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Un processo non equo. Luigi Vinci, ex
europarlamentare di Rifondazione Comunista, grande esperto di Kurdistan turco,
commenta così la sentenza: “La Corte, confermando in secondo grado la condanna
della Turchia, ha ribadito due punti fondamentali: il processo a Ocalan non è
stato equo e non sono stati rispettati i diritti alla difesa dell'imputato.
Sulla dinamica dell'arresto non si è pronunicata, ma ha ribadito che i diritti
del detenuto non sono stati rispettati. Molti giornali hanno scritto che veniva
condannata la presenza di un magistrato militare nella corte che ha giudicato
Ocalan, ma il problema è che il Tribunale per la sicurezza dello Stato è un
tribunale politico. Per questo il processo non è equo. D'altronde la Turchia
non è nuova a questo genere di censure. Negli ultimi anni, la giustizia turca,
ha subito 500 condanne da parte della Corte, più di qualsiasi altro Paese del
Consiglio d'Europa”. Resta da capire come questa sentenza e il nuovo processo
possano incidere sul conflitto turco-curdo, ma per Vinci non cambierà molto in
questo senso, “visto che l'esito è scontato. Finirà male per Ocalan, il quale
avrà più che altro una tribuna dove far sentire la sua voce”. La voce di un capo
che ha condotto una guerra molto lunga.
Una lunga scia di sangue. Il conflitto tra Pkk e
governo turco, dal 1984 al 1999, ha causato la morte di quasi 30mila persone.
Una guerra vera e propria. Villaggi dati alle fiamme, migliaia di profughi,
mutilati, vedove e orfani. Un punto di svolta del conflitto è la cattura di
Ocalan, avvenuta il 16 febbraio 1999 in Kenya dopo una serie di richieste di
asilo politico rifiutate, tra gli altri, anche dall'Italia. Il processo termina
con la condanna a morte di Ocalan, sucessivamente commutata in ergastolo per
l'abolizione della pena capitale in Turchia. Il leader del Pkk viene rinchiuso
nella prigione-fortezza di Imrali. Il suo gruppo, dopo un cessate il fuoco
unilaterale, tenta la via della riconversione politica del movimento. Nasce il
Kongra Gel, formazione che avrebbe dovuto ereditare la missione del Pkk. Poco
dopo il movimento decide di rinunciare ufficialmente alla lotta indipendentista
e di schierarsi nelle sedi istituzionali tradizionali turche lottando solo per
una forte autonomia politica e culturale. Dopo anni di relativa calma però,
forse temendo una spinta centrifuga del Kurdistan iracheno che gode da tempo di
una certa autonomia, la stretta repressiva dei militari turchi aumenta e la
tensione ricomincia a salire. Una spirale di violenza che culmina nella fine
della tregua: il 1 giugno del 2004, con un comunicato, il ricostituito Pkk
annuncia la ripresa delle ostilità. Sono un centinaio, in meno di un anno, le
vittime degli scontri tra guerriglieri e militari turchi. Sembra che la guerra
ricominci dov'era finita.
Il futuro del Kurdistan. L'elemento
nuovo rispetto al passato è quello delle trattative della Turchia per entrare
nell'Unione Europea. “Il governo turco ha commentato la sentenza in modo estremamente
collaborativo”, dichiara Vinci, “ma non per una reale volontà politica di
risolvere il conflitto con i curdi, solo per convenienza. Quello che preoccupa
è che però, ottenuta la possibilità di trattare l'ingresso, il processo di
riforme della società turca si è fermato. E’ come se Ankara si fosse
accontentata di incassare il ritorno d'immagine dell'inizio delle trattative.
Adesso c'è uno stallo, ma se l'Europa non fa pressione non cambierà nulla”. Il
problema non è solo dal versante turco. “I curdi, per quanto lo ammettano con
fatica, sono divisi all'interno”, commenta Vinci, “la classe politica curda ha
commesso degli errori e ha deciso di prendere iniziative estemporanee che hanno
ottenuto come unico risultato quello di far massacrare dei ragazzini. Mentre,
grazie alla pressioni europee venivano liberati dei leader in carcere, alcuni
hanno voluto dar sfogo alle pressioni interne e alle lotte intestine con azioni
dimostrative di scarso peso. Questo perchè, in una società tribale, l'assenza
di un capo come Ocalan rende difficile un comando unificato. Il risultato è che
l'esercito turco, in una società ancora fortemente militarizzata, ha ripreso un
ruolo centrale e un peso politico notevole. Le azioni isolate dei guerriglieri,
cui manca ormai una guida unitaria, hanno permesso una brutale reazione
militare. Se l'Unione europea non riprenderà la sua pressione su Ankara la
situazione non si sbloccherà”.Christian Elia