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Dopo aver covato sotto la cenere per tre anni, martedì il
sentimento antiamericano del popolo afgano è improvvisamente divampato con
proteste infuocate che, da Jalalabad, si sono rapidamente estese a molte altre
città afgane come un incendio alimentato da un vento caldo.
Proteste spontanee o
no? Perché tutte le altre precedenti notizie ‘incendiarie’ sulla condotta ‘anti-islamica’
degli Usa non hanno scatenato reazioni simili? Perché gli afgani non sono
insorti quando gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq o quando è scoppiato lo
scandalo delle torture di Abu Ghraib? Ed è credibile che, in un Paese in cui
due persone su tre non sanno leggere, l’articolo apparso su un settimanale
straniero possa avere un tale impatto? Quello che sta avvenendo in Afghanistan,
più che uno spontaneo movimento popolare di protesta, sembra essere un’astuta
mossa politica di quelle forze integraliste (talebani e al Qaeda) che in questi
anni non hanno mai smesso di combattere, armi in pugno, le forze d’occupazione
Usa e il governo filoccidentale di Hamid Karzai. Forze che ultimamente, messe
in difficoltà dalla nuova aggressiva strategia anti-guerriglia delle forze Usa,
potrebbero aver deciso di cambiare tattica anch’esse, affiancando
all’infruttuosa strada della guerriglia quella nuova della rivolta popolare,
scendendo dalle montagne e andando nelle città per aizzare e manipolare il
latente sentimento antiamericano delle masse. Forse la resistenza talebana si
è
resa conto che in Afghanistan la ‘via irachena’ della lotta armata non ha
futuro. E così potrebbero aver optato per la ‘via palestinese’ della lotta
popolare.
Manifestazioni in
tutto l’est.
Bandiere a stelle e strisce date alle fiamme e poi calpestate,
capannelli di manifestanti che danzano attorno a fantocci di Bush
incendiati, cartelli e slogan che promettono “morte all’America”, al
suo presidente
e ai loro alleati locali, lanci di pietre contro i soldati statunitensi
e
afgani, auto della polizia date alle fiamme, assalti contro i palazzi
governativi e le sedi delle ong occidentali.
Altri 8 civili morti
in un raid Usa. “Dimostriamo contro la profanazione del Corano: i
responsabili devono essere puniti, come lezione per tutti i soldati americani,
che devono imparare a rispettare le altre religioni”. “Dovrebbero tenere a
freno i loro soldati e insegnar loro come gestire queste delicate questioni
religiose. Invece si comportano da ignoranti”. “L’America è il nostro nemico.
Non vogliamo americani in Afganistan!”. “Non vogliamo che gli americani
rimangano qui per sempre con le loro basi. Sono degli invasori!”. Queste
dichiarazioni, raccolte tra i manifestanti dai giornalisti stranieri che
seguono le proteste, dimostrano che la rabbia della gente non è legata al solo
episodio dei Corani di Guantanamo, ma più in generale alla presenza militare
statunitense in Afghanistan. Presenza non temporanea, ma definitiva come ha
sancito pochi giorni fa il governo Karzai. Una presenza sempre meno gradita
anche a causa del crescente numero di ‘incidenti’ che vedono civili innocenti
morire sotto le bombe che i caccia Usa hanno ripreso a sganciare sui presunti
covi della resistenza talebana.Enrico Piovesana