14/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il processo a Ocalan è da rifare, mentre sale la tensione nel Kurdistan turco
Se qualcuno ha pensato che la guerra tra indipendentisti curdi e governo turco fosse ormai un ricordo sbiadito del passato si deve ricredere. Negli ultimi giorni è sembrato di tornare indietro nel tempo, quando Abdhullah 'Apo' Ocalan comandava i suoi irriducibili guerriglieri del Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) nella lotta per l'indipendenza da Ankara. Il 12 maggio, la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha annunciato un verdetto che in molti si aspettavano: il processo del 1999 che portò alla condanna a morte di Ocalan non è stato “imparziale e indipendente”. Ieri, a confermare la situazione di tensione, tre militari turchi sono stati uccisi in uno scontro a fuoco nel villaggio di Kigi, nella provincia orientale di Bingol, nel Kurdistan turco. Secondo un'emittente privata turca la sparatoria è avvenuta tra i soldati e una squadra di guerriglieri curdi del Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Tutto come sei anni fa insomma. O quasi.
 
una scena del processo ocalanUn processo non equo. Luigi Vinci, ex europarlamentare di Rifondazione Comunista, grande esperto di Kurdistan turco, commenta così la sentenza: “La Corte, confermando in secondo grado la condanna della Turchia, ha ribadito due punti fondamentali: il processo a Ocalan non è stato equo e non sono stati rispettati i diritti alla difesa dell'imputato. Sulla dinamica dell'arresto non si è pronunicata, ma ha ribadito che i diritti del detenuto non sono stati rispettati. Molti giornali hanno scritto che veniva condannata la presenza di un magistrato militare nella corte che ha giudicato Ocalan, ma il problema è che il Tribunale per la sicurezza dello Stato è un tribunale politico. Per questo il processo non è equo. D'altronde la Turchia non è nuova a questo genere di censure. Negli ultimi anni, la giustizia turca, ha subito 500 condanne da parte della Corte, più di qualsiasi altro Paese del Consiglio d'Europa”. Resta da capire come questa sentenza e il nuovo processo possano incidere sul conflitto turco-curdo, ma per Vinci non cambierà molto in questo senso, “visto che l'esito è scontato. Finirà male per Ocalan, il quale avrà più che altro una tribuna dove far sentire la sua voce”. La voce di un capo che ha condotto una guerra molto lunga.
 
la cattura a nairobi di ocalanUna lunga scia di sangue. Il conflitto tra Pkk e governo turco, dal 1984 al 1999, ha causato la morte di quasi 30mila persone. Una guerra vera e propria. Villaggi dati alle fiamme, migliaia di profughi, mutilati, vedove e orfani. Un punto di svolta del conflitto è la cattura di Ocalan, avvenuta il 16 febbraio 1999 in Kenya dopo una serie di richieste di asilo politico rifiutate, tra gli altri, anche dall'Italia. Il processo termina con la condanna a morte di Ocalan, sucessivamente commutata in ergastolo per l'abolizione della pena capitale in Turchia. Il leader del Pkk viene rinchiuso nella prigione-fortezza di Imrali. Il suo gruppo, dopo un cessate il fuoco unilaterale, tenta la via della riconversione politica del movimento. Nasce il Kongra Gel, formazione che avrebbe dovuto ereditare la missione del Pkk. Poco dopo il movimento decide di rinunciare ufficialmente alla lotta indipendentista e di schierarsi nelle sedi istituzionali tradizionali turche lottando solo per una forte autonomia politica e culturale. Dopo anni di relativa calma però, forse temendo una spinta centrifuga del Kurdistan iracheno che gode da tempo di una certa autonomia, la stretta repressiva dei militari turchi aumenta e la tensione ricomincia a salire. Una spirale di violenza che culmina nella fine della tregua: il 1 giugno del 2004, con un comunicato, il ricostituito Pkk annuncia la ripresa delle ostilità. Sono un centinaio, in meno di un anno, le vittime degli scontri tra guerriglieri e militari turchi. Sembra che la guerra ricominci dov'era finita.
 
guerriglieri del pkk in montagnaIl futuro del Kurdistan. L'elemento nuovo rispetto al passato è quello delle trattative della Turchia per entrare nell'Unione Europea. “Il governo turco ha commentato la sentenza in modo estremamente collaborativo”, dichiara Vinci, “ma non per una reale volontà politica di risolvere il conflitto con i curdi, solo per convenienza. Quello che preoccupa è che però, ottenuta la possibilità di trattare l'ingresso, il processo di riforme della società turca si è fermato. E’ come se Ankara si fosse accontentata di incassare il ritorno d'immagine dell'inizio delle trattative. Adesso c'è uno stallo, ma se l'Europa non fa pressione non cambierà nulla”. Il problema non è solo dal versante turco. “I curdi, per quanto lo ammettano con fatica, sono divisi all'interno”, commenta Vinci, “la classe politica curda ha commesso degli errori e ha deciso di prendere iniziative estemporanee che hanno ottenuto come unico risultato quello di far massacrare dei ragazzini. Mentre, grazie alla pressioni europee venivano liberati dei leader in carcere, alcuni hanno voluto dar sfogo alle pressioni interne e alle lotte intestine con azioni dimostrative di scarso peso. Questo perchè, in una società tribale, l'assenza di un capo come Ocalan rende difficile un comando unificato. Il risultato è che l'esercito turco, in una società ancora fortemente militarizzata, ha ripreso un ruolo centrale e un peso politico notevole. Le azioni isolate dei guerriglieri, cui manca ormai una guida unitaria, hanno permesso una brutale reazione militare. Se l'Unione europea non riprenderà la sua pressione su Ankara la situazione non si sbloccherà”.

Christian Elia

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