13/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista esclusiva a uno dei detenuti marocchini in sciopero della fame
khalid, il giovane marocchino detenuto morto ieri dopo 6 mesi di sciopero della fameMorire per la lotta. Khalid al-Boukri è morto martedì scorso. Aveva poco meno di 30 anni, ma sei mesi di sciopero della fame e due anni di carcere duro piegherebbero chiunque. Khalid veniva da Ouezzane e gli mancavano solo 4 mesi per finire di scontare la sua condanna. Era detenuto nel carcere di Outita II,  che un articolo della rivista marocchina TelQuel definisce l'Abu Ghraib del Marocco. Torture e umiliazioni sono l'unico codice che vige tra le pareti del penitenziario, lontano dai centri abitati e da occhi indiscreti. Le autorità marocchine hanno smentito che il detenuto fosse in sciopero della fame e sostengono che sarebbe morto perchè gravemente malato. Ma a questo punto non si capisce perchè non gli siano state garantite le necessarie cure mediche. Il fisico di Khalid non ha retto, ma la sua lotta non si ferma. In tanti e in diverse carceri sono molti i detenuti in sciopero della fame.
“Noi siamo delle vittime, come quelle degli attentati. Stiamo vivendo un dramma, ma tutto quello che ci è capitato è illegale e ingiusto. La comunità internazionale deve sapere, non può restare indifferente. Vogliamo un processo giusto, condotto da inquirenti indipendenti. Solo così avremo giustizia”. La comunicazione è disturbata. Telefonare da un carcere non è facile in generale, ma diventa una impresa se a telefonare è un detenuto in regime di massima sorveglianza, una persona accusata di terrorismo. PeaceReporter è infatti riuscita a entrare in contatto, tramite un cellulare tenuto nascosto in cella, con uno dei detenuti marocchini (nel carcere di Salè, alle porte di Rabat) che, da mesi, protestano per le condizioni della detenzione e per quella che ritengono una condanna ingiusta. Quella condanna che li accomuna tutti. “Siamo circa millecento prigionieri”, racconta il detenuto che chiede di restare anonimo per motivi di sicurezza, “tutti arrestati dopo il 16 maggio del 2003”.
 
interno di un carcereGuerra al terrorismo. Già, il 16 maggio di due anni fa. Una data terribile per il Marocco. Quel giorno, a Casablanca, morirono 45 persone in un attacco suicida condotto da almeno 14 kamikaze contro dei locali frequentati da stranieri. Le autorità marocchine reagirono con veemenza e un'ondata di arresti di massa sconvolse il regno maghrebino. “Da quel giorno è cominciato il nostro inferno”, dichiara il prigioniero, “torture e interrogatori condotti con metodi bestiali e privazioni di ogni tipo. I processi furono delle farse e tutte le principali organizzazioni che si battono per la difesa dei diritti umani si sono interessate al nostro caso”. I prigionieri hanno cominciato quindi uno sciopero della fame e sono riusciti a coordinarsi tra loro (visto che vengono tenuti in carceri diversi) grazie a, come spiega la fonte di PeaceReporter, “secondini compiacenti che, da buoni musulmani, hanno capito il nostro dramma e chiudono un occhio. Solo così siamo riusciti a concordare il testo del nostro comunicato e a farlo uscire dal carcere. Con lo stesso stratagemma, in qualche momento della giornata, riusciamo a utilizzare il cellulare che qualcuno di noi ha ricevuto dalla famiglia”. Ma cosa chiedete?
“Chiediamo che siano completamente rivisti i processi che hanno portato a dure condanne nei confronti di tutti quelli che la magistratura del Marocco ritiene responsabili della strage di Casablanca”, spiega il detenuto, “ma soprattutto chiediamo che venga fatta giustizia e che vengano individuati i veri colpevoli di quell'eccidio”. 
 
manifestazione fuori da un carcere marocchinoVogliamo giustizia. La retata del 16 maggio del 2003 non avrebbe portato, secondo i detenuti in sciopero, alla cattura dei reali responsabili della strage. Ma allora chi si è macchiato di quel crimine? “Le voci in carcere sono molto diverse in questo senso”, spiega il marocchino, “ma tutti sono d'accordo che il responsabile principale degli arresti sommari è il generale Hamidou Laanigri”. Il generale è da anni l'eminenza grigia del Marocco: prima direttore del DST, i servizi segreti marocchini, adesso capo della sicurezza nazionale. “Volevano approfittare dell'ondata emotiva che ha scosso il Paese dopo gli attentati per fare pulizia di tutte le persone attive nei movimenti islamici moderati che, in Marocco, diventavano sempre più importanti”, spiega il detenuto, “e così hanno colpito nel mucchio prendendo anche tanti innocenti. Bisognava fare qualcosa per giustificare tutti i fondi che arrivano dagli Stati Uniti per la lotta al terrorismo e così hanno approfittato dell'occasione per fare piazza pulita degli oppositori politici. Per questo noi vogliamo un processo internazionale, perchè non ci fidiamo più della giustizia marocchina. Anche Mohammed VI, il re del Marocco, in una recente intervista al quotidiano spagnolo El Pais, ha ammesso le violazioni dei diritti che abbiamo subito. Ma non cambia niente, pensi che anche oggi siamo stati chiusi in cella per 23 ore e mezzo”. Vi sentite soli nella vostra lotta? “All'inizio sì, perchè la popolazione era terrorizzata dalla violenza degli attentati di Casablanca”, racconta il marocchino, “ma adesso la gente ha capito e le famiglie dei detenuti in sciopero -che oggi hanno manifestato fuori dal carcere dove è morto Khaled e che saranno assistite da un gruppo di avvocati- vengono sostenute anche dall'opinione pubblica”. Le notizie per i prigionieri che protestano però non sono buone. Il ministro marocchino della Giustizia Bouzoubaa ha dichiarato in un'intervista al giornale marocchino al-Ahdath al-Magribia che non ha alcuna intenzione di trattare con i rivoltosi. “Fa la voce grossa per spaventarci”, racconta il prigioniero, “ma alla fine dovrà parlare con noi, almeno con gli sceicchi più anziani che conducono la protesta. Se non vorrà ascoltare le nostre ragioni andremo avanti fino alla fine. Come Khaled”.

Christian Elia

Articoli correlati:
03/05/2005 Verità in sciopero: Gli accusati della strage di Casablanca rifiutano il cibo e chiedono giustizia
30/04/2005 Interviste sotto tutela: L'Onu proroga la missione nel Sahara, e il Marocco continua a reprimere la stampa
13/02/2005 La casa di Fatma: Una famiglia saharawi come tante nel campo profughi di Tindouf
26/10/2004 Intifada da esportazione: I Saharawi aspettano da trent’anni l’indipendenza. Si rischia una nuova Palestina
25/06/2004 Torture in appalto: La denuncia di Human Rights First: gli Usa consegnano i prigionieri ai torturatori
22/06/2004 Dimissioni dolorose: James Baker, mediatore Onu tra Marocco e Sahara Occidentale, lascia il suo posto
26/05/2004 Modernizziamoci: Il Marocco sta vivendo un momento storico felice. Ahmed ci racconta cosa sta accadendo
12/03/2004 Vita a Rabat: La storia di Rashid, bambino abbandonato dai genitori perche'autistico
03/03/2004 Credevo di morire: Dopo il terremoto, le Ong presenti organizzano un piano di aiuto per la gente
04/02/2004 Ospedale di famiglia: Una struttura povera che, con dignità, prova a salvare la vita dei saharawi nel deserto.
03/02/2004 Il museo della guerra: Per raccontare il conflitto, non ancora finito, tra il Marocco e il Sahara Occidentale.
28/01/2004 Una bandiera della pace nel deserto: La grande manifestazione del popolo Saharawi
19/01/2004 Marocco anno zero: Tra mille perplessità, la monarchia annuncia una serie di riforme
26/12/2003 Un muro nel deserto: Il popolo Saharawi aspetta di poter tornare a casa.
Dal 1975

28/11/2003 Un anno di terrore: Gli attentati suicidi hanno cambiato le regole del gioco, pagano gli innocenti
Conflitto in quest'area: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti:
creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità