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Costretti a lavorare in schiavitù perché poveri, perché obbligati con la violenza,
o semplicemente perché il caso ha voluto che si nascesse in una società dove il
'lavoro forzato' è una prassi moralmente accettata: sono milioni gli uomini, le donne
e i bambini preda dello sfruttamento per fini economici o sessuali. Una condanna
che si perpetua quotidianamente per esseri umani la cui unica colpa è quella di
essere deboli, vulnerabili, indifesi. Anche nei Paesi dove il lavoro dovrebbe
essere considerato un diritto.
I nuovi schiavi. Asia, America Latina e Africa sub-sahariana permangono le tre regioni con la
maggiore incidenza del lavoro forzato in relazione alla popolazione, rispettivamente
con 3, 2,5 e 1 caso di lavoro forzato per mille abitanti. A seguire, Medio Oriente
e Nord Africa (0.75 persone per mille abitanti), Paesi con economie di transizione,
come l'Europa dell'Est (0.5 persone) e i Paesi industrializzati (0.3 persone ogni
mille). Quasi i due terzi del totale del lavoro forzato in Asia è imposto da soggetti
privati per sfruttamento di ordine economico, in maggioranza nel campo dell'agricoltura,
mentre il 20% è imposto dagli Stati, specialmente in nazioni governate da dittature
o giunte militari, come per esempio il Myanmar (ex Birmania). Lo sfruttamento
sessuale in questi Paesi assomma al 10% del totale. Schema analogo per quanto
riguarda l'America Latina e i Paesi caraibici: il 75 % è in mano ai privati, il
16% allo Stato, il 10% riguarda lo sfruttamento sessuale. Nell'Africa sub-sahariana
lo sfruttamento del lavoro per fini economici è l'80% del totale, quello in mano
allo Stato l'11% e quello finalizzato allo sfruttamento sessuale è l'8%. In Medio
Oriente e in Nord Africa lo Stato sfrutta i lavoratori in percentuale più bassa
(3%), mentre è largamente dominante il settore privato (88%), seguito da cifre
analoghe riguardo lo sfruttamento sessuale (10%). Nelle economie di transizione
e in quelle dei Paesi industrializzati, le percentuali si invertono: la maggioranza
del lavoro in schiavitù pertiene alla sfera dello sfruttamento sessuale (rispettivamente
46% e 55 %), mentre la quota di sfruttamento 'statale' è quasi nulla nelle economie
di transizione e inferiore al 5% nei Paesi industrializzati. Tuttavia, anche nei
Paesi industrializzati, dove l'attenzione è principalmente rivolta ai profitti
derivanti dallo sfruttamento sessuale, quasi un quarto (23%) dei 'nuovi schiavi'
sono impiegati per finalità a carattere non sessuale.
Traffico di esseri umani. La stima minima di vittime del traffico di esseri umani nel mondo è di 2.45
milioni. Circa il 20% del totale del lavoro forzato è utilizzato per tale fine.
Qui le variazioni geografiche sono più evidenti. Per esempio, in Asia, America
Latina e Africa sub-sahariana, la percentuale delle vittime rimane al di sotto
del 20%, mentre in Medio Oriente e nel Nord Africa il traffico di esseri umani
sale al 75% del totale. I casi analizzati sono stati registrati nei Paesi di destinazione
(ovvero, dove le vittime vengono obbligate a lavorare), non in quelli di provenienza.
Le stime, relativamente basse, dei Paesi africani o di quelli con economie di
transizione non devono trarre in inganno: le vittime vengono ridotte in schiavitù
in altri Paesi, molti dei quali cosiddetti 'industrializzati'. Il traffico di
esseri umani riveste finalità di sfruttamento sessuale (43%), ma anche economico
(32%). Il resto delle vittime viene sfruttata per altre finalità o per finalità
'indeterminate'. Luca Galassi