta avvicinare per fotografarlo,
ma si può scorgere alla sinistra del monumento.
Espressioni di vita. Gli olivi sono un’espressione forte della vita in Palestina perché la produzione
dell’olio sarebbe (se non ci fosse il non simbolico muro) una delle risorse importanti
dell’economia di questa terra.
Nel “Bad” Museo di Bethlehem un antico torchio di pietra (bad) ricorda la continuità
secolare di questa produzione. Nel piccolo museo mi aggiro da sola, il passaggio
sotto un arco che immette in una vecchia stanza è impedito da una ragnatela. Non
oso romperla. Con il ragno che l’ha costruita là dentro siamo vivi in due.
All’ingresso un giovane, che in una piccola stanza sta ripulendo antiche ceramiche,
me ne indica le età: dall’età del bronzo si arriva a reperti dei XVI secolo. Mi
saluta sorridendo: “Sono un archeologo, laureato a Bir Zeit”. Forse avrebbe voglia
di continuare a parlare, ma io non saprei che dirgli; nel mio inutile percorso
per quelle vecchie stanze mi è sembrato di vivere un’immagine dell’abbandono cui
le potenze internazionali hanno condannato questa terra.