Dietro la rivolta di Andijan, un movimento islamico locale che cercava di combattere la povertà

Cos’è veramente l’
Akramiya, il movimento islamico al centro
dei drammatici fatti di Andijan, in Uzbekistan?
Chi è Akram Yuldashev, leader
di questo gruppo che da lui prende il nome?
Chi sono i 23 imprenditori che
erano detenuti nel carcere assaltato dalla folla?
E come mai la gente di
Andijan ha affrontato la morte pur di ottenere la loro liberazione?
Il regime uzbeco dell’autoritario presidente Islam Karimov ha una
risposta sola a queste domande: terroristi islamici.
Secondo la versione
ufficiale del governo di Tashkent, Akramiya è un gruppo integralista che
persegue l’instaurazione di uno Stato islamico in Uzbekistan per mezzo della
lotta armata. E che proprio per questa sua linea violenta sarebbe fuoriuscito
nel 1996 dal più noto movimento panislamico Hizb-ut-Tahrir, fautore di una
rivoluzione islamica pacifica e non violenta. Per il governo di Tashkent, Akram
Yuldashev è un terrorista e i 23 imprenditori sono dei pericolosi estremisti.
Così come le migliaia di uomini, donne e bambini che erano in piazza ad
Andijan, e che per questo sono stati trucidati senza pietà dai soldati mandati
a “riconquistare la città”.
Ma forse non è proprio così.
La povertà nella
valle del Fergana. Dopo il crollo dell’Urss l’economia dell’Uzbekistan è
andata a rotoli. A risentire in particolar modo della crisi economica sono
stati gli abitanti della sovrappopolata valle del Fergana, dove la gente viveva
di industria petrolifera e piantagioni di cotone. Il collasso di entrambi questi
settori ha sprofondato la valle nella disoccupazione e nella miseria,
innescando una grave crisi sociale ed economica.
Dal governo centrale di
Tashkent non è arrivato alcun aiuto. L’unica preoccupazione dell’autoritario
presidente Karimov è stata infatti quella di reprimere l’inevitabile risorgere
dell’Islam nella valle del Fergana, regione dalle antichissime e radicate
tradizioni musulmane e indipendentiste (la stessa preoccupazione che aveva spinto
Stalin a suddividere questa valle fra tre Paesi per tenerla divisa e debole).
Le
famigerate prigioni governative si sono riempite di migliaia di persone
accusate di ‘estremismo religioso’ e di appartenenza a gruppi islamici
sovversivi come il movimento panislamico
Hizb-ut-Tahrir (Partito della
Liberazione). Una caccia alle streghe all’insegna della giustizia sommaria e
delle torture in carcere.
Il pamphlet di Akram
Yuldashev. Nel 1992 il ventinovenne Akram Yuldashev, insegnante di
matematica di Andijan, città della valle del Fergana, ha pubblicato un
libretto intitolato
Yimonga Yul, La
Via della Fede. Un breve trattato filosofico-morale che, tra l’altro, proponeva
come soluzione alla crisi sociale ed economica della valle del Fergana la
creazione di un sistema di autogestione economica locale basato sui principi
mutualistici della tradizione islamica, in particolare quello del
Beith-al-Ma’h (Casa dell’Acqua), il
fondo per i poveri finanziato dai più ricchi della comunità.
Secondo Saidjakhon Zaynabiddinov, esponente di una locale
associazione per i diritti umani, “il pamphlet di Yuldashev non conteneva alcun
appello
alla lotta armata per rovesciare il governo”.
Le idee di Akram hanno suscitato l’interesse dei più grossi imprenditori
di Andijan, che, in nome dell’Islam, hanno deciso di mettere in pratica il suo
progetto.
Bakhrom Shakirov, padre di uno dei 23 imprenditori arrestati lo
scorso giugno e liberati nell’assalto di venerdì, in un’intervista concessa
alcuni mesi fa a un’associazione norvegese (
Forum 18) ha raccontato la sua
versione dei fatti.
Esperimento di
welfare islamico. “Mio figlio e altri imprenditori locali, tutti devoti
musulmani, hanno voluto conoscere Akram Yuldashev perché apprezzavano le sue
idee e volevano tradurle in pratica”, racconta Shakirov. “Così attorno ad Akram
è nato un gruppo di
simpatizzanti, la
Birodar
(Fratellanza).
Akramiya è un nome inventato successivamente dalle autorità. Gli
imprenditori del gruppo hanno deciso di donare periodicamente parte dei loro
averi per creare un fondo collettivo che viene utilizzato per costruire
scuole, orfanotrofi e altre opere di assistenza sociale e soprattutto per
garantire a tutti i cittadini di Andijan un ‘salario di sussistenza’. Poi hanno
riorganizzato le proprie aziende dando stipendi più elevati di quelli stabiliti
dalla legge e creando un vero e proprio sistema assistenzialistico per i propri
dipendenti che garantisce spese mediche gratuite in caso di malattia, alloggio
gratuito per i lavoratori che si sposano e altro ancora”.
Insomma un sistema di
welfare parallelo analogo a quello garantito da Hamas nei territori occupati
palestinesi.
La reazione del
regime. “Ben presto queste iniziative hanno allarmato il regime che ha
iniziato a considerare questi imprenditori islamici come dei
pericolosi avversari ideologici, dato che la loro azione dimostrava la
superiorità dell’economia islamica”, conclude Shakirov.
Nel 1998 Karimov ha fatto arrestare Akram Yuldashev con
l’accusa di possesso di stupefacenti. Uscito dopo pochi mesi grazie a
un’amnistia generale, l’anno dopo è stato imprigionato di nuovo con l’accusa di
aver partecipato agli attentati di Tashkent del febbraio ’99. Secondo le
associazioni locali per i diritti umani, le prove a suo carico sono state
fabbricate in un processo farsa. Alla fine è stato condannato a diciassette
anni di prigione.
Così è cominciata la campagna governativa di repressione del
movimento di Yuldashev, culminata lo scorso anno con l’arresto dei 23
imprenditori e con la loro condanna per ‘estremismo religioso’, ‘associazione
criminale’ e ‘attentato all’ordine costituzionale’.
Non stupisce che tutta la popolazione di Andijan sia scesa
in piazza in difesa di questi personaggi, considerati come i ‘benefattori’
della comunità.
Resta però da capire chi ha approfittato di questa protesta
per organizzare l’azione armata contro il carcere di Andijan e quali rapporti
vi
siamo tra questi miliziani armati e il gruppo di Akram Yuldashev.