scritto per noi da
Matteo Colombi

Non sono un uomo dedito al negativismo, non voglio vedere il nero ovunque. La
mattina vado a spasso con mia figlia, la porto a mangiare qualcosa al caffè, insieme
giochiamo vicino alla fontana che è stata messa in funzione da poco, le insegno
a riconoscere le differenze della corteccia degli aceri da quella delle betulle,
a salire e scendere dalle panchine, la amo dal più profondo del cuore e sono grato
per questi momenti di gioia che si ripetono, giorno dopo giorno. Con i suoi capelli
fini al vento, Daniela esplora con decisione il mondo, e lo guarda tutto, lo guarda
con intenzione e curiosità nella sua interezza e nelle sue peculiarità. Da una
somma infinita di dettagli comincia a costruirne mappe navigabili. Oggi si è messa
in mezzo a un mucchio di tulipani e, delicatamente, con le mani a coppa attorno
ai petali, se li è portati, uno a uno, al naso. ‘Mmmmm... Che buon profumo’, dico
io; ‘mmmm’, Fa il verso lei. In quel momento ho avuto la sensazione di esistere
nell’esatto ritmo delle cose; i raggi del sole, caldi sulla pelle d’inverno, la
brezza leggera, il ritmo cardiaco e il respiro sono apparsi in armonia, il sorriso
è divenuto incontenibile e profondo.
Quello che non capisco è come si possa amare tanto e rimanere tanto inerti dinanzi
al dolore altrui. La normalità, questa quotidiana normalità che condivido con
chi mi circonda, è ferale. Solo un’abile contorsione mentale, un abitudine a non
vedere e a non chiedere, una volontà di credere il falso con dedizione, perché
meno doloroso del vero, può permetterci di evitare la realtà guardandola tutta,
nella sua interezza e nei suoi dettagli. Né è così difficile, perché per frammentaria
che sia la nostra esperienza, noi viviamo in un paese permanentemente in guerra;
in cui ci viene chiesto regolarmente di sostenere la violenza dei forti, il profitto
ottenuto con il raggiro e la violenza, accettandone la sua natura normale, la
sua routinizzazione.

Il New York Times strilla
cento morti tra gli insorti sul tavolino di granito
verde del caffè. Dopo il sanguinoso inizio del maggio iracheno a causa degli attacchi
degli insorti si torna a fare il
bodycount dei nemici uccisi. Ormai è una settimana che i giornali (ovvero il governo)
hanno ripreso a darci bollettini di guerra. Il
bodycount non è mantenuto in maniera ligia, ma sembra tornare in auge quando le cose sembrano
mettersi male, e scompare quando il nervosismo sugli esiti futuri della Mesopotamia
si affievoliscono. Sostanzialmente, la politica ufficiale americana è che non
si contano né i civili né i combattenti uccisi o feriti, a meno che diventi utile.
Alla Law School un manifesto ormai vecchio invita gli studenti a sentire il
capo delle operazioni clandestine in Iraq e Afghanistan dirette dalla Marina.
Perché alla facoltà di legge? vi chiederete. Probabilmente perché le pratiche
di tali corpi clandestini sono poco legali, e vanno legittimate, ragioni e teorie
legali costruite, saggiate. Vedi alla voce: “tortura”. O sotto la voce: “guerra
sporca”.
Il giornale indipendente degli studenti, il Maroon, contiene un’intervista
con il nuovo Joint Chief of Staff, la massima autorità militare. Grande scoop
per un giornale studentesco, se non fosse supino come uno zerbino. Il generale
appare con una birra in mano, sorridente, nel pub universitario. E’ venuto in
visita alla famosa Business School dell’Università di Chicago, dove studia il
figlio. Suggerisce agli studenti di scegliere una corporation con un profilo etico
che si condivide, per lavorare con integrità, come lui ha fatto con i Marines.
Ma mi chiedo, come si può uccidere i figli altrui per professione, amando i propri?
E’ normale? E’ etico? E’ questo il mondo che vogliamo per i nostri figli?
I tulipani ondeggiano stagliati contro il cielo e l’erba, il verde brillante
delle nuove foglie danza indolente sui rami; il colore sembra quasi sgorgare dal
terreno, dalle pareti, che vanno coprendosi d’edera, il sole tocca e si rifrange
su questa sorgente viva. Questa inebriante bellezza della vita. Siamo qui una
volta sola. Perché distruggere? So bene che il mondo è complicato. Non credo che
si possano abolire gli eserciti. Gli stati. Non odio nemmeno il Marine. Ma come
non vedere il nichilismo del culto della potenza? Come non vedere che la cultura
della guerra, quella cultura che accetta la guerra come prassi o peggio ancora
come inebriante virtù è una minaccia che incombe su tutti noi?