20/10/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Per Ahmed Bilal Osman, consigliere del presidente al Bashir, la pace si può salvare, il petrolio non è un problema e i due Sudan sono destinati a riunirsi. L'unica incognita è Abiyei

Non si è nascosto dietro un dito, ha ammesso i ritardi nella preparazione del referendum del 9 gennaio, le tensioni e la paura che possa scoppiare un nuovo conflitto. Ma Ahmed Bilal Osman, ascoltato consigliere del presidente sudanese al Bashir, con Peacereporter ha parlato anche della questione petrolifera e del controverso ruolo della comunità internazionale. Su tutto, però, prevale un certo ottimismo. Se anche dovesse avvenire la secessione, i due Sudan sono destinati a riunirsi. 

Allora, signor Bilal, cosa sta succedendo in Sudan?
Ci sono alcuni problemi da risolvere: la questione dei confini tra nord e sud, la preparazione del referendum e la gestione del post-referendum. Comunque si sono registrati forti progressi, tutti stanno facendo il massimo perché si voti il 9 gennaio. Noi speriamo, qualunque sia il risultato del voto, che le relazioni tra il nord e il sud ne escano rafforzate, che siano più salde, più stabili e sicure.

Il governo del Sudan meridionale vi accusa di boicottare il voto.
Non è vero. Il presidente al Bashir ha chiesto chiaramente che non ci siano sanzioni, boicottaggi, violenza prima o dopo il referendum. Per quanto ci siano problemi, sono convinto che le relazioni tra le due parti del Sudan saranno più forti. C'è una volontà determinazione molto forte a non tornare in guerra e io posso assicurare che tutto andrà secondo programma.

Eppure fonti vicine ai due presidenti ultimamente hanno parlato del rischio di una nuova guerra. Lei crede che si esageri o c'è il rischio che esploda un nuovo conflitto?
C'è il timore che questo succeda anche se nessuno desidera che questo scenario diventi realtà. La preoccupazione nasce dal fatto che diversi problemi rimangono sul tappeto e il tempo stringe. Per questo, qualcuno chiede che il referendum slitti, che si voti più tardi. Ma non credo che il rischio di una guerra sia reale. Adesso noi siamo preparati alla secessione del Sud, siamo pronti ad accettare questa eventualità, prima non era così. Siamo convinti che con il dialogo, la collaborazione e un cambio di approccio sia addirittura possibile che le due parti si riuniscano, come accadde alle due Germanie. Tra di noi ci sono quasi tremila chilometri di confine che non passa come quello tra Libia e Sudan attraverso il Sahara, ma per aree densamente popolate dove i sudanesi del nord e del sud fanno affari, si sposano, sono abituati a vivere insieme e così non è facile recidere questo legame, per questo sono molto ottimista.

Quali sono le questioni sul tavolo? Confini, rendite petrolifere, che altro?
Si, il problema dei confini esiste ma può essere risolto, la vera questione è Abiyei, un'area specifica che sosterrà un referendum particolare, per decidere se far parte del Sud o del Nord. Una volta apparteneva a quest'ultimo poi, in base agli accordi del 2005, le è stato concesso uno status speciale. Chi ha il diritto di votare? Questo è il nodo ancora irrisolto. Abiyei è l'unica incognita dalla quale potrebbero nascere problemi, superata questa io sono sicuro che tutto filerà liscio.

Perché Abiyei è così importante?
Per due ragioni. La prima, è perché c'è il petrolio. La seconda è che una parte della sua popolazione, quella settentrionale, è costituita da pastori che con la stagione delle piogge si spostano verso sud. Questi hanno paura che Abiyei possa essere annessa al Sudan del Sud e allora stanno chiedendo a gran voce che sia riconosciuto loro il diritto di voto.

Dal Sud arrivano accuse secondo le quali il governo sudanese starebbe volutamente facendo affluire popolazioni arabe di pastori ad Abiyei proprio per assicurarsi un risultato favorevole.
Questo non è vero. Nessuno ha messo in moto alcuna mobilitazione. C'è invece un problema che nasce proprio dagli accordi del 2005: lì si dice che il diritto di voto nel referendum spetta - letteralmente - "ai sudanesi del Sud e ad altri residenti". Non cita per nome queste popolazioni, i Messeriya, ma si limita a dire "altri residenti". Ora, il problema è semplice: chi sono questi altri? Cosa li qualifica come tali? Per i sudanesi del Sud, queste popolazioni sono nomadi, non sedentarie e quindi non hanno diritto di voto. Questo sta complicando la questione di Abiyei.

Venendo alla politica internazionale. Gli Stati Uniti stanno rinforzando il proprio personale diplomatico nel Sudan del Sud. C'è Scott Gration e ci sono altri diplomatici di peso, spostati nell'area. Come interpreta questi segnali?
Ecco un altro punto. Non siamo soddisfatti della cosiddetta comunità internazionale. Continua a mandare messaggi negativi al Sudan. Adesso stiamo lavorando per rendere attraente la prospettiva unitaria tra nord e sud e invece di renderla più forte, mandano segnali negativi come l'apertura di ambasciate, quasi che questa separazione si sia già verificata. Eppure, ci sono segnali incoraggianti riguardo l'unità del Paese, giudicata possibile qualora si realizzassero certe condizioni, come la rotazione della presidenza, che potrebbe essere assegnata per un mandato al Sud e per quello successivo al Nord. Ce la possiamo fare, per quanto rimangano 90 giorni prima del referendum.

Ma magari nemmeno gli Stati Uniti sono proprio contenti di vedervi firmare accordi con l'Iran, come avete fatto nei giorni scorsi in materia di cooperazione scientifica in campo agricolo. Qual è il ruolo dell'Iran nella regione?
Noi stiamo ancora soffrendo per le sanzioni, il boicottaggio da parte degli Stati Uniti e dell'Unione Europea. Le società europee non lavorano in Sudan. C'era una compagnia canadese attiva nel settore petrolifero ma ha ricevuto pressioni da parte degli Usa e ha fatto i bagagli. Allora siamo costretti a guardare a Oriente: non solo all'Iran ma anche alla Russia, alla Cina, all'India, alla Malaysia. Noi speriamo che le relazioni tra Sudan e Unione Europea e Stati Uniti possano normalizzarsi e rinsaldarsi. Ne abbiamo bisogno noi, ne hanno bisogno loro, se vogliono contrastare l'attivismo cinese in Africa. Devono tenere presente la teoria del vacuum, per cui in politica internazionale qualsiasi vuoto tende ad essere riempito subito.

Lei acconsentirebbe a ridiscutere la divisione delle rendite petrolifere?
Si ma questo non è un problema, per diverse ragioni. Innanzitutto, perché è risaputo che il petrolio non è una risorsa permanente e quello del Sudan del Sud entro il 2030 sarà esaurito, per questo non mi sembra una grande questione su cui dibattere. Inoltre, il petrolio è al sud ma le infrastrutture sono al nord e questo significa che dobbiamo cooperare, così che possano esserci proventi per entrambi.

Il ministro della sanità del Sud, Luka Monoja, dice che il Nord si prende circa il 75 per cento della rendita petrolifera del suo Paese, è così?
No, non è vero. La divisione della ricchezza avviene a metà: 48 per cento al Sud, 48 per cento al Nord e un 4 per cento agli stati di transito. E' invece vero che il 75 per cento del petrolio che esportiamo arriva dal Sud. Ma noi ci abbiamo speso molto e senza i nostri investimenti sarebbe una risorsa inutilizzata. Ora, non è che puoi prenderti all'improvviso tutto il petrolio, non te lo puoi bere, lo devi utilizzare. Hanno bisogno della nostra collaborazione. Tutti i sudanesi del Sud con cui ho parlato non pensano che il Sudan meridionale debba prendersi nel volgere di una notte tutto il petrolio e lasciare il Nord senza. Dicono che può succedere gradualmente, in 10-15 anni. Nel frattempo, noi contiamo di sviluppare le nostre risorse petrolifere che secondo esplorazioni condotte in alcune aree del Sudan e nel Mar Rosso esistono e sono superiori a quelle del Sud. Per questo non è un problema di petrolio ma di relazioni.

Non è nemmeno una questione religiosa?
No, assolutamente, nonostante alcuni vogliano farlo credere e dicono che sia proprio la religione la causa della nostra tragedia. Diversamente da quello che scrivono i giornali, al Sud i cristiani non sono maggioranza: un 20 per cento della popolazione è musulmana, un 17 per cento è cristiana e poi c'è un 63 per cento che non pratica nessuna delle due religioni.

E che religione seguono?

(Ride) Quella africana, credono in altre cose.

 

Alberto Tundo

 

Categoria: Diritti, Elezioni, Guerra, Risorse
Luogo: Sudan