20/10/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Un referendum decisivo sempre più vicino e al quale il Paese sta arrivando impreparato mentre i timori di un nuovo conflitto tra Nord e Sud aumentano

"La situazione Nord-Sud è una bomba a orologeria (con il rischio) di enormi conseguenze". Lo aveva detto il Segretario di Stato americano Hillary Clinton intervenendo, lo scorso settembre, al Council on Foreign Relations.
Tensione sulla gestione delle ingenti risorse petrolifere, eserciti che si armano, confini sui quali manca un accordo definitivo, spostamenti massicci di popolazione e un pessimismo che diventa sempre più diffuso circa la reale capacità del Paese di gestire e portare a termine il referendum del prossimo 9 gennaio, quello che potrebbe decidere la secessione del sud cristiano e animista dal nord musulmano. Era questo il punto fondamentale di quel Comprehensive Peace Agreement (Cpa) che nel 2005 aveva messo fine ad una guerra civile di oltre 20 anni con oltre due milioni di morti e quattro milioni di sfollati. Il Sud ragiona già da stato indipendente ma l'organizzazione del referendum è ancora in alto mare mentre il nord non sembra avere fretta.

La questione petrolifera. E' il petrolio uno dei principali propulsori che ha letteralmente fatto esplodere l'economia. Di petrolio ce n'è tanto. Il Sudan è il terzo produttore continentale, con una media di 470 mila barili al giorno e riserve per circa 6,3 miliardi di barili ma il 75 per cento di questa fortuna si concentra al sud mentre raffinerie e porti sono al nord. Il petrolio è un fattore di conflitto. Il sud accusa Khartoum di accaparrarsi la maggior parte degli introiti che invece spetterebbero alla parte meridionale del Paese, che ha nell'oro nero la sua principale garanzia di sopravvivenza. Solo nel 2008, il governo di Juba ha incassato 1,9 miliardi di dollari. Il nord, in questa partita, ha tutto da perdere. Non è un caso che pochi giorni fa il ministro dell'Economia sudanese, Ali Mahmood Abdel-Rasool, ha detto di pregare Dio che il Sudan del Sud non dichiari la secessione: "Perderemmo il 70 per cento delle nostre riserve petrolifere e il 50 per cento della rendita". E' facile comprendere quanto, in privato, Salva Kiir Mayardit, leader del Sudan People's Liberation Movement, capo del futuro stato, si stia sfregando le mani immaginando quanto potrebbe incassare se i prelievi del nord finissero. Ma non è solo una questione di quote: il fronte secessionista accusa il governo centrale di indebolire il sud, pagando il dovuto per l'estrazione del petrolio in dollari sudanesi, non proprio carta straccia ma quasi, mentre a Juba hanno bisogno di valuta pesante: dollari, euro, yuan cinesi. C'è un intero apparato statale da mettere in piedi. E gli sforzi sono già cominciati. Guarda caso, proprio a partire dall'esercito.

Arrivano le armi. Che l'opzione militare sia una strada obbligata lo cominciano a sospettare in molti. "Ci stiamo preparando per una tale evenienza", ha confessato alla stampa Philip J. Crowley, uno degli uomini più vicini alla Clinton. Circa un mese fa, infatti, ha cominciato a circolare la notizia che il Sudan del Sud ha ricevuto i primi elicotteri militari ordinati alla Kavaz russa nel marzo 2007. Quattro Mi 17-V5 sarebbero arrivati a metà agosto in una base militare di Entebbe, Uganda. I primi di una commessa di 10 velivoli, per una spesa di 75 milioni di dollari. Elicotteri da trasporto, dicono a Juba, non c'è nessuna intenzione bellicosa. Il che è vero ma è altrettanto vero che questi modelli possono essere facilmente modificati e dotati di mitragliatrici e caricati con bombe da 500 chili. Ed è comunque poco, per contenere il potenziale dell'aviazione sudanese, che conta su una decina di Antonov per lanciare bombe, una cinquantina di elicotteri d'attacco e una quarantina di mezzi "ibridi". 
Negli ultimi giorni tanto dall'entourage della presidenza sudanese che di quella del Sudan meridionale sono arrivati riferimenti espliciti ad una possibile guerra: "Se scoppierà, sarà peggiore dell'ultima", hanno fatto sapere fonti vicine al presidente Omar al Bashir. E la cartina di tornasole è Abiyei, un piccolo territorio a cavallo del confine dei due stati che il 9 gennaio voterà in un referendum particolare, per decidere a quale dei due Paesi aderire. Qui c'è petrolio, la posta in gioco è alta e in più non è ancora chiaro chi avrà diritto al voto. Juba accusa Khartoum di insidiare popolazioni nomadi musulmane per alterare gli equilibri etnici e assicurarsi un risultato favorevole.

I timori degli Usa. La Clinton se l'è chiesto apertamente: "Cosa fareste voi se all'improvviso tracciassero una linea e perdeste l'80 per cento delle vostre rendite petrolifere?". Già, cosa farebbe il Nord? Il timore è che Al Bashir e il suo National Congress Party possano usare l'esercito. "Il problema è cosa succederà quando l'inevitabile accadrà", ha spiegato nel suo intervento il Segretario di Stato. Perché che il referendum possa avere un altro esito non ci crede nessuno. E allora Washinghton ha dato il via ad un'operazione diplomatica formalmente mirata a contenere il conflitto se non a disinnescarlo. Nelle ultime settimane è stato aperto a Juba una sorta di consolato mentre è cresciuto il numero e il peso del personale diplomatico americano nella regione, con l'arrivo di un console generale, mentre lo staff di Scott Gration vedrà l'arrivo di Princeton Lyman, diplomatico di lungo corso, membro dell'Aspen, con anni di esperienza al Dipartimento di Stato e in Africa, proprio in Nigeria e Sudafrica, le due potenze continentali alle quali gli Usa più si stanno appoggiando. Con una linea sempre aperta con l'Unione Africana. Il 24 settembre, poi, al Sudan è stato dedicato un meeting delle Nazioni Unite al quale ha partecipato anche il presidente americano Barack Obama, il quale nei giorni scorsi ha ribaduto che il Sudan del Sud resta una delle massime priorità della diplomazia Usa. Che guarda con sospetto alla crescita del peso di Teheran nell'area. La corsa contro il tempo è cominciata. 

Alberto Tundo

 

Categoria: Elezioni, Guerra, Risorse, Economia
Luogo: Sudan