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Morire per la lotta.
Khalid al-Boukri è morto martedì scorso. Aveva poco meno di 30 anni, ma sei
mesi di sciopero della fame e due anni di carcere duro piegherebbero chiunque.
Khalid veniva da Ouezzane e gli mancavano solo 4 mesi per finire di scontare la
sua condanna. Era detenuto nel carcere di Outita II, che un articolo della rivista marocchina
TelQuel definisce l'Abu Ghraib del Marocco. Torture e umiliazioni sono l'unico
codice che vige tra le pareti del penitenziario, lontano dai centri abitati e
da occhi indiscreti. Le autorità marocchine hanno smentito che il detenuto
fosse in sciopero della fame e sostengono che sarebbe morto perchè gravemente
malato. Ma
a
questo punto non si capisce perchè non gli siano state garantite le necessarie
cure mediche. Il fisico di Khalid non ha retto, ma la sua lotta non si ferma.
In tanti e in diverse carceri sono molti i detenuti in sciopero della fame.
Guerra al terrorismo.
Già, il 16 maggio di due anni fa. Una data terribile per il Marocco. Quel
giorno, a Casablanca, morirono 45 persone in un attacco suicida condotto da
almeno 14 kamikaze contro dei locali frequentati da stranieri. Le autorità
marocchine reagirono con veemenza e un'ondata di arresti di massa sconvolse il
regno maghrebino. “Da quel giorno è cominciato il nostro inferno”, dichiara il
prigioniero, “torture e interrogatori condotti con metodi bestiali e privazioni
di ogni tipo. I processi furono delle farse e tutte le principali
organizzazioni che si battono per la difesa dei diritti umani si sono
interessate al nostro caso”. I prigionieri hanno cominciato quindi uno sciopero
della fame e sono riusciti a coordinarsi tra loro (visto che vengono tenuti in
carceri diversi) grazie a, come spiega la fonte di PeaceReporter, “secondini
compiacenti che, da buoni musulmani, hanno capito il nostro dramma e chiudono
un occhio. Solo così siamo riusciti a concordare il testo del nostro comunicato
e a farlo uscire dal carcere. Con lo stesso stratagemma, in qualche
momento della giornata, riusciamo a utilizzare il cellulare che qualcuno di noi
ha ricevuto dalla famiglia”. Ma cosa chiedete?
Vogliamo giustizia.
La retata del 16 maggio del 2003 non avrebbe portato, secondo i detenuti in sciopero,
alla cattura dei reali
responsabili della strage. Ma allora chi si è macchiato di quel crimine?
“Le voci in carcere sono molto diverse in questo senso”, spiega il marocchino,
“ma tutti sono d'accordo che il responsabile principale degli arresti sommari
è
il generale Hamidou Laanigri”. Il generale è da anni l'eminenza grigia del
Marocco: prima direttore del DST, i servizi segreti marocchini, adesso capo
della sicurezza nazionale. “Volevano approfittare dell'ondata emotiva che ha
scosso il Paese dopo gli attentati per fare pulizia di tutte le persone attive
nei movimenti islamici moderati che, in Marocco, diventavano sempre più
importanti”, spiega il detenuto, “e così hanno colpito nel mucchio prendendo
anche tanti innocenti. Bisognava fare qualcosa per giustificare tutti i fondi
che arrivano dagli Stati Uniti per la lotta al terrorismo e così hanno
approfittato dell'occasione per fare piazza pulita degli oppositori politici.
Per questo noi vogliamo un processo internazionale, perchè non ci fidiamo più
della giustizia marocchina. Anche Mohammed VI, il re del Marocco, in una
recente intervista al quotidiano spagnolo El Pais, ha ammesso le violazioni dei
diritti che abbiamo subito. Ma non cambia niente, pensi che anche oggi siamo
stati chiusi in cella per 23 ore e mezzo”. Vi sentite soli nella vostra lotta?
“All'inizio sì, perchè la popolazione era terrorizzata dalla violenza degli
attentati di Casablanca”, racconta il marocchino, “ma adesso la gente ha capito
e le famiglie dei detenuti in sciopero -che oggi hanno manifestato fuori dal
carcere dove è morto Khaled e che saranno assistite da un gruppo di avvocati-
vengono sostenute anche dall'opinione pubblica”. Le notizie per i prigionieri
che protestano però non sono buone. Il ministro marocchino della Giustizia
Bouzoubaa ha dichiarato in un'intervista al giornale marocchino al-Ahdath
al-Magribia che non ha alcuna intenzione di trattare con i rivoltosi. “Fa la
voce grossa per spaventarci”, racconta il prigioniero, “ma alla fine dovrà
parlare con noi, almeno con gli sceicchi più anziani che conducono la protesta.
Se non vorrà ascoltare le nostre ragioni andremo avanti fino alla fine. Come
Khaled”.Christian Elia