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Mikhail abita in un villaggio alle pendici settentrionali
del Caucaso, nella repubblica russa della Karaciajevo-Cerkessia. Il 21 maggio
di molti anni fa, quando questa era ancora
Unione Sovietica, Mikhail prese un trattore e con esso trasportò fino in cima
alla collina una grosso macigno su cui affisse una targa di metallo con incisa
una
frase: “In memoria di tutti i circassi morti nella guerra russo-caucasica”.
Questo monumento artigianale divenne subito meta di pellegrinaggi clandestini
da parte della minoranza circassa della repubblica e di quelle vicine. Le
autorità sovietiche non gradirono e distrussero la lapide dopo pochi mesi. Ma
il 21 maggio dell’anno dopo, Mikhail e i suoi amici ne fecero una nuova. Poi il
la lapide fu divelta ancora. E ancora, il 21 maggio successivo, tornò al suo
posto. E così avanti, fino al crollo dell’Urss. Le nuove autorità, non più
sovietiche ma sempre russe, rimossero la targa di Mikhail e la sostituirono con
una nuova di marmo, che però recava una nuova scritta, più neutrale: “In
memoria delle vittime della guerra caucasica”.
Un genocidio
dimenticato. Da 141 anni, il 21 maggio è una data di lutto per l’antico
popolo caucasico dei circassi. Sia per quei tanti che oggi vivono in Turchia e
in altri Paesi occidentali, sia per qui pochi che ancora abitano le loro terre
d’origine nelle repubbliche russo-caucasiche di Karaciajevo-Cerkessia, Cabardino-Balcaria
e Adigezia. Quello
è infatti il giorno in cui i circassi commemorano lo sterminio del loro popolo.
Un genocidio dimenticato che nel 1864 provocò in pochi mesi la morte di un
milione e mezzo di persone, uccise o morte di stenti durante la ‘pulizia
etnica’ e la deportazione imposta dalle vittoriose armate dello Zar Alessandro
II al termine della lunghissima e sanguinosa guerra coloniale russa di
conquista del Caucaso, quella raccontata nelle opere di Puskin, Tolstoy e
Lermontov. Guerra che fu combattuta su due fronti: quello del Caucaso orientale,
contro i ceceni e i daghestani, e quello del Caucaso occidentale, appunto
contro le popolazioni circasse (adigeti, cabardini e cerkessi). Il primo fronte
venne travolto dalle truppe zariste nel 1859 con la resa del leggendario condottiero
ceceno, l’imam Shamil. Ma il secondo resistette ancora, fino alla grande
offensiva del 1862 e alla definitiva sconfitta della resistenza circassa. Il 21
maggio del 1864 le armate dello zar celebrarono la vittoria con una parata
nella città di Krasnaya Polyana, sul Mar Nero. Quel giorno segnò l’inizio dello
sterminio e dell’espulsione forzata della popolazione circassa dal Caucaso. Nel
giro di pochi mesi un milione e mezzo di persone furono uccise dai soldati
russi o costrette ad abbandonare le loro case e le loro terre e ad emigrare
all’estero, soprattutto in Turchia.
Adigezia, la patria dei circassi. Poche centinaia di migliaia di circassi
sopravvissero ai massacri e alle deportazioni zariste rimanendo nel Caucaso.
Oggi ne sono rimasti circa mezzo milione, divisi in tre diverse repubbliche
autonome della Federazione Russa. La maggior parte, 400 mila, convivono in
Cabardino-Balcaria con altrettanti balcari (popolazione altaica). Altri 50 mila
costituiscono il dieci per cento della popolazione della Karaciajevo-Cerkessia,
composta in gran maggioranza da
karaciaj (anch’essi di origine altaica). E 100 mila vivono nella piccola
repubblica dell’Adigezia, che per i circassi è quello che Israele è per gli
ebrei di tutto il mondo: il loro Stato. A differenza delle altre due
repubbliche, che sono formalmente ‘binazionali’, l’Adigezia è ‘la patria dei
cricassi’. Infatti, pur costituendo anche qui una minoranza (il 22 per cento
della popolazione, in maggioranza slava russa), dal 1991 i circassi sono i
‘padroni’ di questa piccola e pittoresca repubblica, rinomata per le sue
montagne e le sue cascate (v. fotogallery). La minoranza
circassa controlla la politica, l’economia e la cultura, preservando con cura
la
sopravvivenza delle tradizioni circasse, altrimenti condannate all’estinzione.
Un monopolio che, secondo la maggioranza russa, sta sfociando sempre più nella
discriminazione razziale dei non-circassi, ovvero dei russi. Secondo Nina
Konavalova, presidente dell’Unione Slava, “i professionisti russi sono stati
gradualmente cacciati da tutti gli impieghi pubblici, riservati ai soli
circassi. Basta guardare nelle scuole e nelle università: nessun insegnante è
russo. E nel governo ci sono solo due ministri russi”.
Nuove
tensioni tra russi e circassi. Per
queste ragioni la locale lobby russa ha fatto pressioni sul Cremlino per
ottenere l’abolizione dello status di repubblica autonoma dell’Adigezia,
facendola tornare una provincia della grande regione russa che la circonda
completamente, l’oblast di Krasnodar. Una proposta che a Putin è piaciuta e che
nelle scorse settimane sembrava sul punto di diventare realtà. A Maikop,
capitale dell’Adigezia, appena si è diffusa questa voce la gente è scesa in
piazza a protestare: i circassi contro l’unificazione, i russi a favore. Il
presidente circasso, Hazret Sovmen, ricco magnate dell’oro, ha invitato tutti
coloro che sono favorevoli all’abolizione della repubblica a “fare le valige e
trasferirsi direttamente al di là del Kuban”, il fiume che separa l’Adigezia da
Krasnodar. Per la potente minoranza circassa la cancellazione della “loro”
repubblica rappresenterebbe l’ennesimo attacco russo alla sopravvivenza del
loro popolo. L’ultima tappa del genocidio di 141 anni fa. Forse questa è
un’esagerazione. E forse, per la popolazione locale, nulla cambierebbe con la
modificazione dello status. Il rischio è un altro, come sottolinea Talij
Beratar, ministro circasso del governo: “Il Caucaso del nord è la patria di
decine di popolo diversi e la tensione inter-etnica è già alta. Questa mossa
non farebbe che esacerbare la situazione”. Aslan Shazo, del movimento Congresso
Circasso, va ancora oltre: “Abolire l’Adigezia farebbe infuriare i circassi di
qui e soprattutto quelli espatriati, che potrebbero decidere di tornare e di
prendere le armi contro i russi”. Come in Cecenia.
Enrico Piovesana