05/10/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Bruciano le cisterne militari Usa in Pakistan. E il Pentagono pensa bene di ricorrere a mezzi che utilizzino energie rinnovabili

Non sono le armi. Non sono i mezzi corazzati, né gli alimenti. Il prodotto più importato dalle truppe statunitensi in Afghanistan sono i combustibili fossili. A sostenerlo è Ray Mabus, Segretario della Marina, ex ambasciatore statunitense in Arabia Saudita e incaricato, personalmente dal presidente Obama, dell'ideazione di un piano di risanamento per il disastro Bp nel Golfo del Messico. Mabus è, insomma, uno di quelli che di energia, dei suoi costi, dei suoi possibili danni e delle politiche legate alla sua compravendita, se ne intende parecchio. Oggi insieme ad altri esperti del settore è uno di quelli che sostiene il ricorso, anche per le forze armate Usa impegnate in Afghanistan, all'uso di energie rinnovabili. Perché così, ha sostenuto Mabus, "si migliora la sicurezza nazionale dal momento che i combustibili fossili, spesso provenienti da regioni instabili sono una potenziale fonte di conflitto internazionale".

In realtà tanto nel Paese asiatico, come è stato in Iraq, il rifornimento delle basi Usa continua a rappresentare una causa di scontro e morti a prescindere dai Paesi fornitori. La necessità di illuminare gli edifici militari, di climatizzare i quartier generali degli alti comandi e i dormitori della truppa, di refrigerare i cibi, di far muovere gli Humvee e fornire contatti radio, rendono obbligatoria la strada dello sperpero. Per far arrivare un gallone in Afghanistan, che viaggia attraverso l'oceano Pacifico e oltrepassa il confine pakistano, il Pentagono scuce periodicamente 400 dollari. Per renderci conto del costo della benzina in questo sistema basta considerare che un gallone è pari circa a 3,78 litri. Il che, molto semplicemente, suggerisce che il combustibile fossile costa ai militari 105,82 dollari al litro. Soldi, messi ovviamente dai contribuenti, che rischiano di bruciare ancor prima di entrare nei circoli di produzione dell'energia. Uno studio dell'Esercito Usa ha infatti stabilito che i camion cisterna sono gli obiettivi logistici più soggetti al rischio di attentati da parte dei talebani e che, per ogni 24 autobotti che arrivano in Afghanistan e Iraq, muore un soldato o un civile fra coloro che sono incaricati di proteggerli.

Così, per evitare tanto il dramma monetario quanto quello umano, tutti i reparti delle Forze Armate Usa hanno iniziato a guardare all'energia pulita. Gli ultimi, in ordine di tempo, ma primi se si considera l'uso di tecnologia rinnovabile in zona di guerra, sono stati i Marines. I 150 uomini della compagnia India, terzo battaglione del Quinto reggimento Marines di stanza a Helmand hanno ricevuto un nuovo impianto a pannelli solari per rifornire d'elettricità i loro campi base e le apparecchiature di comunicazione. Ogni impianto, di un valore che varia dai 50mila ai 70mila dollari, è più economico rispetto alle normali attrezzature sia per il prezzo d'acquisto che per i costi di mantenimento: 400 dollari al gallone, moltiplicato per circa 11mila galloni al giorno necessari a una base di piccole-medie dimensioni, contro la totale gratuità dell'energia solare. Senza considerare che, così facendo, non si rischiano attacchi e, quindi, inutili morti.

E se i Marines scoprono solo ora la loro vocazione ambientalista, o risparmiatrice, Marina e Aeronautica militare ci hanno pensato già qualche tempo fa. La prima con l'introduzione di una nave ibrida, la Uss Makin Island, di classe Wasp, capace di viaggiare fino a una velocità di 10 nodi marittimi grazie all'elettricità piuttosto che alla benzina. L'Aviazione ha invece firmato un contratto in virtù del quale, dal 2011, tutta la flotta verrà sostituita con jet a doppia alimentazione. Diversi voli di prova hanno già dimostrato che è possibile per i "top gun" statunitensi far sfrecciare i loro bolidi usando biocombustibile prodotto con alghe facilmente reperibili.

Zero costi, zero morti e zero danni all'ambiente. Come ogni decisione destinata a ignorare il peso economico e politico del petrolio, serve solo una gran dose di coraggio. Una dote a cui gli uomini in mimetica statunitensi si appellano da sempre. I primi pannelli solari arrivati in terra afgana costituirebbero una prova di quel coraggio. E poco importa se ci troviamo di fronte a un coraggio imposto, dal numero dei morti o dal caro carburante, piuttosto che spontaneo. Il passo compiuto dai vertici militari statunitensi potrebbe essere la prima fase dello sviluppo definitivo del mercato delle energie verdi. Un mercato ancora debole per i pochi investimenti e gli elevati costi d'accesso per i privati. Le forze armate Usa non rappresentano un soggetto privato e hanno risorse economiche e potere politico per muovere quel mercato che, per molti, è già il futuro.

Antonio Marafioti