La raccolta delle olive e vitale per i palestinesi. I coloni la impediscono
dal nostro corrispondente a Gerusalemme. Poco più di una settimana fa i contadini palestinesi hanno iniziato la raccolta
delle olive. Quest’anno hanno un po’ anticipato i tempi perché il mese della raccolta
coincide precisamente con il Ramadan. Prevedono che la vita dei campi, di per
sé dura, durante il digiuno sarà ancora più difficile e la raccolta più lenta.
Sulle colline punteggiate di olivi, in particolare a nord, intorno a Tulkarem,
Nablus, Qalqilya, in questi giorni ci sono larghi teli distesi sotto gli alberi
e intere famiglie a lavoro. Gli uomini di solito raccolgono, mentre le donne sedute
separano i frutti dalle foglie e li mettono in grossi sacchi di iuta. E’ il rituale
di ogni anno. Da quei gesti, nonostante tutto, continua a uscire l’amato olio
di oliva.
Per nessun contadino del mondo l’esito del proprio lavoro è mai scontato, ci
si preoccupa del troppo caldo e del troppo freddo, della mancanza d’acqua, dei
parassiti che potrebbero danneggiare il raccolto. Qui, tutte queste preoccupazioni
sono il problema minore. Ci sono ben altri fattori, molto più pericolosi, che
possono mettere a rischio non solo il raccolto, ma a volte anche la vita di chi
nei campi va a lavorare. Il pericolo viene dall’alto, dalla cima delle stesse
colline dove i contadini palestinesi di generazione in generazione si sono presi
cura di secolari alberi d’olivo e ne hanno raccolto i frutti. Gli insediamenti
abitati dai coloni israeliani ormai formano una specie di macchia di leopardo
inarrestabile che si estende dalla cima di una collina all’altra in tutta la Cisgiordania.
Non è un caso che per loro siano state scelte le cime delle colline, dall’alto
è più facile controllare quello che succede sotto e semmai intervenire.

Lo scorso 11 ottobre un gruppo di coloni armati è sceso dall’insediamento di
Itimar, vicino a Nablus, verso i campi intorno al villaggio di Asira, dove alcuni
contadini palestinesi stavano raccogliendo le olive. Dopo averli aggrediti e aver
picchiato una donna uno dei coloni ha sparato e ha ferito alla gola un giovane
di 26 anni. Fortunatamente, una volta in ospedale, le sue condizioni sono migliorate
velocemente.
Non si tratta del primo episodio di questo tipo e non sarà l’ultimo. Due settimane
prima un tassista di Salim, sempre nei dintorni di Nablus, è stato ucciso da un
colono davanti a tre testimoni. Il colono è stato rilasciato dal tribunale israeliano
per mancanza di prove. Qualche giorno prima un gruppo di coloni armati di bastoni
e di una mazza di ferro ha aggredito e ferito gravemente un contadino di Beit
Fourik (Nablus) mentre raccoglieva fichi nel suo campo.
Le aggressioni dei coloni aumentano tutti gli anni nel periodo della raccolta
delle olive. L’anno scorso i coloni hanno ucciso due contadini in due episodi
diversi, entrambi venivano da due villaggi vicino a Nablus. L’anno prima, nello
stesso periodo, i contadini uccisi dai coloni erano stati tre. A volte i loro
attacchi non sono diretti a persone, ma il loro scopo non cambia. Incendiare centinaia
di dunum, tagliare gli alberi d’olivo, rubarne i frutti maturi, sono metodi altrettanto
efficaci per privare i contadini palestinesi della propria terra e del frutto
del loro lavoro.
In questo modo la violenza dei coloni e i loro assassini impuniti si insinuano
nella

quotidianità di un popolo già duramente colpito dagli effetti dell’occupazione.
Senza tregua lo stato d’Israele sta distruggendo o rendendo inaccessibili le più
preziose risorse economiche in tutti i Territori Occupati Palestinesi. Si calcola
che tra il 1967 e il 2002, la costruzione di sempre nuovi insediamenti abbia confiscato
il 60 per cento delle terre dei palestinesi in tutta la Cisgiordania. Considerando
i soli distretti di Tulkarem, Qalkilya e Jenin, il muro corre su 1,4680 ettari
di terra confiscata ai contadini e separa 51 villaggi da 10,0615 ettari di terreno
agricolo. In particolare, gli alberi d’olivo sradicati dalle ruspe, sono un’immagine
fin troppo familiare per migliaia di contadini in tutta la Cisgiordania.
Un’immagine che descrive bene come i palestinesi non vengano privati solo delle
risorse su cui hanno da sempre contato, ma anche dei simboli della loro appartenenza
a questa terra.
Leila Tamini