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La voglia di normalità, di pace e di gestire da soli le proprie risorse per garantire tutti i servizi che al Sud mancano ancora. Questa la speranza espressa dal ministro della Sanità del Sudan del Sud, Luka Tombekana Monoja. Peacereporter lo ha incontrato e gli ha chiesto di raccontarci come il suo Paese si sta avvicinando ad un referendum fondamentale.
Il 9 gennaio ci sarà il referendum per decidere l'eventuale secessione del Sud dal Sudan. Qual è la situazione nel Paese?
E' bene precisare che il referendum non ci sarà in tutto il Sudan ma solo nel Sudan del Sud. Al momento la situazione è tranquilla, le persone si danno da fare, la società civile è impegnata ad informare la gente sull'importanza del voto e sulla necessità di registrarsi per poter votare, in modo da portare alle urne il massimo numero possibile di persone. L'attenzione è proprio su questo aspetto, che alla gente del Sudan meridionale sia data la possibilità di votare liberamente e in modo trasparente.
Il suo governo, quello del Sudan meridionale, accusa il Sudan di ritardare il referendum. Lei crede che si voterà il 9 gennaio?
Si, voteremo, anche se è vero che ci sono problemi. Abbiamo un ritardo di circa tre mesi sulla tabella di marcia ma la gente del Sudan meridionale è pronta. Se si decidesse di votare domani, loro voterebbero. Adesso siamo fiduciosi che la registrazione degli elettori cominci il 14 del mese prossimo e che tutte le procedure legate alla compilazione dei registri elettorali siano concluse per il 21 di dicembre. Se sarà così, saremo pronti per votare il 9 dicembre.
Da più parti si sente parlare sempre più frequentemente del rischio che scoppi una nuova guerra. Persone vicine al presidente del Sudan meridionale Salva Kiir hanno evocato questa possibilità ma anche persone vicine al presidente sudanese Omar al Bashir. Cosa ne pensa?
Noi abitanti del Sudan meridionale non vediamo ragioni per una nuova guerra. Se qualcuno vicino a Salva Kiir ha detto questo, allora ha mentito, perché il presidente stesso ha pubblicamente ripetuto più volte che lui e la gente del Sud non vuole una nuova guerra, che nessuno del Sudan meridionale provocherà o manderà qualcuno a combattere. Ma naturalmente ci riserviamo il diritto di difenderci se qualcuno ci aggredirà.
Lei crede che questo rischio di una nuova guerra sia reale? Lei pensa che sia un'opzione sul tavolo?
Non credo che si sia la possibilità ma se ci si ostina a temporeggiare con il referendum credo che lo stato di pace tra il nord e il sud del Paese venga danneggiato. I leader del Nord e quelli del Sud hanno firmato un accordo e questo non può essere rinnegato nè disatteso.
Quali segnali ha ricevuto dalla comunità internazionale? E' sotto gli occhi di tutti che gli Stati Uniti stanno rafforzando il proprio personale diplomatico nel Sud e stanno rinsaldando i legami tra Washington e Juba: è una percezione corretta?
Gli Stati Uniti stanno facendo pressioni sulla comunità internazionale per spingere altri Paesi ad essere presenti per aiutarci ad essere pronti più velocemente per il referendum, per insediare la Commissione e l'Ufficio del Referendum e che ci aiutino per qualsiasi problema. Per noi questa presenza non è uno svantaggio, anzi.
Qual è la situazione nel Suo Paese da un punto di vista più generale?
Abbiamo trascorso gli ultimi cinque anni a cercare di riprenderci dagli effetti della guerra. Ma questa è la prima volta nella storia del Sudan meridionale che c'è un governo incaricato di occuparsi di questioni come sviluppo economico e servizi sociali, soprattutto per quanto concerne l'istruzione e la sanità. Prima, mancavamo proprio delle istituzioni, delle strutture che si occupassero di servizi sociali e sviluppo economico. la sfida intrapresa in questi cinque anni è stata particolarmente dura perché noi incassiamo solo il 25 per cento della rendita petrolifera che ci spetta. Gli accordi del 2005 stabilivano che si dividesse a metà, 50 per cento l'uno ma il nord si prende il 75 per cento.
Come si può risolvere questo problema?
Solo il Referendum potrà risolverlo.
E cosa accadrà se e quando avrete l'indipendenza, tratterrete una parte maggiore delle rendite petrolifere? Ve le prenderete tutte?
C'è petrolio nel Sudan meridionale ma ce n'è anche in quello settentrionale.
Ma ce n'è di più nel Sud...
No, questa è il luogo comune sul quale insiste la comunità internazionale che il nord è povero e non ha petrolio. Non è vero. C'è petrolio nel nord del Sudan e il governo (quello centrale di Khartoum) trattiene tutte le rendite. Poi arriva e si prende il 75 per cento delle rendite petrolifere che spetterebbero a noi. In tutto, trattiene oltre l'80 per cento delle rendite petrolifere del Paese.
Poi c'è la questione dei confini.
In realtà è più un problema di conferma dei confini perché noi sappiamo quali sono e dove stanno. Il discorso è che sei mesi dopo l'entrata in vigore degli accordi (il Comprehensive Political Agreement del 2005, ndr), le due parti avrebbero dovuto predisporre delle delimitazioni fisiche e formali, in conformità con i confini del 1956. Ma la Commissione incaricata si è mossa con molta lentezza e in più ci sono disaccordi su diverse questioni. Diciamo che resta un 20 per cento del confine sul quale non c'è ancora accordo ma non mi sembra un problema che possa impedire lo svolgimento del Referendum perché la cosa che conta è il criterio di accesso al voto.
Cosa pensa del Sudan. Vi lasceranno andare, accetterà un eventuale risultato sfavorevole del Referendum?
Non spetta a loro accettarlo o meno. A loro piacerebbe che la gente del sud votasse per l'unità ma la gente del Sud non può scegliere l'unità se questa significa "dominio del Nord". Abbiamo combattuto per 54 anni per l'unità ma il nord non vuole l'unità, vuole il dominio sul sud, che è una cosa diversa. Noi chiedevamo un Paese unito in cui ci fosse uguaglianza, equità e democrazia ma non è quanto abbiamo avuto.
Alberto Tundo