02/06/2004
stampa
invia
La percezione degli Stati Uniti a livello mondiale è cambiata completamente
Il 4 giugno 1944, i soldati
della Quinta Armata statunitense agli ordini del generale Mark Clark
entravano a Roma tra ali di folla festante. Erano i liberatori venuti a
salvare la città e l’Italia dagli invasori nazisti, gli ambasciatori di
un mondo ricco e progredito. Nel sessantesimo anniversario di quel
giorno, il presidente Usa George W. Bush arriva in una capitale
blindata. Alcuni esponenti politici dell’opposizione si rifiutano di
incontrarlo in maniera plateale, altri scenderanno in piazza per
contestarlo. Molti lo vedono come il leader di un impero prepotente e
arrogante.
L’impressione è che mai, in precedenza, la percezione degli Stati Uniti
all’estero era stata così negativa. Alla fine della Seconda guerra
mondiale gli Usa erano i vincitori assoluti, il faro del mondo libero.
Certo, la loro condotta durante il conflitto non fu esattamente
virtuosa: la bomba atomica di Hiroshima e Nagasaki viene ancora oggi
ricordata con sdegno da molti. Finita la guerra, però, gli Usa diedero
un contributo fondamentale alla ricostruzione dell’Europa con il Piano
Marshall e costruirono alleanze e organizzazioni sovrannazionali che
erano sì ispirate dalla necessità del contenimento della minaccia
sovietica, ma che andavano comunque incontro a un’esigenza di pace
mondiale. Gli americani erano, ovviamente non da quelli che avevano
scelto l’altra parte, ammirati e rispettati.
Oggi invece gli Usa sono invidiati, temuti, da una parte del mondo
odiati. Bush è l’unico presidente statunitense ad avere dichiarato due
guerre, il movimento pacifista non è mai stato così attivo dai tempi
del Vietnam, le alleanze tessute nel secondo dopoguerra sono perlomeno
in crisi di identità e in alcuni casi i rapporti con i Paesi amici si
sono raffreddati. Il grande bagaglio di solidarietà del dopo 11
settembre – “Le Monde” scrisse “siamo tutti americani” – sembra essere
stato dilapidato negli ultimi due anni. E’ tutta colpa della guerra in
Iraq?
Giampaolo Valdevit, professore di Storia delle relazioni internazionali
all’Università di Trieste e autore di numerosi libri sulla politica
estera statunitense, fa notare che il cambiamento è meno importante di
quello che appare. “In Italia – spiega – gli Stati Uniti non erano
amati da tutti neanche nel 1945, l’antiamericanismo è presente nella
nostra cultura politica dagli anni Trenta e ha vari matrici:
cattoliche, di destra, di sinistra. Non è che ora gli Usa siano odiati
e fino a dieci anni fa fosse il contrario. Nei loro confronti, tutti
gli Stati europei hanno sempre avuto un atteggiamento ambivalente:
l’antiamericanismo è una tentazione perenne. E quella solidarietà post
11 settembre nasceva da una spinta emotiva che col tempo si è spenta”.
Se l’ostilità verso gli Stati Uniti è un atteggiamento costantemente
pronto a esplodere, il recente scandalo delle torture nelle carceri
irachene è stato il detonatore di una nuova ondata di antiamericanismo,
specie nei Paesi arabi. Il confronto Italia 1944-Iraq 2004 è stridente:
i soldati Usa allora erano visti come liberatori, ora come invasori,
come truppe di occupazione. “L’opinione pubblica araba e islamica,
posto che sia possibile identificarne una – precisa Valdevit – è però
molto volatile, e spesso più che antiamericana è antioccidentale: basta
vedere come è stato ucciso il rappresentante delle Nazioni Unite a
Baghdad, il brasiliano Sergio Vieira de Mello. Per molti, ormai, tutto
ciò che non è islamico è nemico”.
L’amministrazione di Washington, messa sotto accusa anche dalla grande
maggioranza degli osservatori internazionali per la sua politica
estera, non sembra però preoccuparsi della marea crescente di astio, se
non di odio, nei suoi confronti. “Non lo fa, e non solo perché sono i
neoconservatori a voler andare avanti per la propria strada – dice
Valdevit –. Il punto è che nella politica estera statunitense c’è una
continuità che dura fondamentalmente da oltre dieci anni,
dall’amministrazione di Bush padre: è l’idea che gli Usa sono l’unica
superpotenza rimasta e hanno il diritto di esercitare una leadership,
un’egemonia a livello mondiale. Su questo c’è un consenso della Foreign
Policy community, un’intesa bipartisan nel Congresso e tutto sommato
anche un consenso nella società americana”.
Con le elezioni presidenziali a soli cinque mesi di distanza, tutti si
chiedono come potrebbero cambiare le scelte degli Usa nel caso di una
vittoria di John Kerry. Proprio in questi giorni, tra l’altro, il
candidato democratico ha delineato più chiaramente la sua proposta in
politica estera, appellandosi alla necessità di riallacciare i rapporti
incrinati con gli alleati e di coinvolgere altri Paesi nella gestione
della ricostruzione dell’Iraq oggi, e di altre aree di crisi domani. In
una parola: multilateralismo, opposto all’unilateralismo
dell’amministrazione Bush. Almeno, questa è l’idea che si sono fatti
molti.
“Bisogna stare attenti a non generalizzare – commenta Valdevit –. Bush,
come Clinton, non ha seguito una linea precisa. E’ stato anche
multilaterale: e le volte che ha dato una forte impronta unilaterale
alle sue scelte, per esempio rifiutandosi di ratificare il trattato di
Kyoto sulla riduzione dei gas serra e quello di Roma per l’istituzione
del Tribunale Penale Internazionale, ha dato sì un taglio netto. Ma su
argomenti che in qualche maniera furono seguiti con assai poco
interesse da Clinton. E’ sbagliato pensare ai repubblicani come
unilateralisti e ai democratici come multilateralisti. Come lo è
pensare che una vittoria di Kerry rivoluzionerebbe la politica estera
di Washington”.
Alessandro Ursic