Un altro evento birmano avvolto dal mistero. Sabato 7 maggio in due
supermercati e in un centro fieristico di Rangoon (oggi chiamata
Yangon, capitale del Myanmar, cioè la ex Birmania) sono scoppiate delle
bombe
che hanno fatto numerose vittime. Quante, con precisione, non si sa: 11
(e 162
feriti) secondo le autorità, molte di più secondo alcune fonti locali e
la
dissidenza interna. Ma la giunta militare, al potere da mezzo secolo,
ha
bloccato e censurato ogni comunicazione in merito, così come aveva
fatto in
passato dopo gli scontri tra forze di sicurezza e oppositori politici.
Un'abitudine quella birmana che impedisce ancora di conoscere i reali
danni
dello tsunami del 26 dicembre scorso lungo la costa meridionale del
Paese
asiatico.

La giunta ha accusato degli attacchi dinamitardi i suoi principali oppositori:
il governo birmano in esilio formato da seguaci della "leader per la
democrazia" e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi e i gruppi
separatisti
Shan, Karen e Karenni, contro i quali l'esercito centrale birmano
combatte dagli anni Quaranta. Ma tutti hanno negato un coinvolgimento nelle
recenti violenze. "Non possiamo dire con certezza chi ci sia dietro gli
attentati, ma il regime stesso potrebbe averli ordinati per poi accusare
l'opposizione", ha detto alla Reuters Sann Aung che guida il governo birmano
in esilio dal 1990, quando i militari si rifiutarono di riconoscere il
risultato delle prime elezioni democratiche da cui era uscita vincitrice
proprio Suu Kyi, oggi agli arresti domiciliari a Yangon. Altri osservatori
dicono che la giunta avrebbe voluto giustificare con le esplosioni - tre
settimane fa un'altra deflagrazione aveva colpito un mercato della città
centrale di Mandalay - le eccessive norme di sicurezza in vigore nel Paese e il
rinvio delle riforme democratiche richieste dalla comunità internazionale.
Moe Aye, caporedattore del
"Democratic voice of Burma", un quotidiano
on line di rifugiati birmani in Norvegia, ci spiega: "Gli attentati
possono essere stati effettuati solo da professionisti, ovvero membri delle
forze speciali e dei servizi segreti. L'opposizione democratica e i
guerriglieri separatisti non hanno i mezzi per compiere tali azioni e per
infiltrarsi nella capitale". Secondo Moe Aye si possono fare due ipotesi:
"I mandanti degli attacchi potrebbero essere gli stessi generali della
giunta militare che governa il paese: le loro famiglie posseggono le principali
attività commerciali del Paese e sono spesso in competizione fra loro. Anche i
centri distrutti sabato (7 maggio) erano di proprietà dei militari. Gli attentati
potrebbero però anche essere stati compiuti dai seguaci dell'ex primo ministro
Khin Nyunt, licenziato nell'ottobre 2004 dal numero uno della giunta Than
Shwe".
Dello stesso parere è Aung Din, direttore dell'organizzazione per i diritti
umani
"Us Campaign for Burma": "Nei servizi segreti e nei quadri
dell'esercito ci sono ancora uomini fedeli a Khin Nyunt: è un regolamento di
conti tra i generali". Del resto l'allontanamento di Khin Nyunt il 18
ottobre scorso è stata l'ultima mossa di un'epurazione partita almeno un mese
prima nell'intelligence, di cui l'ex premier era capo. A settembre sarebbero
state incarcerate al confine con la Cina circa 150 persone tra agenti segreti,
doganieri e poliziotti. E a
un'altra frontiera, quella con la Thailandia, le transazioni commerciali
sarebbero state interrotte in vista di un colpo di Stato. Intanto le condizioni
dei diritti umani restano drammatiche. Il Consiglio di Stato reprime ogni
dissenso e compie gravissimi abusi: deportazioni in campi di lavoro, stermini
delle minoranze e utilizzo dei cosiddetti "portatori" per far strada
all'esercito sui terreni minati. In diverse zone, dette "black area"
(zone nere) inaccessibili ai visitatori stranieri, continuano gli scontri tra
soldati birmani e guerriglieri separatisti, oltre ai traffici di oppio di cui
l'ex Birmania è il secondo produttore al mondo dopo l'Afghanistan. Nelle
carceri, secondo Amnesty International, i prigionieri politici sono almeno
1300.