13/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Dilagano le proteste anti-Usa: 16 morti. Altri 8 civili vittime di un raid aereo americano
"Condanniamo con forza l'esercito Usa per aver insultato il Corano"Dopo aver covato sotto la cenere per tre anni, martedì il sentimento antiamericano del popolo afgano è improvvisamente divampato con proteste infuocate che, da Jalalabad, si sono rapidamente estese a molte altre città afgane come un incendio alimentato da un vento caldo.
La scintilla che ha acceso la protesta è stata la notizia del ‘sacrilego’ comportamento dei militari Usa della base di Guantanamo che, secondo la rivista americana Newsweek, hanno buttato alcune copie del Corano nei gabinetti della prigione. Un gravissimo atto di blasfemìa punibile con la morte secondo le leggi islamiche. Ma che da solo non spiega una simile improvvisa esplosione di rabbia.

Un fantocico di Bush dato alle fiammeProteste spontanee o no? Perché tutte le altre precedenti notizie ‘incendiarie’ sulla condotta ‘anti-islamica’ degli Usa non hanno scatenato reazioni simili? Perché gli afgani non sono insorti quando gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq o quando è scoppiato lo scandalo delle torture di Abu Ghraib? Ed è credibile che, in un Paese in cui due persone su tre non sanno leggere, l’articolo apparso su un settimanale straniero possa avere un tale impatto? Quello che sta avvenendo in Afghanistan, più che uno spontaneo movimento popolare di protesta, sembra essere un’astuta mossa politica di quelle forze integraliste (talebani e al Qaeda) che in questi anni non hanno mai smesso di combattere, armi in pugno, le forze d’occupazione Usa e il governo filoccidentale di Hamid Karzai. Forze che ultimamente, messe in difficoltà dalla nuova aggressiva strategia anti-guerriglia delle forze Usa, potrebbero aver deciso di cambiare tattica anch’esse, affiancando all’infruttuosa strada della guerriglia quella nuova della rivolta popolare, scendendo dalle montagne e andando nelle città per aizzare e manipolare il latente sentimento antiamericano delle masse. Forse la resistenza talebana si è resa conto che in Afghanistan la ‘via irachena’ della lotta armata non ha futuro. E così potrebbero aver optato per la ‘via palestinese’ della lotta popolare.

Bandiera Usa data alle fiammeManifestazioni in tutto l’est. Bandiere a stelle e strisce date alle fiamme e poi calpestate, capannelli di manifestanti che danzano attorno a fantocci di Bush incendiati, cartelli e slogan che promettono “morte all’America”, al suo presidente e ai loro alleati locali, lanci di pietre contro i soldati statunitensi e afgani, auto della polizia date alle fiamme, assalti contro i palazzi governativi e le sedi delle ong occidentali.
I primi a scendere in piazza, martedì mattina, sono stati gli studenti universitari di Jalalabad, a cui presto si sono uniti altri giovani e comuni cittadini. Mercoledì, sempre a Jalalabad, i primi morti: tre manifestanti uccisi dai proiettili dei soldati afgani che hanno aperto il fuoco sulla folla. I militari Usa erano presenti, ma hanno pensato bene di levarsi di torno quando la situazione si è fatta critica.
Le uccisioni non hanno fermato la protesta. Anzi, ieri la gente è scesa in piazza in tutte le città dell’Afghanistan orientale, compresa la capitale Kabul. Migliaia di persone hanno manifestato la loro rabbia contro gli Stati Uniti e il governo Karzai nelle province di Nangarhar, Khost, Laghman, Wardak, Parwan, Kapisa, Laghman, Takhar, Logar e Kabul. Le forze dell’ordine governative hanno sparato ancora, uccidendo altri tre manifestanti. Pacifici secondo la gente. Aggressivi e armati di kalashnikov secondo la polizia.
E oggi, venerdì, altre proteste, altri incidenti e altri nove morti. Tre dimostranti sono stati uccisi dai soldati afgani durante una manifestazione nella provincia di Badakshan, uno nella provincia di Badghis e un altro in quella di Paktika. Ma non sono solo i soldati a sparare. Quattro militari governativi sono morti nella provincia di Ghazni, uccisi da colpi di kalashnikov partiti dalla folla.

Manifestanti a KabulAltri 8 civili morti in un raid Usa. “Dimostriamo contro la profanazione del Corano: i responsabili devono essere puniti, come lezione per tutti i soldati americani, che devono imparare a rispettare le altre religioni”. “Dovrebbero tenere a freno i loro soldati e insegnar loro come gestire queste delicate questioni religiose. Invece si comportano da ignoranti”. “L’America è il nostro nemico. Non vogliamo americani in Afganistan!”. “Non vogliamo che gli americani rimangano qui per sempre con le loro basi. Sono degli invasori!”. Queste dichiarazioni, raccolte tra i manifestanti dai giornalisti stranieri che seguono le proteste, dimostrano che la rabbia della gente non è legata al solo episodio dei Corani di Guantanamo, ma più in generale alla presenza militare statunitense in Afghanistan. Presenza non temporanea, ma definitiva come ha sancito pochi giorni fa il governo Karzai. Una presenza sempre meno gradita anche a causa del crescente numero di ‘incidenti’ che vedono civili innocenti morire sotto le bombe che i caccia Usa hanno ripreso a sganciare sui presunti covi della resistenza talebana.
L’ultimo di cui si ha notizia (tramite un'agenzia di stampa cinese) è di pochi giorni fa: lunedì, prima dell’alba, l’aviazione Usa ha bombardato il distretto di Alishing, nella provincia di Laghman (una di quelle interessate dalle proteste) uccidendo almeno otto civili, tra cui un bambino e una donna, e ferendone gravemente altri dieci.
 

Enrico Piovesana

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