16/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Dietro la rivolta di Andijan, un movimento islamico locale che cercava di combattere la povertà
L'esercito uzbeco presidia AndijanCos’è veramente l’Akramiya, il movimento islamico al centro dei drammatici fatti di Andijan, in Uzbekistan?
Chi è Akram Yuldashev, leader di questo gruppo che da lui prende il nome?
Chi sono i 23 imprenditori che erano detenuti nel carcere assaltato dalla folla?
E come mai la gente di Andijan ha affrontato la morte pur di ottenere la loro liberazione?
Il regime uzbeco dell’autoritario presidente Islam Karimov ha una risposta sola a queste domande: terroristi islamici.
Secondo la versione ufficiale del governo di Tashkent, Akramiya è un gruppo integralista che persegue l’instaurazione di uno Stato islamico in Uzbekistan per mezzo della lotta armata. E che proprio per questa sua linea violenta sarebbe fuoriuscito nel 1996 dal più noto movimento panislamico Hizb-ut-Tahrir, fautore di una rivoluzione islamica pacifica e non violenta. Per il governo di Tashkent, Akram Yuldashev è un terrorista e i 23 imprenditori sono dei pericolosi estremisti. Così come le migliaia di uomini, donne e bambini che erano in piazza ad Andijan, e che per questo sono stati trucidati senza pietà dai soldati mandati a “riconquistare la città”.
Ma forse non è proprio così.
 
Profughi scappati da AndijanLa povertà nella valle del Fergana. Dopo il crollo dell’Urss l’economia dell’Uzbekistan è andata a rotoli. A risentire in particolar modo della crisi economica sono stati gli abitanti della sovrappopolata valle del Fergana, dove la gente viveva di industria petrolifera e piantagioni di cotone. Il collasso di entrambi questi settori ha sprofondato la valle nella disoccupazione e nella miseria, innescando una grave crisi sociale ed economica.
Dal governo centrale di Tashkent non è arrivato alcun aiuto. L’unica preoccupazione dell’autoritario presidente Karimov è stata infatti quella di reprimere l’inevitabile risorgere dell’Islam nella valle del Fergana, regione dalle antichissime e radicate tradizioni musulmane e indipendentiste (la stessa preoccupazione che aveva spinto Stalin a suddividere questa valle fra tre Paesi per tenerla divisa e debole). Le famigerate prigioni governative si sono riempite di migliaia di persone accusate di ‘estremismo religioso’ e di appartenenza a gruppi islamici sovversivi come il movimento panislamico Hizb-ut-Tahrir (Partito della Liberazione). Una caccia alle streghe all’insegna della giustizia sommaria e delle torture in carcere.
 
Soldati rastrellano la città di AndijanIl pamphlet di Akram Yuldashev. Nel 1992 il ventinovenne Akram Yuldashev, insegnante di matematica di Andijan, città della valle del Fergana, ha pubblicato un libretto intitolato Yimonga Yul, La Via della Fede. Un breve trattato filosofico-morale che, tra l’altro, proponeva come soluzione alla crisi sociale ed economica della valle del Fergana la creazione di un sistema di autogestione economica locale basato sui principi mutualistici della tradizione islamica, in particolare quello del Beith-al-Ma’h (Casa dell’Acqua), il fondo per i poveri finanziato dai più ricchi della comunità.
Secondo Saidjakhon Zaynabiddinov, esponente di una locale associazione per i diritti umani, “il pamphlet di Yuldashev non conteneva alcun appello alla lotta armata per rovesciare il governo”.
Le idee di Akram hanno suscitato l’interesse dei più grossi imprenditori di Andijan, che, in nome dell’Islam, hanno deciso di mettere in pratica il suo progetto.
Bakhrom Shakirov, padre di uno dei 23 imprenditori arrestati lo scorso giugno e liberati nell’assalto di venerdì, in un’intervista concessa alcuni mesi fa a un’associazione norvegese (Forum 18) ha raccontato la sua versione dei fatti.
 
Una profuga di AndijanEsperimento di welfare islamico. “Mio figlio e altri imprenditori locali, tutti devoti musulmani, hanno voluto conoscere Akram Yuldashev perché apprezzavano le sue idee e volevano tradurle in pratica”, racconta Shakirov. “Così attorno ad Akram è nato un gruppo di simpatizzanti, la Birodar (Fratellanza). Akramiya è un nome inventato successivamente dalle autorità. Gli imprenditori del gruppo hanno deciso di donare periodicamente parte dei loro averi per creare un fondo collettivo che viene utilizzato per costruire scuole, orfanotrofi e altre opere di assistenza sociale e soprattutto per garantire a tutti i cittadini di Andijan un ‘salario di sussistenza’. Poi hanno riorganizzato le proprie aziende dando stipendi più elevati di quelli stabiliti dalla legge e creando un vero e proprio sistema assistenzialistico per i propri dipendenti che garantisce spese mediche gratuite in caso di malattia, alloggio gratuito per i lavoratori che si sposano e altro ancora”.
Insomma un sistema di welfare parallelo analogo a quello garantito da Hamas nei territori occupati palestinesi.
 
Vittime della battaglia di venerdìLa reazione del regime. “Ben presto queste iniziative hanno allarmato il regime che ha iniziato a considerare questi imprenditori islamici come dei pericolosi avversari ideologici, dato che la loro azione dimostrava la superiorità dell’economia islamica”, conclude Shakirov.
Nel 1998 Karimov ha fatto arrestare Akram Yuldashev con l’accusa di possesso di stupefacenti. Uscito dopo pochi mesi grazie a un’amnistia generale, l’anno dopo è stato imprigionato di nuovo con l’accusa di aver partecipato agli attentati di Tashkent del febbraio ’99. Secondo le associazioni locali per i diritti umani, le prove a suo carico sono state fabbricate in un processo farsa. Alla fine è stato condannato a diciassette anni di prigione.
Così è cominciata la campagna governativa di repressione del movimento di Yuldashev, culminata lo scorso anno con l’arresto dei 23 imprenditori e con la loro condanna per ‘estremismo religioso’, ‘associazione criminale’ e ‘attentato all’ordine costituzionale’.
Non stupisce che tutta la popolazione di Andijan sia scesa in piazza in difesa di questi personaggi, considerati come i ‘benefattori’ della comunità. 
Resta però da capire chi ha approfittato di questa protesta per organizzare l’azione armata contro il carcere di Andijan e quali rapporti vi siamo tra questi miliziani armati e il gruppo di Akram Yuldashev.
 

Enrico Piovesana

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