15/10/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Le periferie francesi, cinque anni dopo le sommosse del 2005, tra volontà di riscatto e rassegnazione

Luca Galassi, inviato Parigi

"Qui non è tutto negativo. No, non è per niente tutto negativo". Jonathan Fourdrinier ha ventidue anni. è di ceppo bretone, quasi una rarità in banlieue. Gioca a rugby, ma nei modi e nell'aspetto non ha alcuna asprezza. Solo quella forza interiore, che si legge nello sguardo, che si costruisce quando l'infanzia e l'adolescenza sono state vissute in strada. La sua infanzia Jonathan l'ha passata al Karl Marx di Bobigny, settecentocinquanta appartamenti per duemilaseicento abitanti, torri di cemento e mattoni rosa e bianchi, a mezz'ora da Parigi. Anche questa è una Zus, una zona urbana sensibile, degradata e con alti livelli di disoccupazione, criminalità e violenza. "Vivere qui forgia il carattere - racconta Jonathan mentre ripercorre i luoghi della sua infanzia - e al Karl Marx ho imparato più di quanto avrei fatto in un tranquillo quartiere del centro. Sono molto fiero di essere di qui. Qui ho le mie radici. E qui tornerò ad abitare, nonostante i problemi".

Camminiamo tra le torri con Jonathan. Passata la scuola ("una buona istruzione, eravamo tutti diversi ma il professore riusciva a tenerci tutti uniti"), ci avviciniamo al parco giochi, dove ragazzini non ancora maggiorenni si divertono attorno a un tavolo da ping-pong in cemento. Pochi bianchi, poche bambine. I giovani, ricorda Jonathan, hanno voglia di parlare, vogliono che si parli con loro. Ma quando, con cautela e riguardo, chiediamo a tre ragazzi sui vent'anni cosa ne pensano della vita nel quartiere, si sentono dei ‘che palle', ‘rompicoglioni', ‘giornalisti di merda'. Prima di andarcene, uno di loro, il capo, uscendo dalla macchina fa: "Aspettate, fateli parlare". Vinta la diffidenza, i tre, dietro indicazione di Jonathan, spiegano perché qui "non è tutto negativo". "La verità è che abitare qui non è facile - dice il capo, che non vuole rivelare il nome -, finché si è bambini ci si diverte, li vedi quelli lì che giocano, e chi li ammazza... Finché non diventi grande è una pacchia. Poi bisogna arrangiarsi. Non c'è lo stile di vita del sedicesimo (arrondissement, ndr), ma insomma, ci si arrangia. Siamo fieri di vivere qui". Jonathan li imbocca: "Anch'io sono fiero di venire dal Karl Marx, me ne sono andato per studiare, ma rimango orgoglioso di provenire da questo luogo". Uno dei tre raccoglie la palla e prosegue: "Un ragazzo che se la cava qui vale diecimila volte un ragazzo che viene da Parigi. Noi siamo stati allevati nel cemento, abbiamo mangiato cemento. Loro hanno assaggiato la roba dei ricchi. Quando ce la caviamo, noi ce la caviamo per sempre, e ce la caviamo tutti".
"Studiate ancora?", chiedo. "No, abbiamo smesso. Per frequentare la scuola bisogna andare a Epinay, un'ora da qui. Non vogliamo andare via dal nostro quartiere solo perché dobbiamo studiare. Preferiamo restare qui".
"Se poteste farlo, ve ne andreste da Bobigny?" - "Qui è solo un problema di soldi, tutti vogliono i soldi, se ci sono i soldi i problemi scompaiono".
"Con i soldi andresti via?" - "No, starei a vivere qui, qui mi sento bene. Se avessi i soldi farei andar via i miei genitori".
"Non si trovano bene?" - "Non è il paradiso, per loro. Altrove potrebbero riposare di più. Se vuoi riposare e senti rumori di moto, o un rumore di armi, che fanno un casino pazzesco, se ti si rompe l'ascensore e abiti al diciottesimo piano, e loro abitano al diciottesimo piano, come cavolo fai? Non c'è assistenza, non ci sono le istituzioni".

Il carattere delle banlieues si declina sulla toponomastica. Tutti sanno cosa ci si può aspettare girando di notte a Tremblay, a Bobigny, a Villiers le Bel. Ma chi abita questi luoghi si affanna a sdrammatizzare, a disinnescare. Molti lavorano affinché l'equazione si rovesci, e la banlieue non sia più condannata al suo destino di periferia dell'impero. Purtroppo non sono le istituzioni a rimboccarsi le maniche, bensì i residenti stessi. Dopo i moti del 2005 e del 2007, il Plan Espoir Banlieues, l'ambizioso progetto di Fadela Amara, Segretario di Stato con delega alle politiche cittadine, ha dissipato un miliardo di euro per uno sviluppo che non c'è mai stato. "Io non conosco nessuna associazione che abbia ricevuto un euro in più dopo il 2005", dice Florence Methia, tecnico del suono. "Non ho la più pallida idea di dove siano finiti i quattrini del Plan Espoir Banlieues". Florence, antillana, ha fondato una radio in un bâtiment dei quartieri più difficili di Parigi, il Saussaie di Saint-Denis, "Per riabilitarlo, per creare delle attività, perché non muoia". Femminista convinta, sostiene che la direzione di un'associazione come la sua debba essere composta, come infatti è, prevalentemente da donne. "Le donne hanno autorità, colpiscono i giovani. Per le ragazze, la presenza femminile rende i nostri locali luoghi sicuri, dove sanno che verranno accolte bene, che non saranno discriminate o insultate. Qui vincono il triplo handicap che il genere, l'appartenenza etnica e l'origine sociale frappongono alla promozione e all'affermazione individuale". Radio Declic lavora da dieci anni con i giovani del quartiere, usando la musica dei ghetti come il rap e l'hip-hop per parlare di questioni di discriminazione, di temi sociali, di precarietà. "Le nuove generazioni hanno problemi identitari. Prendiamo ad esempio le Antille, oggi un dipartimento francese che per molto tempo è stata una colonia. Come si sente un'antillana che è stata fatta venire negli anni sessanta dietro promessa di alloggio e impiego e alla fine si è ritrovata a fare la domestica? è stato perpetuato quel meccanismo di sottomissione che ancora vige nella considerazione della gente di quei luoghi. è accaduto alla prima generazione di immigrati. La seconda è oggi smarrita, sente parlare di Africa e di schiavitù ma non sa bene cosa chiedere, quali rivendicazioni portare avanti. Una rabbia di fondo caratterizza questi giovani, ma l'unico bersaglio è purtroppo la polizia".

Insuccesso scolastico, alti tassi di delinquenza, disoccupazione, abuso e spaccio di droga contribuiscono a emarginare, a relegare, a rendere fisicamente distanti dal centro e dalle istituzioni le periferie e i loro abitanti. Mentre Florence racconta sfilano lungo i viali di cemento i palazzi. L'assenza di negozi, di centri culturali, di bar accresce la frustrazione e la sfiducia di chi abita questi luoghi. Il governo centrale è invisibile, lo Stato, quello vero, è un'entità astratta e lontana per la quale molti giovani residenti provano odio, un odio che consuma e distrugge. Perché lo Stato si presenta solo con la sua faccia più cattiva. In un luogo dove l'unico rappresentante palpabile dello Stato è il poliziotto, questi diventa il nemico. Il nemico viene fatto oggetto di insulti, sassaiole, tiri d'arma da fuoco. Non solo da parte di criminali comuni, e non solo in risposta a qualcosa. Ma proprio a causa di un odio covato per anni. Tra coloro che lavorano per tutelare la propria comunità, in special modo dalle mistificazioni giornalistiche, c'è Christelle Evita, di Villiers le Bel. Vive a Parigi e lavora nell'ufficio stampa di una grande compagnia energetica, ma viene da uno dei luoghi dove nel 2007 polizia e giovani immigrati si fronteggiarono per giorni. Cinque giovani tra i ventitrè e i ventinove anni sono stati recentemente condannati fino a quindici anni di carcere perché ritenuti responsabili delle violenze e del ferimento di decine di poliziotti. La rivolta esplose dopo che due ragazzini si schiantarono in moto contro un'auto della polizia. Gli agenti vennero scagionati, mentre i presunti responsabili dei moti sono stati condannati grazie a testimoni anonimi, che molti ritengono essere stati pagati per dichiarare il falso. Per questo, a Villiers si è parlato di un processo di classe, terreno ideale per applicare sanzioni esemplari, nel solco delle politiche ultra-securitarie adottate per vent'anni da tutta la classe politica francese, sia di destra sia di sinistra.

"Una volta era Sarcelles". Christelle ha fondato un'associazione che analizza il comportamento dei media nella trattazione di eventi come quello del 2007. "La gente deve sapersi difendere dai giornalisti. Noi aiutiamo i giovani a decriptare l'immagine mediatica, a subirla di meno, insegniamo loro a essere preparati quando si trovano davanti un microfono o una telecamera. L'associazione si chiama Influences, l'ho fondata con mia sorella e alcuni amici di Villiers". Anni addietro, ci viene spiegato, la geografia della periferia era diversa. Oggi, in qualsiasi luogo può accendersi una miccia. Una volta era Sarcelles, contigua a Villiers le Bel, il luogo che, al solo nominarlo, evocava terrore. Si diceva ‘Villiers le Bel, vicino a Sarcelles'. Oggi è invece ‘Sarcelles, vicino a Villiers le Bel', in un'inversione sintattica che ne esalta la cattiva fama. "è questa nomea a precederci - spiega Christelle - l'immagine del nostro quartiere sarà ancora per lungo tempo macchiata dagli eventi del 2007. I media hanno fatto tanto per rovinarla. Per questo l'ostilità nei confronti dei giornalisti non si attenuerà mai. I media ne sono affascinati perchè la banlieue popolare fa vendere. Fa vendere perché lì si consumano delle mini-guerre, e da sempre la guerra attrae morbosamente i giornalisti. Oggi, per un giornalista, è impossibile recarsi lì senza rischiare. Io non vi porterò lì, né vi farò conoscere i miei amici. Non vi farò conoscere il mio quartiere perché ho fatto un patto con i miei concittadini". Nella sua durezza, Christelle sa che non tutti i media sono uguali, ma non si fa convincere. Le comunichiamo che andremo lì da soli, a nostro rischio e pericolo. Alza le spalle come a dire: fatti vostri. Un'ora dopo, mentre riflettiamo se davvero sia il caso di prendere la Rer, il treno suburbano che collega tutta l'Ile de France, per sbarcare in un posto che non abbiamo mai visto senza tutele, protezioni o contatti, riceviamo una telefonata : "Sono la sorella di Christelle, domani siete invitati nell'ufficio di gabinetto del sindaco di Villiers le Bel, dove lavoro. Potrete parlare con qualcuno del luogo e girare per il quartiere". Forse nella diffidenza di Christelle verso i giornalisti si è aperta una crepa. O più probabilmente ha davvero diffidato del fatto che, non essendo embedded, andando a Villiers da soli avremmo potuto fornire esattamente quell'immagine viziata e preconcetta che lei e la sua associazione tentano quotidianamente di smontare.

Il centro di Villiers le Bel è tutto eccetto che degradato. L'edificio comunale su cui campeggia il motto ‘Liberté, égalité, fraternité' è una casa a tre piani di mattoni rossi con le fioriere alle finestre. Alla fine della strada si staglia la facciata di una chiesa gotica del XIII secolo, poi campi, orti, fiori dappertutto. Accompagnato da Celine, che si presenta, ci sorride Nicolas Carrier, portavoce del sindaco, scusandosi per l'assenza del primo cittadino. è vacanza, e Villiers è deserta. Carrier fornisce un quadro realistico di questo piccolo centro urbano. "Questa città è nello stesso tempo uguale e diversa dalle altre. è come le altre perché ha ventisettemila abitanti che conducono una vita normale. Allevano i propri figli, svolgono il proprio lavoro, vanno al cinema. è diversa dalle altre perché qui la metà delle persone vive in edilizia residenziale popolare. è diversa perché qui c'è il venti percento di disoccupazione. Non c'è una classe agiata. Se sei povero sei il primo a venire colpito dalla crisi. E l'ultimo a uscirne. Villiers le Bel è un concentrato di difficoltà sociali, le carriere scolastiche sono meno fortunate che altrove, quelle lavorative quasi assenti. Qui, rispetto ad altrove, ci sono disuguaglianze alla nascita. Queste diventano disuguaglianze nei destini individuali. Il problema sta proprio qui. La gente non ha scelta. Se non si danno a questi luoghi tutti i servizi sociali necessari a ridurre tali disuguaglianze, la situazione non migliorerà mai".

La piazzetta del centro abbandona la sua apparenza bucolica subito dopo l'incontro con il portavoce del sindaco. Proprio davanti al municipio veniamo rapinati mentre incontriamo un consigliere comunale. Un ragazzo afferra la sacca con videocamera e macchina fotografica e scappa. Lo rincorriamo ma altri giovani, suoi complici, bloccano la nostra corsa con una bomboletta di gas urticante. Prima di partire, mentre maturavano le idee per il reportage, avevamo pensato di seguire la polizia nelle sortite nei quartieri. Nostro malgrado, veniamo infilati a forza in due macchine con agenti della Crs in borghese. La Crs (Compagnies Républicaines de Sécurité) è la nuova ‘polizia di prossimità', l'equivalente del nostro poliziotto di quartiere. Un lascito dei governi socialisti, rimodellato da Sarkozy per presidiare le banlieues in tenuta antisommossa. Sono loro che fronteggiano le rivolte. Loro picchiano. E a volte vengono picchiati. E' nella manciata di secondi del furto e nei successivi quarantacinque minuti di inutile e spavalda caccia al ladro per il quartiere che si è rivelata la triste geografia di povertà di Villiers le Bel, la fatiscenza dei suoi palazzi. In questi due eventi si è dispiegata la dinamica dei rapporti tra poliziotti e residenti, la paura e l'odio reciproci. La paura del giovane che, voltatosi mentre fuggiva con la sacca, si vedeva braccato da due insoliti inseguitori, anziché dai poliziotti. L'odio negli occhi dei giovani adolescenti che fissano gli agenti dagli angoli dei palazzi, promettendogli vendetta per tutte le botte prese, e anche per quelle non prese. La paura di un ragazzo fermato, perquisito e ammanettato senza ragione e infilato a testa bassa nella ‘nostra' macchina. L'odio dei poliziotti che ci chiedono il colore della pelle dei ladri. "Tutti neri, vero?" - "Sì". - "Ovvio, tutti neri ‘sti delinquenti". La paura, nostra, nel sentirci bersaglio, paradossalmente tanto più esposti al pericolo quanto più ‘protetti' in una macchina della polizia. E' quasi sera. Già prendere il treno per tornare a Parigi comunica un senso di sollievo. E' surreale poter rientrare nella ville lumière in appena mezz'ora. Due mondi opposti e separati, tra i quali non esiste alcuna barriera geografica.

Le banlieues non sono ghetti, ma cantieri. Luoghi dove c'è molto da fare, e molto da apprendere. Banlieue non è solo periferia, mala fama, marginalità. Ban-lieu come luogo del bando, dei banditi. La faccia brutta e cattiva di una capitale scintillante e sontuosa. Banlieue è anche e soprattutto un condensato di contraddizioni, una ragnatela dove sono catturati coloro che sopportano il peso di due grandi ingiustizie: quella sociale e quella razziale. Come già diceva lo storico Fernand Braudel, fondatore della Scuola di alti studi in scienze sociali, "In queste zone geografiche, la vita degli uomini evoca spesso il Purgatorio, o anche l'Inferno". Nella banlieue, come in una tela di ragno, sono intrappolati i principali attori del futuro sociale di Parigi, della Francia e dell'Europa intera. Ma qual è la ricetta per non far sprofondare le banlieues in una spirale che le vuole sempre più vicine all'inferno? Lo abbiamo chiesto al sociologo Robert Castel, attuale direttore della Scuola di alti studi sociali e autore del libro sulle banlieues dal titolo "La discriminazione negativa". "Nel sistema capitalistico - ha spiegato - c'è una relazione asimmetrica del centro con le sue periferie. Questa relazione non è solo un rapporto verso regioni straniere. Il ‘sud del mondo' della Francia potrebbe essere oggi la banlieue. In essa vi è la faccia in ombra della società: povertà, violenza, razzismo, insicurezza sociale e civile. Oggi la banlieue non può essere lasciata a se stessa, perché vi si giocano sfide che concernono l'avvenire della società francese nel suo insieme. Solo elaborando veramente una Repubblica pluriculturale e plurietnica e solo ripristinando le condizioni per una cittadinanza politica e sociale si potrà scongiurare, definitivamente, la minaccia di una sua secessione dal tessuto sociale del Paese".

Parole chiave: parigi, banlieue
Categoria: Diritti, Popoli
Luogo: Francia