18/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Dietro gli ultimi attentati c'è un regolamento di conti tra i generali che governano il Paese
  soldati birmani
Un altro evento birmano avvolto dal mistero. Sabato 7 maggio in due supermercati e in un centro fieristico di Rangoon (oggi chiamata Yangon, capitale del Myanmar, cioè la ex Birmania) sono scoppiate delle bombe che hanno fatto numerose vittime. Quante, con precisione, non si sa: 11 (e 162 feriti) secondo le autorità, molte di più secondo alcune fonti locali e la dissidenza interna. Ma la giunta militare, al potere da mezzo secolo, ha bloccato e censurato ogni comunicazione in merito, così come aveva fatto in passato dopo gli scontri tra forze di sicurezza e oppositori politici. Un'abitudine quella birmana che impedisce ancora di conoscere i reali danni dello tsunami del 26 dicembre scorso lungo la costa meridionale del Paese asiatico.
Aung San Suu Kyi La giunta ha accusato degli attacchi dinamitardi i suoi principali oppositori: il governo birmano in esilio formato da seguaci della "leader per la democrazia" e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi e i gruppi separatisti Shan, Karen e Karenni, contro i quali l'esercito centrale birmano combatte dagli anni Quaranta. Ma tutti hanno negato un coinvolgimento nelle recenti violenze. "Non possiamo dire con certezza chi ci sia dietro gli attentati, ma il regime stesso potrebbe averli ordinati per poi accusare l'opposizione", ha detto alla Reuters Sann Aung che guida il governo birmano in esilio dal 1990, quando i militari si rifiutarono di riconoscere il risultato delle prime elezioni democratiche da cui era uscita vincitrice proprio Suu Kyi, oggi agli arresti domiciliari a Yangon. Altri osservatori dicono che la giunta avrebbe voluto giustificare con le esplosioni - tre settimane fa un'altra deflagrazione aveva colpito un mercato della città centrale di Mandalay - le eccessive norme di sicurezza in vigore nel Paese e il rinvio delle riforme democratiche richieste dalla comunità internazionale.
cartina
Moe Aye, caporedattore del "Democratic voice of Burma", un quotidiano on line di rifugiati birmani in Norvegia, ci spiega: "Gli attentati possono essere stati effettuati solo da professionisti, ovvero membri delle forze speciali e dei servizi segreti. L'opposizione democratica e i guerriglieri separatisti non hanno i mezzi per compiere tali azioni e per infiltrarsi nella capitale". Secondo Moe Aye si possono fare due ipotesi: "I mandanti degli attacchi potrebbero essere gli stessi generali della giunta militare che governa il paese: le loro famiglie posseggono le principali attività commerciali del Paese e sono spesso in competizione fra loro. Anche i centri distrutti sabato (7 maggio) erano di proprietà dei militari. Gli attentati potrebbero però anche essere stati compiuti dai seguaci dell'ex primo ministro Khin Nyunt, licenziato nell'ottobre 2004 dal numero uno della giunta Than Shwe".

Dello stesso parere è Aung Din, direttore dell'organizzazione per i diritti umani "Us Campaign for Burma": "Nei servizi segreti e nei quadri dell'esercito ci sono ancora uomini fedeli a Khin Nyunt: è un regolamento di conti tra i generali". Del resto l'allontanamento di Khin Nyunt il 18 ottobre scorso è stata l'ultima mossa di un'epurazione partita almeno un mese prima nell'intelligence, di cui l'ex premier era capo. A settembre sarebbero state incarcerate al confine con la Cina circa 150 persone tra agenti segreti, doganieri e poliziotti. E a un'altra frontiera, quella con la Thailandia, le transazioni commerciali sarebbero state interrotte in vista di un colpo di Stato. Intanto le condizioni dei diritti umani restano drammatiche. Il Consiglio di Stato reprime ogni dissenso e compie gravissimi abusi: deportazioni in campi di lavoro, stermini delle minoranze e utilizzo dei cosiddetti "portatori" per far strada all'esercito sui terreni minati. In diverse zone, dette "black area" (zone nere) inaccessibili ai visitatori stranieri, continuano gli scontri tra soldati birmani e guerriglieri separatisti, oltre ai traffici di oppio di cui l'ex Birmania è il secondo produttore al mondo dopo l'Afghanistan. Nelle carceri, secondo Amnesty International, i prigionieri politici sono almeno 1300.

L'espresso©PeaceReporter.net 


 

Francesca Lancini

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