15/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Da giorni intorno a Qaim è in corso l'operazione Matador
Nella notte di sabato scorso a Qaim, vicino al confine con la Siria, è iniziata una delle più imponenti offensive delle forze armate statunitensi degli ultimi sei mesi. L’hanno chiamata operazione Matador.
 
Sottolineata, l'area degli scontri
L’operazione militare avviene in un momento particolarmente delicato per le forze di occupazione che, dalla formazione del governo iracheno, hanno dovuto fronteggiare una recrudescenza dello scontro con la cosiddetta insorgenza: un’escalation di attentati che nelle ultime due settimane ha causato più di 420 morti, soprattutto tra poliziotti e civili. Lo scopo dell’offensiva cui prendono parte un migliaio di marines è quello di “ripulire” dalla presenza di “guerriglieri insorti” tutta l’area che si stende lungo l’Eufrate, dal deserto di Jazirah verso la Siria, fino alla turbolenta provincia di al Anbar.
Le forze della coalizione occupante sospettano infatti che l’intera zona sia diventata una stazione dove i combattenti stranieri possono ricevere formazione e armi, oltre che un rifugio sicuro per i terroristi, in particolare per il fantomatico Abu Mussab al Zarqawi, che si sarebbero spinti in quelle aree remote in seguito ai successi della controffensiva statunitense nel triangolo della morte (a Falluja e a Ramadi). Da giorni, i soldati Usa sono impegnati in perquisizioni casa per casa, mentre gli F18 continuano a sganciare bombe sulle abitazioni sospette e sui rifugi nel deserto.
 
Casa bombardata a QaimCaos, o fumo negli occhi. A creare confusione attorno all’operazione c’è il fatto che le notizie che giungono non sono giornalisticamente verificabili perchè l’intera area è inaccessibile senza permessi militari. Prima dell’offensiva erano circolate dichiarazioni secondo cui Matador sarebbe stata richiesta dagli stessi abitanti di Qaim, che si sentivano minacciati dalla presenza dei combattenti stranieri.
Già domenica le fonti della coalizione occupante parlavano di 75 di guerriglieri uccisi, ma la notizia era stata subito smentita dal gruppo di al Zarqawi con un comunicato sul web. In seguito la stima è aumentata a cento. Al momento le informazioni che filtrano non permettono nemmeno di comprendere se tra questi vi fossero combattenti stranieri. Indipendentemente dal numero dei ribelli uccisi, i portavoce della coalizione occupante hanno ammesso di avere incontrato una forte resistenza, sia a Qaim che a Karabilah, da parte di guerriglieri iracheni addestrati molto meglio che in passato: pare che indossassero uniformi e giubbotti antiproiettile. Non ci sono certezze nemmeno in questo caso, ma almeno una dozzina di soldati Usa avrebbero perso la vita durante i combattimenti e almeno altri due sarebbero morti nell’esplosione di una Road Side Bomb.
Notizie e smentite hanno riguardato anche gli arresti, annunciati dalle forze di coalizione, di tre supposti luogotenenti di al Zarqawi, di cui il più importante sarebbe Amar al-Zubaydi. Anche in questo caso, all’annuncio è subito seguita la smentita da parte del gruppo del super-ricercato terrorista giordano. Rimane misterioso, nelle modalità e nel movente, anche il sequestro di Raja Nawaf, il governatore di Al-Anbar, rapito giovedì mentre viaggiava sulla strada che collega Qaim a Ramadi assieme alle sue guardie del corpo. I rapitori hanno fatto sapere alla famiglia che Nawaf verrà rilasciato solo quando le forze Usa si ritireranno da Qaim.
 
Civili rifugiati nel deserto
Civili in fuga. Quello su cui invece non vi è dubbio è che la violenza degli scontri e la devastazione dei bombardamenti hanno sconvolto la vita gran parte dei civili della zona. La mezzaluna rossa ha riferito che 350 famiglie hanno lasciato Qaim per cercare riparo nel deserto, mentre centinaia di altre avrebbero trovato rifugio nei villaggi di Anah e Rawa. Un leader tribale della zona, contattato dall’Associated Press, ha descritto una situazione ai limiti: “Gli americani sono dappertutto, i servizi medici non ci sono e non c’è modo di raggiungere gli ospedali cittadini”, e un altro :”Hanno distrutto la nostra città e le nostre case”.
Come accaduto a Falluja con la tragica operazione Phantom Fury, che ha devastato il 70 percento delle abitazioni cittadine, anche in questo caso le forze della coalizione hanno scelto di usare tutto il loro potenziale bellico per scacciare i ribelli da un’area densamente abitata. E anche questa volta non sembra si sia tenuto conto dei rischi per la popolazione civile. E soprattutto della facilità con cui i miliziani si spostano da una zona all’altra prima dei raid Usa: a partire dal secondo giorno dell’offensiva i rapporti dell’esercito hanno cambiato di segno, sembra che adesso i marines sul campo procedano senza incontrare resistenza.

Naoki Tomasini

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