07/10/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



La reazione della città toscana alla morte di tre cittadine cinesi ha fatto emergere la divisione e la paura del diverso

"Tre in meno! Questo ho sentito stamani al bar. Ma come abbiamo fatto a diventare così stronzi?". Alessandro è un 36enne pratese, figlio di una di quelle 'buone famiglie' decollate al tempo del boom economico, quando Prato era la culla del tessile, i soldi giravano, tanti e per molti, e l'immigrazione cinese era ancora all'orizzonte. E questa frase campeggiava sul suo profilo Facebook già poche ore dopo la tragedia del cavalcavia di Galciana, dove tre giovani donne sono morte affogate in una notte di pioggia e tempesta, incastrate nella loro auto in un sottopasso allagato e troppo profondo per sperare di risalire. Tutte e tre erano cinesi.

"Sono disgustata. Stronzi non inquadra il degrado morale in cui sta cadendo questa città". "Chiamiamo le cose con il loro nome, razzismo. Prato è una città di razzisti". "Xenofobia, direi piuttosto xenofoba". In pochi minuti la bacheca di Alessandro si è riempita di commenti e di grida di dolore e rabbia per quell'esclamazione fatta a voce alta in un bar del centro, e alla quale nessuno ha avuto il coraggio di ribattere. "Colpevole anch'io, che quando sento queste infamie scuoto la testa e, in silenzio, me ne vado". "Colpevoli tutti". In pochi minuti le decine di messaggi postati da amici "made in Prato" hanno ricomposto il puzzle di quella che è diventata una delle più grandi chinatown d'Europa. Con i suoi 50mila cinesi, Prato è ormai per un quarto orientale. Ma se vent'anni fa questa immigrazione di massa faceva comodo perché i cinesi pagavano "subito e in contanti" gli spropositati affitti imposti dai residenti per allestire laboratori tessili nei fondi lasciati vuoti dagli artigiani, ora che la crisi ha piegato il distretto industriale, gettando sul lastrico centinaia di aziende, i cinesi sono la piaga. E su di loro ricade la colpa di tutti i mali della città. "Sono come le cavallette, ci hanno risucchiato l'anima", dice convinto Remo, uno di quei "padroni" che ha chiuso "giusto in tempo" riuscendo a vendere tutto prima di fallire. I suoi acquirenti? "I cinesi e chi pagava sennò. Tanto loro li risparmiano in tasse. E poi hanno la loro mafia. Che se ne sa noi". Quanti luoghi comuni e quanto astio nella sua voce. I medesimi che si ritrova nelle piscine, nelle palestre, nei centri commerciali, nei negozi. Insofferenza per quella popolazione così diversa, che parla poco, "sputa per terra" e non fa mai un funerale. Questo si sente dire in quel di "Plato". È un'accozzaglia di ignoranza e paura a guidare una buona parte di cittadini confusi da una comunità che a stento parla italiano, che diffida per natura, e che è stanca di discriminazione e scetticismo. E questo certo non aiuta.

Come non aiuta la maniera in cui è solita reagire questa amministrazione comunale ogni volta che è chiamata a dare prova di solidarietà e apertura mentale. Alla richiesta corale della comunità cinese del lutto cittadino in segno di rispetto per la grave perdita, è stato rifilato un gentile e decisissimo no. La destrorsa giunta di Roberto Cenni - patron della Sasch e fra i primi ad avere avviato fruttuosi rapporti di lavoro con gli immigrati cinesi - sostenuta da Pdl e Lega, ha giusto concesso la bandiera a mezz'asta fino a oggi, giorno dei funerali. Niente più. "Per un disastro naturale non c'è lutto cittadino" ha spiegato laconico. Un affronto. Tanto che persino il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, ha cercato di correre ai ripari definendo "sbagliata" la posizione dell'amministrazione e porgendo le sue scuse. E non è certo la prima volta che il Comune palesa il suo pensiero sugli immigrati, rispecchiando comunque un sentimento pericolosamente diffuso a ogni livello sociale e che si sta scatenando come un'epidemia. Lo sanno bene quei trentenni in rivolta sul social network che hanno gridato alla vergogna, facendo outing e ammettendo le proprie colpe. "Dobbiamo fare qualcosa. O iniziamo a reagire a ogni commento razzista o sarà troppo tardi", dice Chiara, 34 anni, che ha appena discusso con una coetanea nello spogliatoio di una famosa palestra del centro. "Si lamentava sbraitando che ce ne sono troppi. Che se ci sono loro se ne va lei. Che se ne vada. Queste cose non le reggo".
Eccola Prato, la Prato degli adulti, inesorabilmente divisa, fatta di vecchi pratesi arrabbiati e nostalgici di un ricco passato che non ritorna, e di nuovi cinesi nati e cresciuti in Cina, per i quali è ormai troppo difficile imparare un buon italiano e avviarsi verso l'integrazione. Nel mezzo i trentenni, schiacciati da una situazione stagnante e triste. E per questa Prato c'è veramente poco da fare: c'è da indignarsi, questo sì, e da ribellarsi affinché il disagio non degeneri. Per il resto è attesa. Attesa che cresca la nuova Prato, promettente e multietnica. È la città dei giovanissimi e dei piccini, quella dove tutti parlano la stessa lingua, ridono nella stessa maniera e giocano insieme, bisticciando con le medesime movenze. La città dove si cresce, tutti, spalla a spalla. Ed è a quella Prato che occorre anelare. Alla città di tutti, fatta di pratesi punto e basta.

 

Stella Spinelli

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