Nella notte di sabato scorso a Qaim, vicino al confine con la Siria, è iniziata
una delle più imponenti offensive delle forze armate statunitensi degli ultimi
sei mesi. L’hanno chiamata operazione Matador.
L’operazione militare avviene in un momento particolarmente delicato per le forze
di occupazione che, dalla formazione del governo iracheno, hanno dovuto fronteggiare
una recrudescenza dello scontro con la cosiddetta insorgenza: un’escalation di
attentati che nelle ultime due settimane ha causato più di 420 morti, soprattutto
tra poliziotti e civili. Lo scopo dell’offensiva cui prendono parte un migliaio
di marines è quello di “ripulire” dalla presenza di “guerriglieri insorti” tutta
l’area che si stende lungo l’Eufrate, dal deserto di Jazirah verso la Siria, fino
alla turbolenta provincia di al Anbar.
Le forze della coalizione occupante sospettano infatti che l’intera zona sia
diventata una stazione dove i combattenti stranieri possono ricevere formazione
e armi, oltre che un rifugio sicuro per i terroristi, in particolare per il fantomatico
Abu Mussab al Zarqawi, che si sarebbero spinti in quelle aree remote in seguito
ai successi della controffensiva statunitense nel triangolo della morte (a Falluja
e a Ramadi). Da giorni, i soldati Usa sono impegnati in perquisizioni casa per
casa, mentre gli F18 continuano a sganciare bombe sulle abitazioni sospette e
sui rifugi nel deserto.
Caos, o fumo negli occhi. A creare confusione attorno all’operazione c’è il fatto che le notizie che giungono
non sono giornalisticamente verificabili perchè l’intera area è inaccessibile
senza permessi militari. Prima dell’offensiva erano circolate dichiarazioni secondo
cui
Matador sarebbe stata richiesta dagli stessi abitanti di Qaim, che si sentivano minacciati
dalla presenza dei combattenti stranieri.
Già domenica le fonti della coalizione occupante parlavano di 75 di guerriglieri
uccisi, ma la notizia era stata subito smentita dal gruppo di al Zarqawi con un
comunicato sul web. In seguito la stima è aumentata a cento. Al momento le informazioni
che filtrano non permettono nemmeno di comprendere se tra questi vi fossero combattenti
stranieri. Indipendentemente dal numero dei ribelli uccisi, i portavoce della
coalizione occupante hanno ammesso di avere incontrato una forte resistenza, sia
a Qaim che a Karabilah, da parte di guerriglieri iracheni addestrati molto meglio
che in passato: pare che indossassero uniformi e giubbotti antiproiettile. Non
ci sono certezze nemmeno in questo caso, ma almeno una dozzina di soldati Usa
avrebbero perso la vita durante i combattimenti e almeno altri due sarebbero morti
nell’esplosione di una Road Side Bomb.
Notizie e smentite hanno riguardato anche gli arresti, annunciati dalle forze
di coalizione, di tre supposti luogotenenti di al Zarqawi, di cui il più importante
sarebbe Amar al-Zubaydi. Anche in questo caso, all’annuncio è subito seguita la
smentita da parte del gruppo del super-ricercato terrorista giordano. Rimane misterioso,
nelle modalità e nel movente, anche il sequestro di Raja Nawaf, il governatore
di Al-Anbar, rapito giovedì mentre viaggiava sulla strada che collega Qaim a Ramadi
assieme alle sue guardie del corpo. I rapitori hanno fatto sapere alla famiglia
che Nawaf verrà rilasciato solo quando le forze Usa si ritireranno da Qaim.
Civili in fuga. Quello su cui invece non vi è dubbio è che la violenza degli scontri e la devastazione
dei bombardamenti hanno sconvolto la vita gran parte dei civili della zona. La
mezzaluna rossa ha riferito che 350 famiglie hanno lasciato Qaim per cercare riparo
nel deserto, mentre centinaia di altre avrebbero trovato rifugio nei villaggi
di Anah e Rawa. Un leader tribale della zona, contattato dall’Associated Press,
ha descritto una situazione ai limiti: “Gli americani sono dappertutto, i servizi
medici non ci sono e non c’è modo di raggiungere gli ospedali cittadini”, e un
altro :”Hanno distrutto la nostra città e le nostre case”.
Come accaduto a Falluja con la tragica operazione Phantom Fury, che ha devastato il 70 percento delle abitazioni cittadine, anche in questo
caso le forze della coalizione hanno scelto di usare tutto il loro potenziale
bellico per scacciare i ribelli da un’area densamente abitata. E anche questa
volta non sembra si sia tenuto conto dei rischi per la popolazione civile. E soprattutto
della facilità con cui i miliziani si spostano da una zona all’altra prima dei
raid Usa: a partire dal secondo giorno dell’offensiva i rapporti dell’esercito
hanno cambiato di segno, sembra che adesso i marines sul campo procedano senza
incontrare resistenza.